Il sistema difensivo della città di Randazzo

Randazzo sorge tra il monte Etna e le propaggini meridionali dei monti Nebrodi, adagiata su un banco lavico preistorico in lieve declino, collocato nel punto di confluenza tra il fiume Alcantara e il torrente Annunziata[1], di forma grosso modo triangolare, con i lati definiti da alte pareti a strapiombo, tranne sul lato meridionale, che fino al 1536, era lambito dal corso del fiume Piccolo. Questa particolare condizione naturale di difendibilità fu, in epoca antica, rafforzata con la costruzione delle mura urbiche.

DSC04417  Figura 1: Randazzo, Veduta di un tratto delle mura sul lato meridionale della città, presso Piazza Loreto

Le mura, fortificavano tutta l’area oggi occupata dal centro storico. Di esse rimangono visibili oggigiorno solo alcuni tratti consistenti, che necessitano al più presto di un intervento di restauro.

tracciato mura oggi Figura 2: Immagine satellitare della città. In rosso i resti dell’antica cinta muraria

Il circuito murario seguiva l’andamento del banco lavico sfruttando le particolari difese naturali offerte dai tre corsi d’acqua che circondavano la città.

Mura e i tre fiumi Figura 3: Veduta satellitare elaborata di Randazzo. In rosso il tracciato dell’antica cinta muraria

Esso si estendeva originariamente per quasi tre chilometri; i tratti attualmente visibili hanno un’altezza compresa, a seconda della conformazione del terreno, fra i cinque e i dieci metri circa, ed uno spessore di circa due metri. L’apparato murario fu interamente costruito in pietra lavica, per la maggior parte legata con malta, impiegata in diverse forme: non sbozzata – di pezzatura prevalentemente medio piccola, in alcuni tratti con disposizione regolare –, grossolanamente sbozzata su una faccia e blocchi squadrati, ad eccezione di alcuni blocchi squadrati di arenaria, utilizzati per le imposte e gli archi di alcune porte e dell’angolata di nord-est, e di laterizi utilizzati nell’arco della porta di San Giuseppe, nella parte inferiore della cortina muraria orientale.

porta aragonese lato interno porta s.giuseppe interno cinta muraria da s.giorgio Figura 4: Parte interna della porta Aragonese
Figura 5: Parte interna porta di San Giuseppe
Figura 6: Particolare dell’angolata di nord-est della cortina urbica

Arco porta s.giuseppe     DSC02249
Figura 7: Arco in laterizio della porta urbica di San Giuseppe
Figura 8: Paramento murario esterno del lato orientale

Lungo il perimetro della cinta muraria, si aprivano dodici porte, delle quali, oggi, ne rimangono solo quattro.

La città si sviluppò principalmente in epoca basso medievale, ma tuttora le sue origini si perdono tra le nebbie dell’antichità. Sulla nascita di Randazzo, i pareri degli studiosi sono discordi. Alcuni, come il reverendo Plumari, fanno risalire la sua nascita alla fine del I secolo a. C., quando l’imperatore Augusto (63 a. C. – 14 d. C.), durante un suo soggiorno in Sicilia, tra la fine del 22 e l’inizio del 21 a. C., decise di far ricostruire l’antica città di Triocala, situata secondo l’erudito, nella vicina contrada di Demna Bianca (Donna Bianca), rimasta distrutta subito dopo le guerre servili. Secondo la tradizione, la nuova città, Triocla, fu cinta di mura, edificate a spese dell’Imperium Romanum[2]. Anche l’ingegnere militare Lanzerotti, confermò la datazione proposta dal reverendo Plumari, perché a suo parere, le mura urbiche erano del tutto simili a quelle della città di Taormina, edificate all’epoca di Augusto[3]. Altri invece ne collocano la nascita intorno all’XI secolo, ai tempi della conquista della Sicilia da parte dei normanni e fanno risalire l’impianto della cinta muraria alla seconda metà del XII secolo. Alcuni piccoli saggi di scavo[4], tuttavia, attestano che il sito su cui sorse la città era già frequentato dalla tarda Età del Rame con continuità durante il periodo greco e del Basso Medioevo. I diversi coltelli in ossidiana, un frammento di ascia-martello in arenaria e frammenti di ceramica assegnabili alla facies culturale di Malpasso, permettono di attestare una frequentazione del luogo durante la tarda Età del Rame. L’epoca greca è attestata dal rinvenimento di alcuni frammenti ceramici a vernice nera, databili tra il IV e il III secolo a. C.[5]. Per il periodo compreso tra la fine del I secolo a. C. e l’XI d. C., al momento, non abbiamo nessuna attestazione archeologica. Tuttavia, una prova potrebbe essere fornita, da un recente studio archeoastronomico eseguito dalla sottoscritta. Analizzando l’aerofotoframmetria di Randazzo, si evince che la porta di San Giuseppe ha un azimut[6] pari a 180 gradi; tracciando da questa porta una linea polare, la stessa incrocia la cinta muraria esattamente dove un tempo si apriva la porta Buxemi; questo porta ad ipotizzare che queste due porte segnassero, un tempo, l’asse Nord-Sud, ovvero il Cardo della Città, nonostante lo stesso non si sia conservato in vista. La porta Aragonese con la porta di Santa Caterinella si presume determinassero, invece, l’asse Est-Ovest, ovvero il Decumanus.

Cardo e Decumanus  Figura 9: Cardo e Decumanus della città

Da recenti studi archeoastronomici, eseguiti sull’architettura romana, è emerso che i Romani orientavano astronomicamente sia le città che il castrum (campo militare). Vitruvio, architetto vissuto nel I secolo a.C., nel suo trattato De Architectura, enumera norme precise per la costruzione della città. Nei riti per orientare la città, il Flamen[7] stava in piedi al centro del sito dando le spalle al Sole e con le braccia distese orizzontalmente; l’ombra, che veniva proiettata dal suo corpo al mezzogiorno locale, indicava l’asse Nord-Sud, cioè il Cardo, mentre la proiezione delle sue braccia sul terreno indicavano l’asse Est-Ovest, cioè il Decumanus.

Figura 14  Figura 10: Proiezione dell’ombra del Flamen al mezzogiorno locale

Dai rilievi topografici eseguiti dal dottor Filippo Bertolo, utilizzando una stazione totale Trimble 5503 DR 200, si è rilevato che la porta Aragonese risulta avere un azimut pari a 106 gradi. Dal momento che questa direzione è inclusa entro l’amplitudine ortiva del Sole, vale a dire nella parte dell’orizzonte orientale compreso tra i punti del sorgere del Sole ai solstizi[8], si può presumere che essa fosse stata orientata verso l’alba, sull’orizzonte naturale locale, del giorno della fondazione della città.

Amplietudine ortiva sole  Figura 11: Punti di levata del Sole, durante l’anno

Dai calcoli astronomici effettuati si rileva che il Sole in quella direzione, nella seconda metà del I secolo a. C., si levava due volte durante l’anno, una in Febbraio e l’altra in Ottobre. Considerato che poteva trattarsi di un luogo di fondazione romana – ed era consuetudine dei Romani orientare, come detto precedentemente, l’urbs, ed altresì nel mese di ottobre non celebravano feste importanti ed in febbraio solennizzavano le feste dedicate ai defunti che poco si conciliano con la fondazione di una città –, l’aver scelto un’orientazione intermedia, tra la direzione della levata del Sole agli equinozi e ai solstizi, porta a presumere che la porta poteva esser stata orientata verso un punto astronomicamente rilevante, anche se non di natura solare. Da un’attenta analisi del cielo visibile dalla porta, andando a ritroso nel tempo, infatti, si riscontra che essa fu orientata verso la parte dell’orizzonte naturale locale, in cui nella seconda metà del I secolo a. C. sorgeva la costellazione di Orione, ed in particolare verso il punto di prima visibilità della stella di prima grandezza Rigel o Beta (β) Orionis e della stella Saiph o Kappa (κ) Orionis quando esse sono in levata eliaca[9], in quanto per una singolare coincidenza, in quel periodo, l’azimut di prima visibilità delle due stelle era per entrambe di 106 gradi. Costellazione, questa di Orione, che fu tenuta molto in considerazione da svariate civiltà in quanto designava i diversi cicli dell’anno agricolo. Secondo i calcoli astronomici, nella prima decade di luglio del 19 a. C.[10], un osservatore, posto presso la porta, vedeva levarsi sull’orizzonte naturale locale prima la stella Rigel e alcuni giorni dopo la stella Saiph.

Figura 16 Figura 12: La costellazione di Orione visibile dalla porta Aragonese nel I secolo a. C.

La cosa è molto interessante in quanto Rigel aveva la sua levata eliaca nella decade in cui i Romani festeggiavano la festa di Poplifugia che significa Volo del popolo. Festa, di cui non sono note le origini, in onore del dio Giove, che, guarda caso, in quei giorni era visibile dalla porta, in alto a Sud-Est, contemporaneamente al pianeta Venere e alla Luna; ad ovest, inoltre, era visibile la costellazione dell’Aquila. È noto a tutti che l’aquila, animale sacro a Giove, fu l’emblema dell’Impero Romano e delle loro legioni; simbolo di rinascita. È possibile che la scelta di questa particolare orientazione astronomica sia stata voluta per celebrare probabilmente la rinascita della città di Triocala[11]. L’analisi archeoastronomica orienta dunque per una cronologia dell’impianto originale intorno alla fine del I secolo a. C.. Nel corso dei secoli, tuttavia, la cortina urbica subì vari rimaneggiamenti e restauri che gli conferirono l’aspetto attuale, senza alterare la struttura originaria della stessa: tra l’XI e il XIII secolo, essa venne dotata di un camminamento di ronda – al quale si accedeva mediante dei gradini in pietra –, largo circa un metro e mezzo, protetto da merlatura di tipo guelfo e rinforzata da otto torri.

cinta muraria dal castello   porta aragonese interno 2
Figura 13: Camminamento di ronda
Figura 14: Porta Aragonese, Resti dei gradini che portavano al camminamento di ronda

La tradizione storiografica ci tramanda che nell’estate de 1210 Federico II di Svevia (1194-1250) insieme alla giovane moglie Costanza d’Aragona (ca 1183-1222), abbia visitato Randazzo: nell’occasione lo stupor mundi rimasto compiaciuto per la salubrità del clima, decise di fermarsi fino alla fine di ottobre e di far edificare le otto torri di difesa delle mura, prediligendo il Maschio come propria dimora nei suoi successivi soggiorni in Città.

DSC01855  Figura 15: Il Maschio delle mura

Altre torri sono attestate all’interno dell’abitato: un atto notarile, redatto dal notaio Manfredi Marotta, difatti, attesta l’esistenza nel 1452, di una turris magna ubicata nel quartiere di San Nicola vicino alla Piazza Soprana e al portico di San Francesco, di proprietà della famiglia Pollichino[12]. Tra la seconda metà del XIV e gli inizi del XVI secolo, la cortina urbica subì alcuni interventi di restauro: nel 1356, nel 1406 e nel 1539. Tra il 1355 e 1356, l’Università della terra di Randazzo restaurò un tratto di mura con la calce sottratta con la forza a Francesca, vedova di Giacomo di Finara[13]. Dai capitoli approvati, nel 1406, da re Martino I a favore dell’Università di Randazzo, apprendiamo che alcune parti delle mura erano crollate, altre necessitavano al più presto di riparazioni, così come le porte urbiche: alcune crollate, altre invece avevano le serrature rotte, pertanto, i Giurati non possedendo tutto il denaro necessario per provvedere al restauro delle mura e delle porte, chiesero un aiuto economico al re[14]. Nel 1539, dopo l’occupazione militare della città da parte dei soldati spagnoli, divenuti ribelli all’imperatore Carlo V, il popolo sentì la necessità di restaurare le mura[15]. Altre informazioni sulla cinta muraria è possibile ricavarle, con i dovuti accorgimenti, dalle fonti iconografiche e cartografiche, che comprendono alcune vedute e piante della città. Una rappresentazione di Randazzo, a cavallo fra il XV e il XVI secolo, ci viene offerta da un particolare de La salvezza di Randazzo, un dipinto posto sopra la porta meridionale della basilica minore di Santa Maria, attribuito, dalla storiografia locale, a Girolamo Alibrandi (1470 ca.-1524 ca.).

DSC02026  Figura 16: Basilica minore di Santa Maria, Ignoto, Veduta di Randazzo nel dipinto La salvezza di Randazzo

La città è raffigurata pressoché ellittica, ben protetta dal sistema difensivo costituito dalla cinta muraria merlata e dalle torri. La porta che si apre sulle mura potrebbe essere identificata con la porta di San Martino. All’interno delle mura si ergono le tre chiese parrocchiali affiancate dai rispettivi campanili e altri edifici sacri. Purtroppo, la raffigurazione del centro abitato è fedele solo in piccola parte alla realtà, in quanto la veduta è assai idealizzata e presenta alcuni errori (per esempio la posizione del campanile della chiesa di San Martino e quello della basilica minore di Santa Maria), molte omissioni (per esempio mancano le porte urbiche che si aprivano sul lato settentrionale e il castello Svevo) e forzature (le torri si concentrano solo su un lato della città).
Discorso simile vale per la veduta di Randazzo offerta dal dipinto La salvezza di Randazzo realizzato da Antonio Bova (1641-1711), conservato nella chiesa dell’Annunziata.

DSC03703 Figura 17: Chiesa dell’Annunziata, Antonio Bova (1641-1701), veduta di Randazzo nel dipinto del La salvezza di Randazzo

Anche in questo caso la città è cinta da mura merlate di tipo ghibellino che però, sono totalmente idealizzate così come gli edifici raffigurati.
La Pianta litografica della città di Randazzo, acclusa alla fine del secondo volume della Storia di Randazzo del reverendo Plumari, offre una descrizione completa e realistica della città alla metà del XIX secolo.

IMG_5175 Figura 18: Pianta litografica della città di Randazzo

L’acquarello è ricchissimo di dettagli e corredato da una legenda esplicativa nella quale sono riportati i nomi degli edifici numerati sul disegno stesso. Il disegno rappresenta la città in una visione prospettica da nord. La cinta muraria è resa con notevole accuratezza, sia nel tracciato che nei particolari: vengono rappresentate le cinque porte urbiche che si aprivano sul lato settentrionale, e quella del Carmine che si apriva sul lato meridionale, il che rende questa pianta la miglior fonte di informazione per ricostruire il tracciato delle mura. L’acquerello, inoltre, raffigura il fiume Alcantara, indicato con l’antico idronimo Onobola[16], e l’antico corso del fiume Piccolo, indicato con l’idronimo Cantara. In realtà, il fiume Piccolo altro non era che il fiume Flascio.

12825307_10207759540654095_691048293_nFigura 19: Fiume Flascio

Esso nasce dalle pendici del monte del Moro, nel territorio del comune di Tortorici, e si sviluppa in direzione Est e poi Nord-Sud fino alla sua immissione nel lago Gurrida.

percorso attuale fiume Flascio      12833286_10207759537214009_1012516955_n
Figura 20: L’attuale corso del fiume Flascio
Figura 21: Il lago Gurrida

Il corso del fiume ha subito ben due radicali cambiamenti nel corso della sua storia geologica[17]. Anticamente il corso del fiume Flascio si sviluppava in direzione Est, poi Nord-Sud ed infine, presso l’odierna contrada Casitta, deviava verso Ovest e s’immetteva nel torrente Saracena.

Percorso Flascio antico      DSC01746 Figura 22: Antico corso del fiume Flascio
Figura 23: Il torrente Saracena

Intorno al 2000-2500 a.C. in seguito ad una colata lavica[18] che sbarrò il suo alveo, deviò il corso verso Est e, attraversando le odierne contrade di San’Elia, Donna Bianca, costeggiando il monastero di San Francesco di Paola e il lato di mezzogiorno della città di Randazzo, si immetteva nel fiume Alcantara.

Percorso Flascio dopo eruzione 2000 a.c.  Figura 24: Corso del fiume Flascio dopo la colata lavica del 2000-2500 a. C.

Successivamente, il 23 marzo 1536, la colata lavica, emessa dal cratere di monte Pomiciaro, ostruì nuovamente l’alveo del fiume determinando la formazione del lago Gurrida.

Percorso Flascio dopo colata lavica 1536 Figura 25: Corso del fiume Flascio dopo la colata lavica del 23 marzo 1536

La Pianta dello abitato di Randazzo realizzata, nel 1852, dall’architetto Rosario Pennisi, offre una puntualizzazione esauriente della situazione della città alla metà del XIX secolo.

IMG_4606Figura 26: Pianta dello abitato di Randazzo, Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 152, autorizzazione prot. n. 1027 del 01-03-2016

Nel rilievo cartografico sono rappresentati alcuni edifici religiosi[19] nonché il tracciato della cinta muraria e le porte urbiche: San Martino, Pugliese[20], Aragonese, Carmine[21], San Francesco di Paola, San Giuseppe e Santa Maria di Gesù.  Il tracciato delle mura, però, presenta un’inesattezza in quanto il convento di Santa Maria di Gesù era ubicato fuori le mura della città e non al suo interno come rappresentato nel rilievo[22].
Il destino dell’apparato difensivo di Randazzo, segue quello della maggioranza delle città italiane: durante il XIX secolo, essendo venute ormai meno le esigenze difensive, alcuni tratti di mura furono demoliti intenzionalmente per favorire l’espansione urbanistica della città.
La più importante opera di demolizione si verificò tra il 1853 e il 1877, come si evince da una mappa catastale datata 1877, quando venne abbattuto un ampio tratto murario, tra la porta di San Giuseppe fino quasi la porta di San Martino; vennero, inoltre, demolite la porta di San Francesco e quella di Santa Maria di Gesù mentre la porta del Carmine era già stata demolita al tempo del reverendo Plumari (ante quem 1849).

IMG_5177Figura 27: Mappa catastale del 1877, la linea rossa indica il tracciato murario ancora esistente, la linea azzurra l’antico alveo del torrente Annunziata

Successive demolizioni sono occorse negli anni successivi. Padre Luigi Magro, ci riferisce che: «nel settembre 1947, dovendosi fabbricare lo stradale che dall’Annunziata, in Città, porta alla Piazza di San Francesco di Paola, scavando il terreno per fare la massicciata, proprio dalla Via Umberto, salendo per Via Margherita, si scoprirono le fondazioni delle antiche Mura della città che, misurate dall’autore delle presenti memorie, erano superiori ai tre metri di spessore»[23].

Le porte urbiche

L’accesso alla città di Randazzo, originariamente, era possibile attraverso quattro porte poste alle uscite del Cardo e del Decumanus (vedi figura 9).

La porta che si apre ad Est, un tempo veniva appellata Porta degli Ebrei, perché fino al 1492 adiacente ad essa si trovava il ghetto ebraico.

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Figura 28: La porta Aragonese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 29: La porta urbica ai nostri giorni
Figura 30: Croce incisa sullo stipite della porta

In seguito fu detta Porta di Santa Maria dato che apparteneva all’omonimo quartiere e successivamente fu detta di San Giuliano in quanto in prossimità della medesima, fuori le mura, vi era una chiesetta dedicata a questo santo; fu anche denominata Porta del Mosto, poiché in passato i cittadini che volevano introdurre il mosto e il vino in Città erano obbligati ad accedere da questa porta, al fine di far pagare loro il dazio riscosso dai Gabellieri; infine fu denominata Porta Aragonese in quanto, secondo la tradizione, Pietro III d’Aragona[24], nel 1282, dopo averla fatta restaurare assieme alle mura, fece apporre tra lo stemma della Città, il leone rampante, ed un altro ancora oggi non identificato, lo stemma della Real Casa di Aragona in Sicilia[25].

DSC06652  Figura 31: I tre stemmi affissi sopra la porta urbica

Quest’ultimo, però, fu adottato come insegna reale per la prima volta da Giacomo II (1267-1327), figlio di Pietro III, incoronato re di Sicilia nel 1285, e rimase poi come stemma della Real Casa di Aragona in Sicilia fino al 1412. Per tal motivo, è probabile, a nostro avviso, che gli stemmi sulla porta, furono apposti dall’Università di Randazzo nel 1406 in quanto le spese per il restauro delle mura e delle porte urbiche furono sostenute in parte dai Giurati e in parte da re Martino I (1374-1409).

Martino_il_Giovane_re_di_Sicilia  Figura 32: Ritratto di Martino I il Giovane

La porta che si apriva ad Ovest, di cui non si conosce il nome con cui fu originariamente indicata, fu denominata, in tempi più recenti, Porta di Santa Caterinella, così chiamata per la vicinanza dell’omonima chiesetta ubicata fuori le mura. La porta, di cui resta oggi ricordo nel toponimo della via Santa Caterinella, al tempo del reverendo Plumari, risultava già demolita mentre esisteva ancora il varco per cui si scendeva al fiume, rappresentato sia nella Pianta dello abitato di Randazzo sia nella mappa catastale del 1877.

IMG_0319  Figura 33: Particolare della mappa catastale del 1877

La porta che si apre a Sud, un tempo veniva appellata Porta della Sciarotta, per via di una piccola sciara che si era formata in seguito alla colata lavica detta della Pignata.

porta s.giuseppe esterno  Figura 34: Porta di San Giuseppe, parte esterna

Fu anche chiamata Porta dei Sogli in quanto da essa si introduceva in Città la pietra per edificare; successivamente fu detta Porta di Sant’Anna per la vicinanza dell’omonima chiesetta; infine, quando in questa chiesa, in seguito alla demolizione della chiesa di San Giuseppe[26], fu trasferita la statua del Patriarca, la stessa e la porta furono denominate di San Giuseppe.

Per porta di San Giuseppe  Figura 35: Cartolina d’epoca in cui si vede la porta urbica e la chiesa di San Giuseppe

La porta che si apriva a Nord, fu detta Porta di Buxemi. Si presume che essa abbia preso il cognome della famiglia che abitava nelle vicinanze della stessa; in seguito fu chiamata dal popolo Porta della Fontana Vecchia in quanto sottoposta ad essa vi era la fontana grande detta del Roccaro. Nel gennaio 1847 una forte tempesta distrusse la porta e parte delle mura comprese tra il convento di San Domenico e la chiesa di Santa Margherita.

DSC08329  Figura 36: Fontana del Roccaro

Nei pressi della porta sorgeva un antico ponte, crollato a causa di una piena.

DSC01829  Figura 37: L’antico ponte che sorgeva nei pressi della porta di Buxemi

A queste ne vennero aggiunte in seguito altre cinque, quattro sul lato settentrionale e una sul lato occidentale.

Figura 38: Mappa interattiva (cliccare sui puntini verdi per visualizzare nomi e immagini delle porte urbiche)

Sul lato settentrionale, vennero aperte:
la Porta dell’Erba Spina, dall’omonima fontana che vi era al tempo dell’Omodei «con un gran stagnone ed una beveratura per i cavalli, d’acqua sommamente fredda, con alcuni molini da grano»[27]; in seguito fu detta Porta del Quartararo perché vicino, probabilmente, vi era l’abitazione di un artigiano che realizzava quartare[28]; oggi resta solo la gradinata che conduceva a detta porta.

DSC02043  Figura 39: La gradinata che conduceva alla porta dell’Erba Spina

La Porta della Fontana Nuova, la cui origine fu legata all’esistenza, in passato, di una piccola fontana, che si trovava sottoposta ad essa; in seguito fu detta Porta di Santa Maria in quanto ubicata in prossimità dell’omonima chiesa.
La Porta Pugliese dal popolo detta Porta Pugrisa, probabilmente denominata così per la presenza sul posto di una famiglia che portava questo cognome.

IMG_0311 de Roberto p. 23 porta pugliese da fuori le mura porta pugliese particolare
Figura 40: La porta Pugliese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 41: La porta urbica, prima del recente restauro della gradinata fuori le mura
Figura 42: Dettaglio del sistema di chiusura superiore del fornice

Originariamente fu detta Porta Martinetti dal nome di una contrada vicina, al di là del fiume; fu detta anche del Ponte Nuovo, in quanto nei pressi della stessa sorgeva il «ponte grande di Randazzo, di bella fabbrica, tra la città ed il monte altissimo di san Marco»[29].

DSC01884  Figura 43: Ruderi del Ponte Nuovo

Da questa porta si faceva accedere alla Città il bestiame destinato al macello. Nel 1299 essa fu testimone muta dello scontro tra i randazzesi, fedelissimi di re Federico III, e il duca Roberto d’Angiò (1277-1343), detto il Saggio; durante l’assedio, sotto una pioggia di pietre, restarono uccisi alcuni ufficiali francesi e il Duca fu costretto a ritirarsi.
La Porta della Giustizia, così denominata in quanto da essa venivano fatti uscire, dalla Città, i fuorilegge condannati a morte, detenuti nel carcere della città[30], per essere giustiziati sulla Timpa di San Giovanni. Successivamente fu chiamata Porta della Fiera poiché da essa veniva introdotto il bestiame per il mercato che si teneva per la festa di San Giovanni Battista. Nel 1406 la porta risulta già crollata insieme a parte delle mura, probabilmente a seguito di un devastante temporale[31]. Oggi resta solo la gradinata che conduceva a detta porta.

DSC02039  Figura 44: La gradinata che conduceva alla porta della Giustizia

Sul lato occidentale venne aperta la Porta della Dogana, detta anche Porta di San Martino per la vicinanza dell’omonima chiesa.

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Figura 45: La porta di San Martino in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 46: La porta urbica oggi

Nel 1535, l’imperatore Carlo V da essa fece il suo ingresso in città. Nel 1539 i suoi battenti furono dati alle fiamme dai soldati spagnoli, divenuti ribelli all’imperatore Carlo V. Ritiratosi i saccheggiatori, i battenti furono rifatti anche se non fortificati «da quella moltitudine di chiodi che aveano gli antichi»[32]. L’arco, invece, venne ricostruito nel 1753, come ricorda la data incisa sulla chiave di volta, in occasione della visita del duca De La Viefuille, viceré di Sicilia.

DSC03968  Figura 47: Chiave di volta dell’arco con incisa la data: 1753

In questa occasione venne rimossa anche la lapide in arenaria, ormai divenuta illeggibile, che, secondo la tradizione storiografica, era stata fatta apporre da Pietro III d’Aragona, nel 1282, insieme allo stemma della Real Casa di Aragona. L’iscrizione recitava:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Petro ab Aragoniae Regibus Siciliae Primo / S(enatus) P(opulus) Q(ue) TR(iocla) / P(artu) A(nno) MCCLXXXII / Senatoribus / Petro Spatafora barone Jachii / Damiano Statafora barone Spanionis / Nicolao de Antiochia ex baronibus Capicii / Jo(hannes) Manfredo Pollichino barone Turturichi / Francisco Homodei barone Malecti / Corra{l}do Lancea barone Sinagrae[33]

Successivamente fu chiamata dalla Sovraintendenza dei Ponti e Strade Porta di Palermo, in quanto per la medesima passava la Strada Rotabile Regia che da Palermo conduceva a Messina, intersecando la Città[34]. Padre luigi Magro ci riferisce che in «occasione della Guerra Italo-Tedesca contro gli Anglo-Americani, quando la Sicilia veniva invasa nel luglio 1943, i Tedeschi tolsero i pezzi che formavano l’arco per rendere più agevole il passaggio dei grandi autocarri e carri armati, però tanto la porta quanto le mura di cinta hanno resistito alle molteplici esplosioni di bombe americane lanciate a profusione»[35]» . Un primo intervento di restauro fu eseguito, subito dopo la seconda guerra mondiale, fu in quell’occasione che ai lati della stessa vennero affissi i resti dei due leoni stilofori che un tempo si trovavano affissi «nel Piano di questa Collegiata Parrocchiale Chiesa di S. Martino». Un secondo recente intervento di restauro, interessò la parte interna della porta.

Tra il XVI e il XVIII secolo, vennero realizzate le ultime tre porte urbiche sul lato meridionale della cortina urbica.

Figura 48: Mappa interattiva (cliccare sui puntini verdi per visualizzare nomi e immagini delle porte urbiche)

Nel 1539 durante i lavori di restauro delle mura, fu aperta la Porta di Santa Maria di Gesù, per agevolare l’ingresso alla città dei religiosi che abitavano nel convento dei Minori Osservanti. Essa fu demolita durante i lavori di ampliamento dell’attuale piazza San Pietro.
Nel 1559 per agevolare i fedeli che frequentavano la chiesa del convento dei padri Carmelitani fu aperta la Porta del Carmine. Essa fu abbattuta al tempo del reverendo Plumari, per consentire l’allargamento della strada Regia Rotabile da Palermo a Messina e, sostituita inizialmente da due pilastri che in seguito furono rimossi insieme a delle strutture che servivano per la Fiera dell’Annunziata[36]. Detto varco fu quindi appellato dalla Sovraintendenza dei Ponti e Strade Porta di Messina.
La dodicesima, ed ultima, porta urbica, fu aperta nel 1622 di fronte alla chiesa di San Francesco di Paola da cui ne prese il nome. A ricordo di questo evento, sulla porta fu posta una lapide commemorativa che recitava:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Philippo Austriae III / Rege / Philiberto-Emmanuele
Siciliae Viceregnante / Anno Domini / 1622
[37]

Le torri

Delle otto torri che rinforzavano la cortina muraria ne restano oggi solo tre: il castello Svevo, la torretta rompitratta sul lato settentrionale e la torre situata nel settore sud-occidentale, la parte più alta della città, la quale ancora riporta il toponimo Torre.

Figura 49: Mappa interattiva (cliccare sulle torri per visualizzare le immagini)

Nel lato occidentale della cortina urbica, a strapiombo sul torrente Annunziata, si erge maestoso il Castello Svevo, in passato conosciuto anche come Regio Castello.

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Figura 50: Il Regio Castello in una foto degli inizi del Novecento
Figura 51: Castello Svevo, prospetto principale

Esso è ubicato nel quartiere di San Martino, il più antico dei tre quartieri e sede del potere cittadino, in quanto ivi sorgevano il Palazzo Reale e le abitazioni della locale nobiltà di un tempo.

Palazzo reale     palazzo gatto quartiere s.martino
Figura 52: Palazzo Reale
Figura 53: Palazzo nobiliare

Secondo la tradizione storiografica, Federico II di Svevia, che amava soggiornare in città, fece del Regio Castello la propria dimora. La mancanza di documenti ci impedisce di conoscere chi fu l’architetto a cui l’Imperatore affidò l’edificazione del Castello.
Da recenti studi archeoastronomici, risulta che l’edificio è orientato verso il punto di tramonto del Sole, all’orizzonte naturale locale, nel giorno del 26 dicembre (calendario giuliano) del XIII secolo; questa data risulta molto significativa in quanto è il giorno di nascita di Federico.
Non stupisce neanche che egli abbia fatto innalzare le otto torri, in quanto a tutti è noto il legame del sovrano con il numero otto. Per fare alcuni esempi: nasce a Iesi il 26 (la somma di queste due cifre fa otto) dicembre 1194; fu incoronato ad Aquisgrana il 26 (la cui somma fa otto) dicembre 1208 in una cappella ottagonale; fece edificare Castel Del Monte (forma ottagonale) e la torre ottagonale di Enna[38]; morì nel 1250, la cui somma fa otto; visse 56 anni un multiplo del numero otto; e solo alla fine del 1700 si scoprì che si fece seppellire con un anello formato da uno smeraldo circondato da otto petali d’oro. Numero che fu inserito anche nella torre centrale del Regio Castello, dove il coronamento della parte superiore dei lati orientale ed occidentale è caratterizzato da un motivo di otto archetti a tutto sesto[39].
Un’iscrizione posta sulla sommità del portale d’ingresso fornisce alcune preziose informazione sulla storia del Castello.

DSC03618  Figura 54: L’iscrizione posta sul portale d’ingresso del castello

Il testo, disposto su dieci linee, così recita:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Quas prius sub Phi`l´ippo II / Ci(vitatis) iurati aere pu(bblico) pu(bblicas) carceres extruxerunt / Nunc proprys su(m)ptib(us) in augustiore(m) forma(m) redactas / Castru(m) Regiu(m) Regio diplomate sibi suis(que) perpetuo co(n)cessu(m) / Philippo IIII Feliciter Regnante / d(on) Fran(cisco) de Mello Comite Asumariae Regni vices gere(n)te / d(on) Carol(us) Romeo d(on) Vince(n)nty ex d(on) Bartholomeo filio nepos / ia(m) medy grani recens eiusde(m) Castri Prim(us) Baro ac Regi(us) Miles / iustitiae et Urbis Praesidium ac Decus MDCXXXX[40]

Dunque, nella seconda metà del XVI secolo, durante il regno di Filippo II di Spagna (1527-1598)[41], i giurati della città, a spese pubbliche, trasformarono il castello, in pubblico carcere. Successivamente durante il regno di Filippo IV di Spagna (1605-1665)[42] l’Università della Terra di Randazzo, per non perdere la sua demanialità, fu costretta a vendere lo stesso, per pagare al Regio Fisco il contributo richiesto[43]. Esso fu acquistato da don Carlo Romeo, figlio di Vincenzo e nipote di Bartolomeo. Egli lo fece restaurare, a sue spese, restituendogli il suo aspetto di maestoso castello, acquisendo così il titolo di Barone del Castello di Randazzo.
Il castello rimase di proprietà della famiglia Romeo fino al 1738, anno in cui fu ceduto, insieme al titolo, a don Mattia Vagliasindi per il figlio Michelangelo.
Successivamente, a seguito della soppressione in Sicilia della feudalità, la famiglia Vagliasindi cedette il castello, in enfiteusi, al Comune di Randazzo, dietro il pagamento del canone annuo di 20 once, riservandosi, però, il titolo.
Il castello fu nuovamente adibito a carcere fino al 1973, anno in cui fu dichiarato malsano e inabitabile[44]. Dell’orrore di tale carcere ci racconta Lionardo Vigo, di passaggio da Randazzo nel luglio del 1833:

19 luglio a 15 ore

Le carceri……. io non so visitare un paese senza versare una lagrima su le case di forza: l’orrore, la melanconia di quelle mura hanno un’arcana eloquenza pel mio cuore. – Queste sono un fortilizio del medio evo – tetre fuori, come entro: sulla porta è una grande aquila di marmo bianco; sono deserte: = quell’aquila abbandonata, quello spaventoso silenzio, quei feri, quelle catene….. non parlano un linguaggio, che ravvicina più idee, più passioni, più secoli?
L’atrio recondito della tortura, i macigni per attorcervi le corde, l’altissimo perno delle carrucole, tutto è vivo: dalle mie ossa salendo un fremito mi ricerca l’anima tutta, che conturbata riposa sulla immagine di Beccaria, che vien l’ultima, ma la più dolce e cara.
– Cavati nell’umida pietra, su cui sorge l’edificio, sono tenebrosi sotterranei pertugi, che furono stanza agl’imputati: non sono cinque palmi lunghi, quattro alti: ai rinchiusi era negato tutto, sin l’aria: concedeasi solo dalla pietà feroce un tozzo di pane, un bicchier d’acqua….. Poteansi scolpire su’ catenacci, che li chiudevano, le parole di morte della città dolente – fuggite ogni speranza.
È poco che si aperse una di quelle buche; vi si rinvenne incadaverita una monaca….. forse imputata di sortilegio…… Ma come morì? chiedeva nel mio raccapriccio al custode – se la scordarono forse; – forse!
E si scorda vivo sepolto un’essere, il quale ha diritto alla vita quanto i malvagi stessi, che ivi lo chiusero….. ed ha grandi diritti alla pubblica compassione, perché era infelice!
Ricuso visitare la camera dei teschi (cammira di li crozzi). – Ho bisogno vivissimo d’aria e di luce: ascendo il palco superiore: respiro. – La vastità de’ campi e del cielo mi solleva; abbasso gli occhi sur un involto di cenci luridi di sangue: è il cadavere di un neonato, figlio dell’incesto, vittima del parricidio: il padre lo ebbe dalla figlia, e nato lo diede di sua mano alla morte. – Questo gruppo di misfatti mi fece rabbrividire di raccapriccio: vedete quanto siamo civili!
[45]

L’aspetto che oggi ha il Castello Svevo è dovuto ad un restauro effettuato agli inizi degli anni Novanta.
Esso dal 1998 ospita il Museo Archeologico “Paolo Vagliasindi”.
Il complesso è caratterizzato da un corpo centrale più elevato e due corpi laterali.
Sul lato orientale si apre il monumentale portale con stipiti ed arco a tutto sesto in pietra lavica, unico accesso al castello.

DSC03616  Figura 55: Il portale del prospetto principale

Sopra il portale campeggia la lastra lapidea sovrastata dallo stemma di Filippo IV di Spagna.

DSC03616 stemma  Figura 56: Lo stemma di Filippo IV di Spagna

Un’altra iscrizione recita:

O voi che // intrati // usciti di / speran / za / di / fug[46]

Un ammonimento per i carcerati che si accingevano ad entrare in questa tetra e sinistra prigione, che mai avrebbero avuto occasione di fuggire.
La parte sommitale del complesso si caratterizza per la presenza di una merlatura continua lungo i tre corpi di fabbrica, quella del corpo centrale poggia su un coronamento ad archetti ciechi.

L’attuale poderoso palazzo che sorge in via Torre, altro non è che l’antica torre situata all’angolo sud-occidentale della cortina muraria.

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Figure 57-58: La torre angolare di sud-ovest

Essa si erge nella parte più alta della città e per la sua particolare e strategica posizione dominante, in passato, dovette svolgere un importante ruolo difensivo e di controllo del territorio.
A causa della mancanza di documenti non è possibile ricostruire le vicende storiche della torre, certo è che quando venne meno la sua funzione difensiva, essa, dopo diversi rimaneggiamenti, fu adibita a dimora gentilizia, come si evince dallo stemma posto sull’arco della bifora del primo piano della facciata.

DSC01889  Figura 59: Stemma gentilizio posto sull’arco della bifora 

Il complesso attualmente, è composto da due corpi di fabbrica rettangolari affiancati, il più alto termina con merlatura aggettante su beccatelli e archetti, mentre il più basso era affiancato da un terzo corpo, demolito dopo il 1933, come si evince da una cartolina d’epoca che ritrae il palazzo sullo sfondo.

970888_10151519182106975_400947102_n  Figura 60: Cartolina d’epoca con la torre sullo sfondo

Sul lato settentrionale della cortina urbica, tra il monastero di San Giorgio e la porta dell’Erba Spina, si erge una torretta rompitratta, a pianta semicircolare, impostata su una roccia.

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Figura 61: Lato settentrionale della cinta muraria, nei pressi del monastero di San Giorgio, con la torretta rompitratta in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 62: La torretta rompitratta, oggi

Sempre sul lato settentrionale del circuito murario, tra la porta di Buxemi e la porta della Giustizia, fino al secolo scorso, si trovava un edificio conosciuto nel XVI secolo come “Torrazza”, che altro non era come ci riferisce padre Luigi Magro che la «torre che ora è rimasta unica tra le torri della Città ed era, come lo è tuttora, sulle antiche mura mantenendo ancora i merli che la sovrastavano»[47].
Essa, quando perse la sua originale funzione militare, divenne la residenza gentilizia della famiglia Russo. Successivamente la torre fu ceduta alla nobile famiglia Floritta, la quale, il 20 aprile del 1519, con atto rogato dal notaio Vincenzo de Luna, la cedette ai padri domenicani i quali la inglobarono nel loro nuovo convento[48].
A seguito dei danni subiti durante i bombardamenti del luglio-agosto del 1943, la torre venne demolita e al suo posto fu costruita una struttura pubblica.
Dell’antica Torrazza non rimane altro se non una fotografia, dei primi del Novecento, pubblicata dal De Roberto nella sua opera Randazzo e la Valle dell’Alcantara.

IMG_0301 de Roberto p. 82  Figura 63: L’antica Torrazza immortalata dal De Roberto

DOCUMENTI

NOTE

[1] Nella cartografia ufficiale il torrente è indicato con l’idronimo Vallone del Gurrida. Il suo antico idronimo era Cantara, l’erudito Antonio Filoteo degli Omodei nella sua Descrizione della Sicilia, riporta che il fiume Cantara «Discende per due ruscelli, ambidue sopra Randazzo, dal sinistro lato dell’Appennino, e per il destro d’essa città; l’uno da esso Appennino, sopra la città circa tre miglia, al dritto quasi di Tortorice, in una valle profonda, da una fonte detta Saliciazzo, e lasciando nel sinistro lato le antiche ruine di Randazzo il vecchio, e dalla destra un paese detto Roccabellia, cala giù come un ruscello per quella valle; ed un altro, ma picciolo, dalla parte di ponente sopra la città di Randazzo, circa a tre altre miglia, cagionato da molti fonti, che da certi monti di là dalla città per la parte di tramontana vi discendono, che unitisi insieme fanno un rivo, che scendendo giù ed accostandosi alla città, vi passa sotto le mura ed il piano di San Giovanni; ed arrivando alle fontane vecchia e nuova della città circa un tiro di balestra, giù si congiunge con l’altro; e quivi, pigliando il nome di Randazzo, insieme arrivano al ponte grande di Randazzo», Omodei A. F., Descrizione della Sicilia nel secolo XVI, in «Biblioteca storica e letteraria di Sicilia», a cura di Gioacchino di Marzo, vol. XXIV, VI della seconda serie, Palermo, 1876, pp. 47-48. Nel XIX secolo era noto con l’idronimo Vallone, Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 626.
[2] Ivi, vol. I, Libro III, cap. I, p.270.
[3] Ivi, p. 266.
[4] Purtroppo, fino ad oggi, all’interno della città sono stati effettuati solo tre saggi di scavo archeologico. Essi sono stati eseguiti dall’associazione SiciliAntica in collaborazione con la Soprintendenza di Catania. Il primo, nel 1998, è stato effettuato all’interno del monastero di San Giorgio ed ha interessato due aree: la prima, un locale attiguo al campanile, l’altra una piccola zona del giardino. Il secondo, nel 2000, in occasione dei lavori per la sistemazione della pavimentazione della via Dei Lanza. Il terzo, infine, nel 2001, in occasione dei lavori per la sistemazione della pavimentazione nei pressi del campanile della chiesa di San Martino.
[5] Scarpignato G., Randazzo (CT) – Attività di scavo e ricerca archeologica, <http://www.siciliantica.it/scavi_archeologici/randazzo.htm>, agg. 2016.
[6] La distanza angolare, misurata in senso orario, tra il punto cardinale Nord e qualsiasi punto sull’orizzonte astronomico locale è detto Azimut. Convenzionalmente, il Nord ha azimut pari a 0 gradi, l’Est avrà un azimut pari a 90 gradi, il Sud a 180 gradi e l’Ovest a 270 gradi.
[7] Sacerdote.
[8] Alla latitudine di Randazzo va da un azimut astronomico pari a 59 gradi al solstizio estivo fino ad un azimut di 119 gradi al solstizio invernale.
[9] Quando la stella, appena sorta, si trova pochi gradi sopra l’orizzonte locale prima del sorgere del Sole.
[10] Per effetto della precessione degli equinozi la data e l’azimut della levata eliaca di una stella variano.
[11] Militi A., Randazzo segreta. Astronomia, Geometria sacra e Misteri tra le sue pietre, Tipheret, Acireale-Roma, 2012, pp. 44-48.
[12] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 4, cc. 3v-10v (1452).
[13] Vedi Documenti, I.
[14] Vedi Documenti, II.
[15] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 628.
[16] Il nome attuale del fiume Alcantara deriva dal termine di origine araba al Qantarah “il ponte”, in riferimento ad un ponte romano che sorgeva nei pressi della foce del fiume. Lo storico greco Tucidide lo chiama Akesine. Mentre lo storico Appiano di Alessandria lo chiama Onobola.
[17] Bacino Idrografico del Fiume Alcantara, in «Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (P:A:I:)», Regione Siciliana Assessorato Territorio e Ambiente, 2006, <http://www.parcoalcantara.it/pdf/Relaz.Bacino096.pdf>, agg. 2016, pp. 20-21.
[18] Caffo S., Le sciare di S.Venera (Maletto), <http://www.cataniaperte.com/etna/vulcanologia/index1.htm>, agg. 2016.
[19] San Martino, Santa Barbara, San Domenico con l’annesso convento, San Nicola, Santa Caterina con l’annesso monastero, Santa Maria, San Giorgio con l’annesso monastero, Carmine con l’annesso convento, Annunziata, Santo Spirito, San Gregorio, San Francesco d’Assisi con l’annesso convento, San Francesco di Paola con l’annesso convento, San Pietro, Santissimo Salvatore della Placa con l’annesso collegio di San Basilio, Santa Maria di Gesù con l’annesso convento.
[20] Riportata con il nome di Puglisi.
[21] Indicata con il nome di Santa Maria.
[22] Giovanni dei Cappuccini, Storia di Castrogiovanni: Enna dalle origini al XVIII secolo, a cura di Carmelo Bonarrigo, Palermo, Biblioteca Francescana – Officina di Studi Medievali, 2009, c. 723, p. 246: «il secondo è fuora delle mura verso mezo giorno governato da RR.P. de minori osservanti».
[23] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43, Prima Parte: Randazzo Civile, c. 57, p. 62.
[24] Fu re di Sicilia con il nome di Pietro I di Sicilia dal 1282 al 1285.
[25] Inquartato in decusse con aquile affrontate e coronate.
[26] La quale si trovava presso la sacrestia della chiesa di Santa Maria.
[27] Omodei A. F., Descrizione della Sicilia nel secolo XVI, op. cit., p. 50.
[28] Recipiente in terracotta fornito di due grossi manici nella parte superiore. In Sicilia utilizzate per trasportare acqua e vino.
[29] Ivi, p. 48.
[30] Da un atto rogato dal notaio Pietro Marotta, il 21 luglio 1456, apprendiamo che il carcere con tutte le ferramenta e gli attrezzi fu, da Simone Russo, vicesecreto di Randazzo, e Villanova di Villanova, capitano della città, concesso per un anno in accomenda, per 7 fiorini, a Jacopo Galassu, a causa dell’anzianità dell’attuale carceriere Nicolao di Antone. Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 229v-230r.
[31] Vedi Documenti, II.
[32] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 627.
[33] Il reverendo Plumari si limita a riportare il testo dell’iscrizione, trascritto dal decano Pietro di Blasi in un suo manoscritto, e, in nota, la disquisizione di don Prospero Ribizzi sui sei personaggi nominati nell’iscrizione (Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Libro VI, pp. 153-154).
Sull’autenticità dell’iscrizione, nutriamo molti dubbi, soprattutto se si considerano le evidenti discordanze tra i personaggi citati nel testo e la datazione espressa.
Secondo il Ribizzi «A Pietro Spatafora fù donata la Baronia di Jaci. In seguito Re Federico II, in escambio di questa Città, donò a Pietro la Baronia di Traina nell’anno 1304. Poi questo sovrano nel 1306 donò a Ruggiero Spatafora figlio di Pietro, in cambio di Traina la Baronia di Roccella Val Demena». Da un’attenta ricostruzione delle vicende storiche della terra di Jaci (Aci), dalla conquista normanna della Sicilia fino a quando fu dichiarata terra demaniale, risulta alquanto improbabile che la baronia di Jaci sia stata donata a Pietro Spatafora. Nel 1092, il Gran Conte Ruggero (1031ca-1101) concesse Iachium cum omnibus pertinentiis suis ad Angerio, vescovo di Catania. Nel 1233 Federico II di Svevia rimosse il vescovo di Catania, Gualtiero di Palearia, della giurisdizione su Aci che quindi passò al regio demanio. Nel 1266 Carlo I d’Angiò (1226-1285) concesse nuovamente la giurisdizione su Aci al vescovo di Catania. Nel 1287 Giacomo I (1267-1327) nomina Forti Tudisco governatore di Aci. Nel 1296, Federico III (1373/4-1337) concesse Aci all’ammiraglio Ruggero di Lauria, la donazione fu confermata nel 1297 da papa Bonifacio VIII. Morto Lauria nel 1305, la terra di Aci passò per successione alla figlia Margherita ma nel 1320 le fu confiscata da Federico III «propter crimen ribellionis», e ceduta a Blasco d’Alagona. Aci appartenne agli Alagona, tranne dal 1341 al 1348 che fu posseduta dal duca Giovanni, fino a quando, nel settembre del 1398, re Martino il Giovane (1374-1409) fece dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che le terre acesi dovevano rimanere in perpetuo nel regio demanio (Terra Jacij esse et esse debere in perpetuum de demanio) (Donato M., Vicende storiche dei casali dell’Università di Aci, <http://www.accademiadeglizelanti.it/2000/vicende%20storiche. pdf>, agg. 2016). Un certo Pietro Spatafora viene menzionato in un diploma emanato da Pietro III d’Aragona, il 14 novembre 1282, con il quale il re ordina a Iusuf Ravaya suo tesoriere, di pagare a Pietro Spatafora sei once d’oro, che lo stesso dovrà corrispondere, per parte della Curia, a certi mercanti come prezzo di una certa quantità di vino acquistata (Silvestri G., De Rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283), in «Documenti per servire alla storia di Sicilia», Prima Serie – Diplomatica, vol. V, Palermo, 1882, doc. CCLXXV, p. 228). Re Giacomo scrive, il 14 maggio 1292, all’infante Federico di voler confermare a P. Spatafora «ad officio capitanie et castellanie terre et castri Balnearie» (La Mantia G., Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, in «Documenti per servire alla storia di Sicilia» Serie I, Palermo, 1956, vol. II, pp. 181-182). Nel 1294, Pietro Spatafora ricopre ancora la carica di capitano e castellano di Bagnara. Federico III concesse a Pietro Spatafora e ai suoi eredi il reddito di 50 once sui proventi di Troina, sotto servizio di due cavalli armati e mezzo. Pietro risulta già morto il 27 aprile 1306, quando il sovrano promise di assegnare agli eredi i proventi su rendite di altri centri demaniali (Marrone A., Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390), ad vocem Spatafora, p. 403). Un Pietro Spatafora il 20 settembre 1362 viene nominato giudice della terra di Randazzo (Archivio di Stato di Palermo, Fondo Protonotaro del Regno, vol. 1, f. 74r). Nel 1366 egli ricopre la carica di secreto di Randazzo (Archivio di Stato di Palermo, Fondo Real Cancelleria, vol. 10, f. 24v), mentre il 12 aprile 1371 risulta già morto (Archivio di Stato di Palermo, Fondo Real Cancelleria, vol. 6, ff. 64r-65r).
Su Damiano Spatafora il Ribizzi si limita a riportare che le fu donata da Pietro III d’Aragona la baronia di Spanò. Di questa donazione, però, allo stato attuale, non si è trovato riscontro nei documenti. Dai documenti risulta, invece, che Pietro II di Sicilia (1304-1342), l’8 novembre 1337, confermò al dominus miles Damiano Spatafora, figlio ed erede di Ruggero, l’investitura della terra di Roccella, dalla quale secondo la Descriptio feudorum del 1335 egli ricavava 150 once (Mirazita I., Documenti relativi all’epoca del Vespro tratti dai manoscritti di Domenico Schiavo della Biblioteca comunale di Palermo, Palermo, 1983, p. 188). Qualche anno dopo, il 17 maggio 1343, re Ludovico (1335/7-1355) concesse a Damiano, domiciliato a Randazzo, la foresta «de Revocato seu Iardinelli et la Mancusa» (Barberi G. L., I Capibrevi, pubblicati a cura di Giuseppe Silvestri, Palermo, 1886, vol. II: I feudi del Val di Demina, p. 51).
Nicola d’Antiochia è stato identificato, dal Rabizzi, con il figlio di «quel Corrado, ch’era stato Vicario del Regno di Sicilia per parte di Corradino. Federico De Antiochia, fratello di Nicolò, fu poi nella Città di Enna dal Re Federico II Aragonese investito Conte di Capizzi». In realtà, la reale identità del personaggio resta dubbia in quanto Corrado I d’Antiochia (1240/1-ca 1320) figlio di Federico d’Antiochia, a sua volta figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia, sposò Beatrice Lancia dalla quale ebbe otto figli: Federico, Bartolomeo, Francesco, Costanza, Imperatrice, Corrado, Galvano e Giovanna (Meriggi A., Corrado I d’Antiochia, <http://www.treccani.it/enciclo-pedia/corrado-i-d-antiochia_(Federiciana)/>, agg. 2016).
Francesco Homodeo, secondo il Ribizzi, fu investito barone di Maletto ed era il padre di Nicolò «che appare investito della stessa baronia di Maletto nell’Anno 1320». In realtà da I Capibrevi del Barberi, apprendiamo che, il 13 aprile 1344, re Ludovico investe il notaio Francisco de Homodei, domiciliato a Randazzo, del feudo di Maletto, acquistato, per 125 once, in data 16 gennaio 1344 da Margaritam, unica erede di Nicholaum de Homodeo. Alla morte del notaio Francesco Homodeo, gli successe il figlio Simone (Barberi G. L., I Capibrevi, op. cit., vol. II: I feudi del Val di Demina, pp. 225-226).
Infine, l’identificazione di Giovanni Pollichino seppur risulta esatta, essa è in disaccordo, però, come vedremo, con la datazione espressa, mentre Corrado Lancia viene erroneamente identificato con Corrado Lancia cognato di Ruggero Lauria. Alcuni documenti ci hanno permesso di identificare questi due personaggi. Il 6 aprile 1356, re Federico IV (1341-1377) invia una missiva a Corrado Lancia, barone di Sinagra e Giovanni Pollichino, barone di Tortorici, per congratularsi con gli stessi, per aver coraggiosamente resistito ai tentativi di ribellione, che volevano attuare alcuni nemici in Randazzo, approfittando della visita dell’infante Eufemia nella stessa terra (Plumari G., Codice Diplomatico della Fedelissima e Piena Città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15, f. 32r). La terra di Sinagra fino al 1250 apparteneva alla Regia Corte, poi dalla stessa venne concessa alla diocesi di Patti. Il primo barone della terra di Sinagra fu Manfredi Lancia che fu investito di questo titolo nobiliare, dopo aver acquisito, intorno al 1320, la terra. Alla morte di costui la terra e il titolo passarono poi per successione al figlio Corrado (San Martino De Spucches F., La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origini ai nostri giorni (1925), Palermo, 1931, vol VII: Quadro 873 a quadro 1062 (Ristampa anastatica, a cura di Mario Gregorio, 2013), p. 393).
[34] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Prima Parte: Randazzo Civile , c. 69, p. 72.
[35] Ivi, c. 69, p. 71.
[36] Ivi, c. 70, p. 73.
[37] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 630.
[38] Residenza estiva dell’imperatore svevo, secondo la tradizione, fu un’opera di Riccardo da Lentini (importante architetto militare della corte sveva di Federico II). Le sue origini, secondo recenti studi di, risalgono alla metà del XIII, fattore quest’ultimo che avvalora la tesi che a volerla fu Federico II.
[39] Militi Angela, Randazzo segreta, op. cit., pp. 61, 62.
[40]La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni e distinguendo tra u e v in base al valore fonetico assunto dal singolo segno. Non sono riprodotti gli interpunta. Con apici alti ` ´ si segnala la correzione del testo fatta dallo scriptor; con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[41] Fu re di Sicilia con il nome di Filippo I di Sicilia dal 1556 al 1598.
[42]Fu re di Sicilia con il nome di Filippo III di Sicilia dal 1621 al 1665.
[43] Agati S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988, p. 190.
[44] Ivi, p. 191.
[45] Vigo L., Lettere di Lionardo Vigo a Ferdinando Malvica sopra una gita da Catania a Randazzo, in «Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia», Tomo X, Anno III, Palermo 1834, pp. 208-209.
[46] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni. Le lettere attualmente perdute ma note perché trascritte da altri studiosi sono state trascritte con l’uso della sottolineatura. Si è inserita una doppia barra obliqua // per segnalare la fine della sezione.
[47] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Parte Seconda: Randazzo sacra, c. 101, p. 328.
[48] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice VII, p. 651.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO DI STATO DI CATANIA
Fondo notarile di Randazzo
notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 4.
notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5.

ARCHIVIO DI STATO DI PALERMO
Fondo Protonotaro del Regno, voll. 1, 2.
Fondo Real Cancelleria, voll. 6, 10.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AGATI S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988.

BARBERI G. L., I Capibrevi, pubblicati a cura di Giuseppe Silvestri, Palermo, 1886, vol. II: I feudi del Val di Demina.

COSENTINO G., Codice diplomatico di Federico III di Aragona re di Sicilia (1355-1377), Palermo, 1885, vol. I, doc. CIV, pp. 78, 79.

GIOVANNI DEI CAPPUCCINI, Storia di Castrogiovanni: Enna dalle origini al XVIII secolo, a cura di Carmelo Bonarrigo, Palermo, Biblioteca Francescana – Officina di Studi Medievali, 2009.

LA MANTIA G., Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, in «Documenti per servire alla storia di Sicilia» Serie I, Palermo, 1956, vol II.

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FONTI INTERNET

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CAFFO S., Le sciare di S.Venera (Maletto), <http://www.cataniaperte.com/etna/vulcanologia/index1.htm>, agg. 2016.

DONATO M., Vicende storiche dei casali dell’Università di Aci, <http://www.accademiadeglizelanti.it/2000/vicende%20storiche. pdf>, agg. 2016.

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FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie e le illustrazioni riprodotte nell’articolo, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 18: Pianta litografica della città di Randazzo, tratta da: PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. II, Pianta litografica della città di Randazzo. Per gentile concessione della Biblioteca comunale di Palermo, autorizzazione n. prot. 161121/ AREG del 29-02-2016.

Figura 19: Fiume Flascio, gentilmente fornita da Salvo Granato.

Figura 21: Il lago Gurrida, gentilmente fornita da Salvo Granato.

Figura 26: Pianta dello abitato di Randazzo, Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 152, autorizzazione prot. n. 1027 del 01-03-2016.

Figura 27: Mappa catastale del 1877, la linea rossa indica il tracciato murario ancora esistente, la linea azzurra l’antico alveo del torrente Annunziata , tratta da: Basile F., L’etnea Randazzo. Nuovi borghi montani nella Sicilia Normanna: genesi e crescita, Bologna, Alfa, 1984, pp. 92-93.

Figura 28: La porta Aragonese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 23.

Figura 32: Ritratto di Martino I il Giovane, tratto da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Sovrani_di_Sicilia#/media/File:Martino_il_Giovane_re_di_Sicilia.jpg>, agg. 2016.

Figura 33: Particolare della mappa catastale del 1877, tratta da: Basile F., L’etnea Randazzo, op. cit., p. 92.

Figura 40: La porta Pugliese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, op. cit., p. 23.

Figura 45: La porta di San Martino in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: Ivi, p. 38.

Figura 50: Il Regio Castello in una foto degli inizi del Novecento, tratta da: Ivi, p. 25.

Figura 61: Lato settentrionale della cinta muraria, nei pressi del monastero di San Giorgio, con la torretta rompitratta in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: Ivi, p. 21.

Figura 63: L’antica Torrazza immortalata dal De Roberto, tratta da: Ivi, p. 82.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio profondamente il dottor Filippo Bertolo, non solo per la sua amicizia, che mi onora molto, ma anche per l’aiuto prezioso che mi ha offerto.
Allo stesso modo, ringrazio Salvo Granato, per la sua grande disponibilità e per la preziosa collaborazione, avendo eseguito per me alcune fotografie.

Il sistema difensivo della città di Randazzoultima modifica: 2016-03-18T09:09:24+00:00da angela-militi
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