Una nuova proposta interpretativa sui resti architettonici di via Orto

Randazzo, anticamente racchiusa all’interno delle mura di cinta, da sempre si raccoglie intorno alle sue tre chiese: Santa Maria, San Nicola e San Martino, da cui prendono nome i quartieri in cui la città era suddivisa intra moenia. I tre quartieri si caratterizzano per le loro suggestive viuzze, capaci di regalare al visitatore sensazioni uniche. Proprio in una di queste viuzze, Via Orto, nel quartiere di San Martino, si trovano i ruderi di una “enigmatica” costruzione dall’aspetto piuttosto singolare.

DSC04226 Figura 1: Randazzo, Resti architettonici di Via Orto

Essa, presenta una pianta rettangolare, orientata Nord-Est/Sud-Ovest, di cui si conservano, in parte, solo tre dei quattro muri perimetrali, priva di copertura. Il paramento murario è realizzato con pietra lavica di diverse dimensioni e cocci di cotto rosso legati con la calce. L’ingresso si trova sul lato meridionale e presenta un portale, in pietra lavica, ad arco a tutto sesto con decoro alla chiave di volta, sormontato da uno stemma, in pietra lavica, con un agnello pasquale (Agnus Dei), rivolto a sinistra, appoggiato su tre zampe su un monte a tre cime (monte paradisiaco), la zampa anteriore sinistra alzata sostiene un’asta dalla quale pende una banderuola.

portale via orto      casa via orto stemma 2          Figura 2: Il Portale del prospetto meridionale
Figura 3: La chiave di volta e lo stemma con l’Agnus Dei

A ridosso dello spigolo sud-orientale si trovano i resti di una raffinata scultura, in parte coperta da uno strato d’intonaco cementizio, rappresentante la scena della Natività di Gesù, nel quale è possibile identificare: un angelo mutilo che sorregge un cartiglio, che riporta – in caratteri gotici – l’incipit dell’inno angelico alla Natività di Gesù: “Gloria in excelsis deo” (Gloria a Dio nell’alto dei Cieli), un angelo musicante con liuto, una figura mutila seduta, molto probabilmente, la Vergine Maria che teneva in braccio Gesù bambino, la stella della Natività accompagnata da altre stelle e parte di un volto.

DSC03602 Figura 4: La Natività

All’interno della struttura si aprono, nelle pareti, sette nicchie ricavate nello spessore murario, tre nella parete orientale con arco a sesto ribassato, e due con arco a tutto sesto, rispettivamente nella parete meridionale e in quella settentrionale, ai lati dei portali.

IMG_20140816_184426 DSC03960 DSC03612 Figure 5-7: Le nicchie che si aprono lungo le pareti

Il portale che si apre nella parete settentrionale, in pietra lavica, architravato sormontato da una modanatura aggettante ed elevato di due gradini, immette in un piccolo cortile dove si conserva una vera da pozzo, di forma cilindrica, realizzata con pietra lavica di varia pezzatura legata da malta a base di calce, posta su un ampio basamento circolare, con

DSC03951 Figura 8: La vera da pozzo

zoccolo e bordo in basalto aggettanti; il fusto e arricchito da otto lesene, leggermente aggettanti, con basi e fusti scolpiti con motivi geometrici (cerchi, esagoni[1], rettangoli e croci), fitoformi e un motivo zoomorfo (coda di uno scorpione).

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20140816_183540 20140816_183547 20140816_183557 lesena . Figure 9-16: Le otto lesene che decorano la vera da pozzo

Il basamento, sul lato di Nord-Est, è inglobato, in parte, da un lavatoio con annesso un’altra piccola vera da pozzo, addossati rispettivamente alla parete orientale e a quella settentrionale, sulle quali si aprono tre nicchie: due con arco a tutto sesto[2] e una con arco a sesto ribassato.

DSC03974 Figura 17: Le due vere da pozzo e il lavatoio

Altre due nicchie con arco a tutto sesto si trovano ai lati del portale.

DSC03954 DSC03952 Figure 18-19

Il primo a interessarsi dei ruderi, stando a quanto riporta il don Virzì, fu il professor Enzo Maganuco, docente di Storia dell’Arte medievale e moderna, che propose una datazione del complesso al tardo XVI secolo[3]. Tuttavia, quanto riportato dallo studioso locale, non trova riscontro negli scritti del Maganuco[4].

Il don Virzì, nel suo dattiloscritto Randazzo e le sue opere d’arte, asserisce che i ruderi appartengono a una casa magnatizia e scrive : «Questo è il portale d’entrata con la visione in fuga del portale che immette al secondo cortile adorno di una vera di pozzo. E’ un complesso segnalato per la prima volta dal Maganuco che lo assegna al tardo cinquecento. E’ costituito da due cortili intercomunicanti per mezzo di un portale rettangolare sormontato da aggraziatissima cornice. Al primo cortile si accede per mezzo attraverso [correzione scritta a mano N.d.A] di un portale di diversa linea: esso è in lava, a tutto sesto, sormontato da uno stemma nobiliare. Mentre questo primo cortile probabilmente aveva la funzione del “patio” di origine spagnolesca, il secondo era destinato ai servizi della casa; infatti è fornito di una cisterna con vera ornata di pilastrini in pomice con disegni ad intaglio su base poligonale, da nicchie-ripostigli, lavatoi e sedili. Tanto il primo che il secondo cortile sono ornati di numerose nicchie affiancate che conservano tracce di colore forse vi erano i ritratti degli antenati [due righe aggiunte a mano N.d.A]. Purtroppo è in condizioni pietose perché i muri screpolati ci conservano le sole linee architettoniche che ci parlano del passato splendore di questa casa signorile»[5]. Ed ancora: «Via Orto n. 5: Resti di palazzo nobiliare del cinquecento: portale che immette in un primo cortile, sormontato da stemma; portale rettangolare con cornice di coronamento, che immette in un secondo cortile con vera di cisterna in lava finemente lavorata, e nicchie nei muri perimetrali interni che fanno pensare non solo a riquadri di ornamento ma addirittura a nicchie affrescate. (Fig. V. 111-116) Allo spigolo esterno resto di una scultura romanica rappresentante una Annunziazione; ben visibile un angelo con mandola (fig. X. 10) All’angolo esterno, in una nicchia, piccola colonnina dorica. (fig. X. 13)»[6].

Poco convincente sembra, però, la proposta del don Virzì, di riconoscervi i resti di un palazzo nobiliare, in quanto un’attenta osservazione dei resti architettonici e, soprattutto, la presenza di alcuni elementi quali le nicchie aperte lungo le pareti, i resti della scultura della Natività di Gesù, lo stemma dell’Agnus Dei, nonché le due croci: una greca inscritta in un cerchio e l’altra decussata o di Sant’Andrea, effigiate rispettivamente su due basi delle lesene della vera da pozzo, lascerebbero sufficiente spazio anche ad una nuova e

20140816_183540.1 20140816_183557.1 Figura 20: La croce greca inscritta in un cerchio
Figura 21: La croce decussata o di Sant’Andrea

diversa interpretazione, ovvero quella che in origine, probabilmente, la costruzione fosse stata un edificio ecclesiastico.

Fondamentale, a tal proposito, risulta l’elenco relativo alle chiese cittadine, compilato dal reverendo Plumari, in cui si fa menzione di una: «Chiesa dedicata alla Vergine e Martire Santa Venera, quale allora sorgeva nel Rione di S: Martino»[7].

Santa Venera (Santa Parasceve o Santa Veneranda)»[8] fu una martire venerata come santa dalla Chiesa cattolica.

Essa, nacque nei pressi di Xiphonia[9] in un Venerdì (feria sexta)[10] , da due nobili cristiani della Gallia, Agatone e Ippolita (o Politia) che dopo 35 (o 25) anni di preghiere e suppliche a Dio ebbero la gioia di avere una figlia. Venera ricevette dai suoi genitori un’educazione cristiana e si dedicò, fin dalla giovinezza, allo studio delle Sacre Scritture. Rimasta orfana, intraprese la via dell’ascesi e all’età di 30 anni decise di andare a predicare la parola di Dio tra la gente. Denunciata dai giudei e dai gentili ad Antonio, il primo dei tre governatori che la giudicheranno, fu sottoposta dallo stesso ad atroci torture per convincerla ad abiurare la fede, dalle quali però ella uscì sempre illesa convertendo il governatore. Di nuovo libera riprese a predicare, fino a che un giorno viene condotta da Temio (o Teotimi), despota della Magna Grecia. Superati indenne altri atroci tormenti, convertì alla fede anche il despota. Infine, durante il regno dell’imperatore Antonino, subì l’ultimo martirio ad opera di Asclepio (o Terasio) che la condanna alla decapitazione. Ma prima di morire chiese ai suoi persecutori di essere portata al tempio di Apollo, che demolì con una preghiera. Morì decapitata un 26 luglio (il settimo giorno prima delle calende di agosto)[11] e il suo corpo fu lasciato insepolto fino a quando alcuni cristiani lo traslarono ad Ascoli Piceno, dove fu venerato fino al IV secolo, quando un 14 novembre fu trasferito a Roma da un sacerdote di nome Antimo[12].

Sebbene al momento non si dispone di altri riferimenti documentali che consentono di stabilire con esattezza l’antica ubicazione della chiesa di Santa Venera, non si può del tutto escludere l’ipotesi che i resti architettonici di via Orto possano essere pertinenti alla stessa.

NOTE

[1] Il cerchio è il simbolo dell’eterno senza inizio e senza fine, né direzione né orientamento. Il cerchio con punto nel centro è un arcaico simbolo che unisce il punto che rappresenta il centro, l’origine, con il cerchio. Simbolo del Principio da cui tutto trae origine e cui tutto ritorna. L’esagono, simbolo della creazione in sei tempi, si lega all’ordine cosmico. Esso richiama all’armonia, alla perfezione e alla Sapienza.
[2]La nicchia più grande, un tempo era affrescata con un’effige della Vergine Maria.
[3] Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, Volume I, Parte II: Album storico-fotografico, p. 76.
[4] Maganuco E., Architettura plateresca e del tardo Cinquecento in Sicilia, Catania, Studio Edit. Moderno, 1939; Idem, Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, Catania, Studio Edit. Moderno, 1939; Idem, Problemi di datazione nell’architettura siciliana del medioevo, seconda edizione, Tauromenium, Catania, 1940; Idem, Opere d’arte della Sicilia inedite o malnote, Torino, S.E.I.,1944; Idem, Esercitazioni sull’arte Siciliana: Complemento al Corso di storia dell’arte medievale e moderna tenuto nell’Università di Messina nell’anno accademico 1955-56, Catania Barriera, Ed. Tip. Scuola Salesiana Del Libro, 1956.
[5] Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte, op. cit., Volume I, Parte II: Album storico-fotografico, p. 76.
[6] Ivi, Volume III, Atlante 2, Parte III, Tavole topografiche, tavola I: quartiere di San Martino.
[7] Plumari G., Ricerche storiche della città di Randazzo, ms. del 1819 (alcuni fogli del manoscritto presentano una doppia numerazione), Archivio Privato, f. 176, n. 41.
Nel Codice Diplomatico, redatto dal reverendo Plumari, la chiesa di Santa Venera viene menzionata dallo stesso, tra le chiese «abbolite, parti esistenti demolite, parti ridotti in case di abitazione, e parti trasferite, ed unite nelle altre chiese, che sono tutt’ora esistenti in Randazzo». Plumari G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca Comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15, f. 6v, nota C. Nel manoscritto Storia di Randazzo, invece, il Plumari menziona solo la chiesa di Santa Venera ubicata nell’Ex-Feudo di Cantara. Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. I, Libro III, p. 325, n. 53.
[8] Bibliotheca Hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis, ediderunt Socii Bollandiani, Bruxellis, 1900-1901, Vol. K – Z, ad vocem Venera, p. 1232.
Pennisi S., Un frammento della Passio di Sancta Venera (BHL 8530) in due pergamene del XIV secolo. Nuovi contributi su Santa Parasceve – Santa Venera, in «Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici Acireale», Memorie e Rendiconti, Serie V, Vol. IX, Acireale, 2010, p. 259: «Il termine parasceve (παρασκευή) non ha, nel greco classico, una qualche specifica connotazione religiosa: significa semplicemente “preparazione”. La prima accezione religiosa compare nel Nuovo Testamento quando gli scrittori del Vangelo usano questa parola per designare il giorno che precedeva, cioè di preparazione, il Sabato – lo Shabat o Shabbath per gli ebrei – della Pasqua. Solo in seguito, parasceve, nel suo originario significato ebraico, προσάββατον, come giorno di preparazione prima dello Shabbath, venne recepito tra i cristiani come denominazione categorica di Venerdì, poiché era il giorno della morte di Cristo».
[9] Città fondata dai greci, oggi scomparsa, situata nel territorio compreso fra Acireale, Aci Catena e Aci Castello. Famose furono le sue terme alimentate da acque sulfuree provenienti dal vulcano Etna.
[10] Acta Sanctorum, Tongerlo Æ, Typis Abbatiae, 1794, Tomus VI: Octobris, dies XIII, pp. 167-168.
[11] Pennisi S., Un frammento della Passio di Sancta Venera, op. cit., p. 241.
[12] Santa Venera, in «Wikipedia», <http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Venera >, agg. 2014.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Acta Sanctorum, Tongerlo Æ, Typis Abbatiae, 1794, Tomus VI: Octobris.

Bibliotheca Hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis, ediderunt Socii Bollandiani, Bruxellis, 1900-1901, Vol. K – Z, ad vocem Venera.

PENNISI S., Un frammento della Passio di Sancta Venera (BHL 8530) in due pergamene del XIV secolo. Nuovi contributi su Santa Parasceve – Santa Venera, in «Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici Acireale», Memorie e Rendiconti, Serie V, Vol. IX, Acireale, 2010, pp. 233-277.

PLUMARI G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca Comunale di Palermo, Qq H 116.

PLUMARI G., Ricerche storiche della città di Randazzo, 1819, Archivio Privato.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

VIRZÌ S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, Volumi I e III.

FONTI INTERNET

Santa Venera, in «Wikipedia», <http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Venera >, agg. 2014.

Significato e simbologia del cerchio, <http://www.mitiemisteri.it/esoterismo/geometria/cerchio.html >, agg. 2013.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Tutte le fotografie sono state eseguite dall’autrice.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio la dottoressa Franca Maria Garofalo, Biblioteca della Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Palermo, per la cortesia e la grande disponibilità dimostratemi, e per tutto l’aiuto fornitomi.
Ringrazio di cuore la signora Cristina Longhitano e la sua famiglia, proprietari dell’edificio di via Orto, per la gentile disponibilità dimostrata.
Ringrazio immensamente Beppe Petrullo e sua moglie Silvana, per avermi messo in contatto con la signora Cristina Longhitano.

Una nuova proposta interpretativa sui resti architettonici di via Ortoultima modifica: 2015-03-01T21:45:46+00:00da angela-militi
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