La chiesa e il convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali a Randazzo

A padre Giacomo Rosa di Randazzo (1472-1548)
«huomo di molta eruditione, e di molta fama»

L’Ordine dei Frati Minori Conventuali[1] fu fondato da Francesco d’Assisi (1182-1226) a Rivotorto, presso Assisi, il 16 aprile 1208-1209[2]. Nel 1209 San Francesco insieme ai suoi primi compagni si presentò a papa Innocenzo III, ottenendo l’approvazione a vivae vocis oracolo[3] della Formula vitae[4], la primitiva Regola (o protoregola) – basata su alcuni passi evangelici – ed il permesso di predicare e di condurre vita comune in povertà. Solo più tardi, papa Onorio III, in seguito al Concilio Lateranense IV, riconobbe ufficialmente l’Ordine approvandone la Regola definitiva[5] con la bolla pontificia Solet annuere, emanata il 29 novembre 1223[6].
In forza dell’assenso di papa Innocenzo III, l’ordine francescano iniziò a diffondersi anche in altre regioni d’Italia. Tradizionalmente i frati Minori arrivarono in Sicilia intorno al 1212 stabilendosi nella città di Messina, dove l’archimandrita dei Basiliani del SS. Salvatore mise a loro disposizione la chiesetta di San Leone, circa tre miglia dalla città. Qualche anno più tardi, nel 1216, i frati si avvicinarono alla città, stabilendosi a ridosso delle mura urbiche, presso la chiesa di Sant’Orsola, accanto alla quale costruirono il loro convento[7]. Il primo accenno della presenza dei francescani in Sicilia è quello di Jacques de Vitry, vescovo di San Giovanni d’Acri, il quale in una sua missiva dell’ottobre del 1216, scrisse che i frati Minores «s’incontrano una volta l’anno nel luogo stabilito per gioire nel Signore e mangiare insieme. Qui, avvalendosi del consiglio di uomini buoni, formulano e promulgano le loro sante leggi e confermate dal papa. Dopo di che si disperdono durante tutto l’anno per la Lombardia, la Toscana, la Puglia e la Sicilia»[8].
La Vita Prima di Antonio (1195-1231) ci informa che i frati Minori messinesi, nella primavera del 1221, ospitarono Antonio di Padova, che reduce dall’infelice missione in Terram Saracenorum, a causa di una furiosa tempesta, fu costretto ad approdare sulla costa messinese. Stremato e in precarie condizioni di salute per via della febbre malarica contratta durante la missione, venne curato dai francescani messinesi[9]. Tradizioni tardive, riferiscono di un non ben documentato ritorno in Sicilia, in anni successivi[10], durante il quale Antonio avrebbe fondato diversi conventi[11].
Inizialmente gli insediamenti siciliani fecero parte della Provincia Calabriae[12] e solo in un secondo momento, ante 1236[13], probabilmente nel Capitolo di Assisi del 1230, venne disposto il loro accorpamento in una Provincia autonoma. In ogni caso la sua autonomia è certa dal Capitolo di Anagni del 1239, presieduto da papa Gregorio IX[14]. Dalla Series Provinciarum Hispanica (ca. 1263-1270), contenuta nel codice Londinese 24,641, pubblicata dal Golubovich, apprendiamo che la Provincia Sicilie era suddivisa in quattro Custodie[15] comprendenti 15 loca (conventi)[16]. A tali Custodie nel Capitolo Generale di Pisa del 1272, ne venne aggiunta una quinta[17].
Il Provinciale Ordinis Fratrum Minorum[18], redatto tra il 1334 e il 1339[19], ci fornisce il numero, il luogo e il nome sia delle Custodie che degli insediamenti della provincia francescana di Sicilia. Da esso apprendiamo che mentre le Custodie restano fissate a cinque, gli insediamenti francescani da quindici passarono a venticinque, così suddivisi: Custodia di Messina: Messina, Catania, Randazzo, Taormina, Patti; Custodia di Palermo: Palermo, Termini, Cefalù, Corleone, Polizzi, Castelbuono; Custodia di Siracusa: Siracusa, Lentini, Noto, Ragusa, Caltagirone; Custodia di Agrigento: Agrigento, Licata, Gela, Piazza, Enna; Custodia di Trapani: Trapani, Marsala, Salemi, Mazzara[20].
Non è certo quando i frati francescani s’insediarono a Randazzo.
Una tradizione, non storicamente provata, fa risalire la fondazione del convento di San Francesco al XIII secolo, attribuendola a Sant’Antonio di Padova[21], attribuzione poco credibile in quanto, come accennato in precedenza, Antonio, durante la sua permanenza in Sicilia, era in precarie condizioni di salute per cui difficilmente avrebbe potuto attendere alla fondazione del convento. Mentre un suo ritorno in Sicilia, sarebbe inconciliabile con la cronologia antoniana[22].

1001425_700903073257535_646192432_n  Figura 1: Randazzo, Convento e chiesa di San Francesco in una cartolina di inizio XX secolo

Lo storico francescano fra Pietro Ridolfi da Tossignano (†1601), attribuisce erroneamente, la fondazione del cenobio a Elisabetta di Carinzia (ca. 1303-ca. 1352), regina di Sicilia, madre di Ludovico (1335/37-1355) e Federico IV[23] di Sicilia (1341-1377), che dopo aver ottenuto il permesso da papa Clemente VI, di poter costruire un locus[24] ai piedi del monte Etna, nel 1334, fa erigere, a Randazzo, il convento dedicato a San Francesco[25].
In realtà le notizie rese dal Ridolfi sono storicamente inesatte in quanto la regina Elisabetta, nel 1334, non avrebbe potuto impetrare la volontà di erigere il cenobio randazzese a Clemente VI, perché esso fu assurto al soglio pontificio il 7 maggio del 1342, tant’è che il Wadding (1588-1657), appurata l’incongruenza di tale datazione, avanza la data del 1343[26].
Ad ogni modo, le date indicate dal Ridolfi e dal Wadding risultano contraddette sia dal Provinciale, risalente al 1334, che da un documento notarile redatto il 15 settembre del 1320, dal notaio De Pandolfo Simone, in cui risulta che il frate francescano Filippo Russello da Messina, con il consenso del Guardiano del convento dei Minori di Randazzo, riceve da Fiore, vedova di Tommaso de Balsamo, la somma di 2 once in esecuzione di un legato testamentario disposto dal suo defunto marito[27]. L’atto risulta di estrema importanza in quanto attesta che il convento a quella data era già stato fondato e posto sotto la guida di un Guardiano.
Lo storico conventuale Filippo Cagliola (1603-1653), in polemica con il Ridolfi e il Wadding per le contraddizioni riscontrate, riporta le date del 1226 e del 1308. La data del 1226, lo storico francescano la vide incisa su una trave del convento, mentre quella del 1308 si trovava incisa sul bordo della vecchia campana del campanile della chiesa[28].
In assenza di prove contrarie, non c’è motivo di dubitare su tale cronologia, quindi alla luce di quanto finora esposto, si può supporre che il complesso conventuale sia stato costruito intorno al 1226 e terminato probabilmente nel 1308, poiché è noto che la campana costituisce l’arredo generalmente posto per ultimo in una chiesa. Ciò tuttavia, non esclude l’eventualità che la regina Elisabetta, durante il suo soggiorno in Città, abbia ampliato e abbellito il convento. Altri interventi si ebbero intorno al 1610 e al 1637, come testimoniano la data posta sopra la serliana del prospetto settentrionale e la data incisa sulla chiave di volta dell’arco a tutto sesto di pietra lavica che dà accesso alla scalinata che conduce ai piani superiori.

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Figura 2: Serliana del prospetto settentrionale
Figura 3: La data del 1610 incisa sopra la serliana
Figura 4: L’arco in pietra che dà accesso alla scalinata, sulla cui chiave di volta è incisa la data del 1637

Tra il 1307 e il 1310, il convento di San Francesco ospitò il beato Gerardo Cagnoli.

BeatoGerardoCagnoli  Figura 5: Il Beato Gerardo Cagnoli

Bartolomeo da Pisa[29] (†1401) nel De conformitate vitae beati Francisci ad vitam Domini Iesu, composto tra il 1385 e il 1390, riporta che Gerardo nacque a Valenza (Alessandria), dopo la morte dei genitori, abbracciò la vita eremitica e visse da pellegrino, mendicando e visitando i santuari. Prima tappa del suo pellegrinaggio fu Roma, poi si recò a Napoli e, infine, passò in Sicilia, dove si stabilì sulle falde dell’Etna. Colpito dalla fama di santità del francescano Ludovico d’Angiò (1274-1297), vescovo di Tolosa, Gerardo decise di abbandonare la vita eremitica ed entrò nell’Ordine dei Minori a Randazzo, dove fece il noviziato e visse per qualche tempo. Durante la sua permanenza presso il convento, il Beato si rese autore di un avvenimento prodigioso. Racconta, infatti, Bartolomeo da Pisa che nel giorno di Pasqua il cuoco del convento si ammalò ed il guardiano Alphacum de Messana[30], ordinò che a sostituire tale mansione fosse frate Gerardo, il quale mentre stava in una cappella a pregare, accettò la commissione abbassando il capo. Il frate, però, si trattenne in chiesa sino all’ora Terza, in cui si cantava la messa. Vedendolo frate Corrado[31], procuratore del convento, andò a lamentarsi con il Guardiano, chiedendo spiegazioni sul perché in una festa così importante ancora non era stato acceso il fuoco nella cucina. Il Guardiano s’infuriò e recatosi nella cappella trovò frate Gerardo che proseguiva nelle sue orazioni con gran pace e tranquillità del suo animo, e domandatogli il perché non avesse ubbidito al suo ordine, il Beato lo rassicurò dicendogli di stare tranquillo che ai frati non sarebbe mancato da mangiare, e se ne andò in cucina chiudendosi dentro. Qui aiutato da un bellissimo giovane, visto da alcuni frati che lo spiavano attraverso il buco della serratura, in pochissimo tempo preparò tante vivande. Dopo il pasto i frati testimoniarono che non avevano mai mangiato così tante pietanze ne migliori di quelle. Essendosi diffusa la fama del miracolo che qui aveva compiuto, venne trasferito al convento di Palermo, dove visse per trentacinque anni, sino alla morte [32].
Dallo spoglio dei documenti notarili[33], conservati presso i diversi archivi, è emerso un forte legame fra molte famiglie nobili randazzesi e il convento francescano destinatario di lasciti in denaro, come si evince dalle molte disposizioni testamentarie. Vari documenti, invece, riguardano l’affitto di case o vigne date in enfiteusi.
L’11 luglio 1416, il nobile Michael de Manueli, abitante di Randazzo, disponeva un legato testamentario a favore della chiesa di San Francesco per 3 tarì[34].
Il 17 aprile 1452, Matteo Blandino, procuratore del convento di san Francesco, concedeva in enfiteusi una casa solerata, sita nel quartiere di San Nicola, al nobile Antonio Lanza per il censo annuo di 10 tarì[35].
Il 29 dicembre 1452, Ruggero Pollicino, barone di Tortorici, residente in Randazzo, dettava il proprio testamento e disponeva di essere sepolto nella chiesa di San Francesco, accanto alla prima moglie. Ed ancora, che l’erede, quale che esso sia, era tenuto a costruire un altare nella detta chiesa, sul quale dovrà apporre un vessillo con l’arma della famiglia Pollicino. Il barone, inoltre, lasciava a favore del convento di San Francesco, due legati: uno di 6 rotoli di cera e l’altro di circa 2 once per le processioni [36]
Il 31 ottobre 1460, il magister Antonio Barbo, guardiano del convento di San Francesco di Randazzo, stipulava una società «ad negociandum in arte cordarie» con Josep Prones, giudeo, abitante della stessa terra. Il Prones consegnava al Guardiano la somma di 1 oncia e 18 tarì per l’acquisto della canapa da lavorare per poi vendere il prodotto, una volta finito. Alla scadenza della società, fissata per la festa di San Giovanni Battista, il Barbo s’impegnava a dare al suddetto Prones metà del guadagno e di restituire la somma consegnatagli[37].
Il 15 settembre 1464, il magister Nicolao de Gangio, vicario provinciale dell’ordine dei Minori, ed Antonio Barbo, guardiano del convento di San Francesco di Randazzo, concedevano, col consenso degli altri frati, in enfiteusi per 29 anni una vigna, sita in contrada Boccadorzo, a mastro Manfredi de Cristoforo, della stessa terra, per un censo annuo di 22 tarì e solo per il primo anno anche una salma di mosto entro la fine dell’anno. Inoltre, il de Cristoforo aveva l’obbligo di portare delle migliorie alla vigna[38].
Il guardiano Antonio Bardo figura come testimone in diversi atti notarili[39].
Il 13 novembre 1494, il magister Guillielmus Pellicanus, dottore in sacra teologia[40] e guardiano del convento, col consenso dei frati: Antoninus de Nastasio, Masius de Luchis, Laurentius de Messana, Nicolaus Rustica, Iohannes de Sancto Angelo, Angelus de Fasiu, Simon de Sancto Angelo e Bernardinus Lurridanij, concedeva a Bilele, moglie di Francisci de Zambiraris, abitante di Randazzo, di edificare una cappella con l’altare nella chiesa di San Francesco. La cappella verrà edificata «rumpendi muru» settentrionale della chiesa. Bilele, inoltre, s’impegnava di abbellire la cappella con congrui ornamenti e qui chiedeva di essere sepolta con i suoi eredi[41].
Il 4 settembre 1529, la chiesa di san Francesco riceveva un altro legato testamentario da parte del presbitero Mateus Milia, abitante di Randazzo[42].
Seguono altri legati come quello di Vincio Romeo che voleva fossero celebrate tante messe in suffragio della sua anima presso la cappella dove verrà sepolto, destinando al convento 1,6 once; ed ancora quello di Pietro Oliviero e sua moglie che il 3 aprile 1610, lasciarono in legato 5 once annuali e quello di Consalvo Romeo Gioeni, barone di Carcaraci, che il 4 giugno 1634, lasciava in legato 12 once annuali col capitale di 240 once affinché si celebrasse una messa quotidiana perpetua nella Cappella di Santa Maria degli Angeli[43].
Si ha notizia di due Capitoli provinciali celebrati a Randazzo. Uno nel 1603 in cui fu eletto Ministro Provinciale Maraffus di Messina, l’altro nel 1612, in cui fu eletto Bonaventura Cossus di Troina[44]. L’assemblea capitolare era un gran evento per la città che l’ospitava, in quanto le Costituzioni Urbane disponevano che, durante il Capitolo, anche il popolo doveva essere coinvolto[45] non solo con la predicazione di abili oratori ma anche con dispute pubbliche di diverse discipline[46]. A Randazzo si celebrarono anche sei Congregazioni annuali: quella del 12 maggio 1555, del 21 novembre 1564, del 10 agosto 1586, del 7 giugno 1596, del 10 agosto 1599 e del 5 maggio 1613[47].
Nel Capitolo provinciale del febbraio 1618, celebratosi ad Enna, il Ministro Generale Giacomo Montanari, stabilì che i libri che si trovavano nelle camere dei frati dovevano confluire nella biblioteca comune, retta da un bibliotecario; definì le sedi di studio degli studenti professi: Catania, Castroreale e Randazzo per la Custodia di Messina; fissò, inoltre, il numero dei frati che potevano essere ricevuti in ogni convento: per il convento di Randazzo dieci[48].
Nel 1624 Randazzo, come le altre città siciliane, fu nuovamente colpita da un’epidemia di peste bubbonica[49]. Secondo la tradizione storiografica, l’anno seguente, la Città sarebbe stata liberata dal terribile flagello per il voto fatto dal Magistrato Municipale a Santa Rosalia, il quale in segno di riconoscenza, con il consenso del popolo, commissionò un quadro della Santa e fece erigere un altare dedicato alla stessa nella chiesa di San Francesco[50].
Durante la rivolta del 1647, causata dal crescente malcontento popolare a seguito di una grave crisi finanziaria che aveva provocato l’aumento del prezzo del grano e del pane[51], il convento ebbe un ruolo di rilievo. Il 2 giugno, fra Placido Gritaglia, guardiano del convento, scrisse al viceré Pedro Fajardo, marchese di Los Vélez, riferendogli delle «miserie estreme nelle quali si retrova al presente questa città di Randazzo, così in generale come in particolare, per la calamità di tempi e scarsezza di denari», che «sono arrivate al colmo e sono da piangersi con lacrime di sangue»[52]. Il 5 giugno, per evitare che il clima di tensione creatosi nella città potesse sfociare in un tumulto popolare, i Giurati e alcuni “gentiluomini” tra cui il marchese di Roccella, si riunirono nella sala capitolare del convento per definire le richieste da sottoporre al viceré[53]. Tuttavia la tensione in città continuava a salire tant’è che i “primati della città” furono costretti a rifugiarsi all’interno di questo convento[54].
Al tempo in cui il Cagliola compose l’ Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum Conventualium (1644) il convento, che lo storico definisce «pulcherrimes» (bellissimo), era ornato da un chiostro quadrato.

chiostro antica cartolina  Figura 6: Il chiostro dell’ex convento in una cartolina di inizio XX secolo

Esso si dedicava principalmente alla formazione musicale dei giovani. La chiesa, dapprima dedicata a Santa Maria Maddalena e in seguito intitolata a San Francesco, era grande e molto antica[55]. Il Cagliola riporta, inoltre, che nell’anno che visitò il convento, il guardiano era Padre Maestro Iacobus Messana di Randazzo, dottore in Sacra Teologia[56], uomo di grande moralità, che governava saggiamente il convento nonostante fosse afflitto da dolori articolari che gli indebolivano il corpo. Ed ancora, riferisce che qui fu sepolto il Maestro Franciscus Longonbardus di Messina, due volte Ministro Provinciale[57]: nel 1551 e nel 1559[58].
Dal Regesto dei conventi esistenti in Sicilia nel 1650, pubblicato dal Cucinotta, rileviamo che, a quella data, il convento ha dieci camere e due chiostri, mentre la chiesa è bisognosa di tetto e pavimento.

DSC04619  Figura 7: Giardino meridionale dell’ex convento

I maggiori introiti provenivano dai censi, stimati in duecentosettanta scudi siciliani. Nel convento erano presenti nove religiosi: sei sacerdoti, un chierico e due laici[59].
Il Regio decreto n. 3036 del 7 luglio 1866 di Soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose e la legge n. 3848 del 15 agosto 1867, per la liquidazione dell’Asse ecclesiastico, tolsero il riconoscimento di ente morale a tutti gli ordini, le corporazioni e le congregazioni religiose di carattere ecclesiastico e tutti i beni degli enti soppressi vennero acquisiti e incamerati dal demanio statale. I fabbricati conventuali, incamerati dallo Stato vennero concessi ai Comuni e alle Province, previa richiesta di utilizzo per pubblica utilità entro il termine di un anno dalla presa di possesso. Pertanto il convento di San Francesco fu chiuso e il fabbricato ceduto al Comune che, dopo alcuni lavori di adattamento, l’adibì a «sede Municipale con tutti gli Uffici del Comune ai quali si aggiunsero l’Ufficio delle Regie Poste e Telegrafi e del Telefono; La Procura mandamentale, la Conciliazione e, nella sala Consiliare, il Teatro comunale ed il cinema»[60], mentre la chiesa fu retta per tanti anni dal guardiano del convento, dopo la sua morte, fu retta da padre Francesco Mineo da Randazzo, ex sacerdote Cappuccino, ed in seguito fu assegnata, dai vari vescovi di Acireale, ai Padri Cappuccini che dal 1892 erano ritornati nel proprio convento e che, ancora al tempo di padre Magro, vi svolgevano tutte le funzioni sacre[61].
Durante i bombardamenti anglo-americani del Luglio-Agosto 1943, sia il convento che la chiesa subirono gravi danni. Racconta padre Magro, testimone oculare dell’evento, che «la Chiesa fu tutta rasa al suolo, distruggendo tutto ciò che in essa si conteneva, non rimanendo nulla delle Statue, degli altari marmorei, della magnifica Custodia, dei Quadri; spezzate le campane e caduto in parte il campanile, rimanendo pericolante il resto che bisogno abbattere; Rimase la Sacrestia, ma in condizioni pericolose. Il fabbricato Municipale ossia il Convento fu sconquassato dalle numerose bombe scoppiate in pieno e crollò con tutte le colonne il lato accanto alla Chiesa; la cisterna rimase intatta». Lo stesso padre Magro conclude scrivendo: «il fabbricato del Municipio si sta rifacendo e presto sarà completo. Si rifarà la Chiesa? Sarebbe il voto di tutto il popolo, ma!»[62].
L’aspetto attuale dell’ex convento è dovuto all’ultimo intervento di restauro conservativo eseguito nel 1983. I lavori interessarono non solo i locali dell’ex convento ma anche il prospetto settentrionale, sul quale vennero aperti, al piano terra, tre archi e quattro finestre con archi a sesto ribassato mentre, al primo piano, vennero realizzati, in asse con gli archi, tre porte finestre con balconi a petto.

Palazzo comunale   Figura 8: Il prospetto settentrionale dopo i lavori di restauro

L’ex complesso conventuale si articolava in vari corpi di fabbrica disposti attorno a tre lati del chiostro.

IMG_4993  Figura 9: Il complesso conventuale di San Francesco in una mappa catastale urbana di Randazzo del 1877

Esso, a pianta trapezoidale, è caratterizzato, al pianterreno, da un porticato, con volte a crociera, sostenuto da grandi archi a tutto sesto, impostati su trenta colonne monolitiche in basalto, la cui base poggia su un muretto, che separa il cortile centrale dal deambulatorio conventuale.

DSC04612  Figura 10: Il Porticato con volte a crociera

Le pareti affacciate sul cortile sono decorate da nove finestre riquadrate in pietra lavica, che si aprono rispettivamente sul lato settentrionale e quello meridionale, e otto serliane: tre sul lato orientale e cinque su quello occidentale. Al centro del chiostro vi è una vera di pozzo, di forma ottagonale, realizzata in pietra lavica e arenaria, posta su un ampio basamento circolare. Il pozzo a detta di padre Magro «quando mancava l’acqua potabile, dissetava una gran quantità di gente»[63].

chiostro palazzo municipale 2  Figura 11: Veduta del chiostro con la vera di pozzo al centro

Le pesanti manomissioni e le demolizioni subite dal complesso dopo la soppressione degli Enti religiosi, rendono difficile comprenderne l’originale organizzazione interna. Tuttavia, considerato che il modello architettonico dei conventi francescani si richiama a quello dei monasteri cistercensi, si può facilmente supporre che intorno al chiostro, sul lato orientale e su quello meridionale, sorgevano i locali più importanti del convento: la sala capitolare[64], la sala dei frati[65], il refettorio, la cucina e la dispensa[66], mentre il lato settentrionale era delimitato dalla chiesa, dalla sacrestia e dal campanile.
Un vestibolo collega il chiostro al giardino meridionale, consentendo anche l’accesso alla scalinata che conduce al piano superiore dove un tempo di trovavano le celle dei frati, gli alloggi del Guardiano e, probabilmente, la foresteria che accoglieva i frati visitatori.

DSC04614  Figura 12: Il vestibolo

Una descrizione di come era la chiesa di San Francesco, ci è fornita da padre Magro:

«La Chiesa, dedicata a S. Francesco, ha nella Sagrestia una grande volta a crociera del secolo XII, molto sciupata per l’umidità e sull’Altar Maggiore una Grandissima Custodia di legno scolpito e dorato, lavoro monumentale di stile barocco del secolo XVIII.
Si venera con gran devozione una Statua di legno dell’Immacolata, un’altra della stessa materia di S. Antonio Abate ed una del S. Cuore di Gesù. Vi sono anche due buoni quadri, uno con S. Bonaventura ed altri Santi Francescani con prevalente figura di S. Rosalia da Palermo, ed uno con S. Francesco di Assisi. Vi è anche un grande Crocefisso, al quale è dedicato un Altare. La Chiesa, sia per le varie devozioni, sia perché in luogo centrale, è frequentatissima da numerosi fedeli. […] Prima che fosse stata per l’ultima volta ingrandita ed abbellita questa Chiesa che ora non è più, conteneva diverse Cappelle dalla parte settentrionale di cui ancora si vedevano le vestigie attigue alla Chiesa ove tuttora esistono due alberi di alloro»[67].

Dal XV secolo questa chiesa divenne luogo di sepoltura delle famiglie randazzesi più illustri. Fra le prime la nobile famiglia Pollicino.
Dettagliate informazioni su alcune sepolture della chiesa ci vengono fornite dal menzionato padre Magro, il quale le ricava da un vecchio manoscritto:

«Nella Cappella Maggiore, detta altrimenti Cappellone ossia antico Coro vi era un sepolcro con monumento della Nobile Famiglia Pollicino. La concessione del locale è stata fatta dai PP Fra Nicolò da Gangi Titolare della Custodia di Messina e Fra Giovanni da Siracusa Guardiano di questo Convento, come si legge negli Atti del Not. Antonio Pellicano in data 12 agosto 1435, Ind. XIII con le seguenti parole: “…concessero al Magnifico Roggerio De Pollicino Regio Milite, Signore e Barone della Terra di Turturici che valesse e potesse fabbricare un altare dentro la Chiesa di esso Monastero dietro l’Altare Maggiore a mano sinistra a l’agnuni di la Tribona in capite monumenti dicti Baronis per celebrarsi l’infrascritte Messe, nec non che valesse e potesse fabbricare una sepoltura … accanto la fossa seu sepoltura di Salvo Raysi in frontespitio dell’antica sepoltura di detto barone. Quale sepoltura si deve fare ad effetto di seppellire i Figli spuri e naturali di esso Barone”.
Nello stesso Coro, sotto il finestrone, dirimpetto all’Altare Maggiore stava sepolto il Nobile Antonio Romeo figlio secondogenito del Nobile Mazzullo. Era familiare della Regina Maria moglie del Re Martino Juniore, passò da Messina a Randazzo dove si domiciliò, sposò e morì nel 1444. In una lapidetta di pietra bianca che era nel muro di detto Coro sotto il finestrone era incisa la seguente iscrizione: “Hic est Sepoltura Nobilis Antonii Romeo, qui obiit anno 1444”.
Nello stesso Coro era un altro antico sepolcro della Illustre Famiglia Spatafora, col tumulo appoggiato al muro a mano destra, di porfido rosso, della quale Cappella, altare maggiore e sepoltura venne confermata la concessione a D. Francesco Spatafora Principe di Maletto e Marchese di Roccella, dal Rev.do Padre Maestro Giacomo Messina randazzese Guardiano del Convento, presso il Not. Giov. Francesco Di Martino a 22 aprile 1632 Ind. XVa, Atto che poi ebbe conferma dal Rev.do Maestro Geronimo Geloso Provinciale dei Conventuali, nella Congregazione tenutasi in Caltanisetta e registrata agli atti del Not. Francesco Volo a 2 maggio 1632.
Nell’antica Cappella di S. Antonio di Padova vi era il sepolcro del Magnifico Antonio Zumbo pro se et suis, per concessione presso il Not. Antonino Currenti il 3 settembre 1575 Ind. VIa.
Nella stessa Cappella era un’altra sepoltura del Magnifico Paolo De Oliverio concessagli con Atto presso il Not. Giovanni Napolitano […].
Nella vecchia Cappella di S. Maria degli Angeli vi fu sepolto il Regio Milite Nicolò De Antiochia.
Viera anche lì la tomba della Nobile Famiglia Romeo per concessione fatta a Vincio Romeo secondogenito del Nobile Tommasullo figlio di Antonio […].
Nell’antica Cappella del Patriarca S. Francesco era la tomba della Nobile Famiglia Squarciapino, per concessione fatta al Dottor D. Sebastiano Squarciapino, per gli Atti del Not. Antonino Ruggeri il 3 giugno 1599 Ind. XIIa.
Nella soppressa cappella di S. Girolamo era il sepolcro della nobile Famiglia Omodei ovvero Homodei passata in Randazzo con Re Pietro I d’Aragona l’anno 1282. Nell’arco era scolpito su pietra di Siracusa lo stemma gentilizio. Questa tomba e Cappella passarono alla Famiglia Bonina, come dal Testamento del Nobile Guglielmo Bonina, presso il Not. Simone Vitale, a 23 gennaio 1504 Ind. VIIIa;in seguito passò alla Nobile Famiglia Scala, come si trova nel Testamento del Magnifico Signorino Scala, presso il Not. Giovanni Napolitano, a 17 gennaio 1595 Ind. IX ed ivi fu anche sepolto il Magnifico D. Filippo Scala e Sessa suo pronipote, per disposizione testamentaria, presso il Not. Paolo Ribizzi a 19 luglio 1701 Ind. IXa.
Nella stessa Cappella era la tomba della Famiglia Augusta come dagli Atti del Not. Pietro Dominedò a 12 dicembre 1616 Ind. XVa.
A piedi dell’antico Altare di S. Maria Maddalena era la sepoltura della Nobile Famiglia Orioles dei Baroni di S. Piero Patti, per concessione presso il Not. Girolamo Catania li 8 maggio 1627 Ind. Xa.
A piedi dell’Altare dei SS. Cosma e Damiano la sepoltura della Nobile Famiglia Messina, per concessione fatta al Magnifico Pietro Paolo Messina, presso il Not. Girolamo Messina, a 11 giugno 1613 Ind. XIIIa»[68].

Tra i francescani nativi di Randazzo, è degno di ricordo padre Giacomo Rosa. Egli nacque nel luglio del 1472. Nulla sappiamo sui primi rapporti di Giacomo con i frati Minori, viene spontaneo pensare che il giovane fu, probabilmente, avviato alla vita francescana dai frati Minori Conventuali del luogo. Certo è che trascorse la sua vita fuori dalla città nativa. Dotato di un’elevata proprietà di linguaggio, definito da un suo contemporaneo «huomo di molta eruditione, e di molta fama», nel 1520, gli fu affidato l’incarico di oratore annualista al San Francesco di Piacenza. Durante la sua permanenza nel convento di Piacenza conobbe il piccolo Cornelio Musso (1511-1574), futuro vescovo di Bitonto, che diverrà suo discepolo e lo seguirà prima a Carpi e poi in diversi altri luoghi. Nel 1522 padre Rosa insieme al suo giovane discepolo si recano a Venezia, dove predicano l’Avvento ai Frari.

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Figura 13: Venezia, Basilica dei Frari
Figura 14: Interno della basilica, navata centrale
Figura 15: Presbiterio

L’anno seguente, il 20 maggio, festa di san Bernardino da Siena, padre Rosa e fra Cornelio sono a Treviso dove predicano a San Francesco. I registri del convento francescano di Conegliano registrano il loro passaggio il 10 luglio e il 16 agosto di ritorno dal Friuli.
Fu professore di Metafisica nell’Università di Padova nell’anno accademico 1522-23.
Sebbene incline principalmente alla predicazione, padre Rosa ricoprì anche ruoli delicati e importanti. Nel 1530 fu inviato nella qualità di inquisitore, a Capo d’Istria[69].
Prese parte alla prima fase del Concilio di Trento (1545-47), in qualità di teologo. All’inizio della VII sessione (3 marzo 1547), si ammalò gravemente e decise di stabilirsi a Padova, la città che più d’ogni altra amava, presso il Santo, ove lo colse la morte il 17 maggio 1548, amorevolmente assistito dal suo ormai celebre discepolo monsignor Musso[70]. Fu sepolto nella Basilica di Sant’Antonio, nel chiostro del Noviziato.

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Figura 16: Padova, Basilica di Sant’Antonio, Chiostro del Noviziato
Figura 17: Chiostro del Noviziato, Sullo sfondo, a destra, il monumento funebre di padre Giacomo Rosa, esposto al Sole di mezzogiorno

Monsignor Musso, in segno di stima ed affetto verso il suo illustre maestro, fece erigere un monumento funebre in sua memoria.

3  Figura 18: Monumento funebre di padre Giacomo Rosa

Il testo dell’iscrizione si deve al poeta padovano Francesco Paciviano che convertì in buon latino epigrafico i pensieri e i sentimenti suggeriti dal monsignore Musso[71].
Esso, disposto su 26 righe, così recita[72]:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Iacobo Roseo Theologo Mino/ritae Patria <D>andac<i>o[73] Natione Siculo ani/mi candore christianae religionis stu/dio morum integritate doctrina pruden/tia et charitate insigni qui variis laborib(us) / aerumnis et morbis in Concilio Tridentino / confectus hic tandem quod semper opta/verat dormivit in D(omi)no Cornelius / Mussus Placent(inus) Ep(i)s(copus) Botuntinus illi uni / proxime et secundum Deum virtutes / honores fortunas o(mn)ia deniq(ue) accepta / referens
tamq(uam) Patri de se optime me/rito perpetuum sanctissimae educa/tionis monumentum posuit / Mortali optasset tecum Cornelius una / Carcere ad aethereas Rosa redire domos / non licuit quando ergo tibi summa o(mn)ia debet / formasti enixu quem Pater ipse pio / cum numq(uam) posset meritas tibi reddere grates / virtutis tantae tempus in omne memor / hunc tumulum extruxit morientem flevit acerbum / vulnus adhuc animo nocte dieq(ue) gerit / Vixit ann(os) LXXV mens(es) X / obiit Ann(o) D(omi)ni 1548 / XVI K(a)l(endis) Jun(ii)

Traduzione:

«A Dio ottimo massimo, a Giacomo Rosa teologo minore conventuale, randazzese di patria, siciliano di nazione, insigne per il candore dell’animo, per l’applicazione alla religiosa cristiana, per integrità di costumi, per dottrina, prudenza e carità, il quale, sfiancato da tante fatiche, traversie e malattie durante il concilio di Trento, finalmente si addormentò nel Signore qui dove aveva sempre desiderato [di finire i suoi giorni]. Cornelio Musso di Piacenza, vescovo di Bitonto, a lui solo attribuendo prossimamente dopo Dio, virtù, onori, successi e tutto ciò che ricevette, eresse questo, come monumento perpetuo della perfetta educazione ricevuta come al padre meritevolissimo. Cornelio avrebbe desiderato lasciare con te, o padre Rosa, la stessa terra (reputata un carcere) e ritornare alle dimore celesti. Non fu permesso, anche se ti deve tutto quello che tu formasti piamente da padre, non potendo mai ringraziarti quanto meriteresti. Il tempo, memore di così grande virtù, costruì la tomba e pianse chi è morto prematuramente, porta ancora la ferita nell’animo giorno e notte. Visse 75 anni, 10 mesi. Morì l’anno del Signore 1548, il 17 maggio»[74].

Sul basamento monsignor Musso fece incidere, disposto su due righe, un versetto del libro di Giobbe (14,14):

Expecto donec veniat / immutatio mea[75]

Si ricordano ancora:

«Ven. Fra Benedetto da Randazzo Laico della Provincia monastica di Sicilia il quale fu per alcuni anni tra i Riformati e poi passò tra i Conventuali distinguendosi nella continua preghiera e di giorno e di notte, nella carità verso i poveri e grande esempio ed esattissima osservanza della Regolare Disciplina. Morì nell’anno 1592 e il suo sepolcro fu glorificato di singolari prodigi, come si legge negli annali dei PP. Conventuali. […]
Padre Maestro Fra Giovanni Battista Dilettoso fu anch’egli soggetto di molto conto che fece grande onore come a sé e all’Ordine anche alla sua Patria Randazzo. Apprese le scienze più importanti in Padova, Bologna, Ferrara ed in altre Città d’Italia. Fu celebre oratore nella nostra Sicilia predicando su pulpiti d’importanza come Caltagirone, Troina, Trapani, Lipari, Ragusa, Noto, Catania, Siracusa e Girgenti. Fu anche esaminatore sinodale di Mons. Ciaffaglione Arc. Di Messina e Teologo e Convisitatore della Diocesi»
[76].

NOTE

[1] In latino Ordo Fratrum minorum Conventualium.
[2] Chronica XXIV Generalium Ordinis Minorum, in «Analecta Franciscana», Tomus III, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1897, pp. 3-4.
[3] A viva voce ma con validità canonica.
[4] L’approvazione papale della Formula vitae, viene ricordata nel prologo della Regola non bollata, approvata nel capitolo generale celebrato ad Assisi nel giorno di Pentecoste (23 maggio) del 1221. Böhmer H., Analekten zur Geschichte des Franciscus von Assisi, Tübingen und Leipzig, 1904, p. 1.
[5] In seguito detta Bollata.
[6] Sbaraleae J. H., Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum, Romae, 1759, Tomus I, Honorius papa III, XIV, pp. 15-19.
[7] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum Conventualium S. Francisci. Manifestationes novissimae, sex explorationibus complexae, Venetiis, 1644, ristampa a cura di Filippo Rotolo, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1984, p. 43.
[8] Böhmer H., Analekten zur Geschichte des Franciscus von Assisi, op. cit., p. 98: «Homines autem illius religionis semel in anno cum multiplici lucro ad locum determinatum conveniunt, ut simul in Domino gaudeant et epulentur, et consilio bonorum virorum suas faciunt et promulgant institutiones sanctas et a domino papa confirmatas. Post hoc vero per totum annum disperguntur per Lombardiam et Thusciam et Apuliam et Siciliam».
[9] Gamboso V., Vita prima di S. Antonio o «Assidua» (c. 1232), Padova, EMP-Edizioni Messaggero, 1981, pp.300-303.
[10] Il primo a fare allusione a tale ritorno fu il Clareno (†1337).
[11] Al Santo di Padova viene attribuita la fondazione dei cenobi di Cefalù, Patti e Taormina. Palomes L., Dei Frati Minori e delle loro denominazioni. Illustrazioni e documenti al capo XX, Vol. II della Storia di S. Francesco d’Assisi, seconda edizione, Palermo, 1897, p.58.
[12] Francesco nel Capitolo generale di Assisi del 1217, istituì 11 Province: Tusciae, Marchiae Anconitanae seu Picenae, Mediolanensis seu Lombardiae, Terrae Laboris, Apuliae, Calabriae, Germaniae seu Teutoniae, Franciae seu Parisiensis, Provinciae, Hispaniae, Syriae seu Terrae Sanctae. Golubovich G., Series Provinciarum Ordinis Fratrum Minorum saec. XIII-XIV, in «Archivum Franciscanum Historicum», Annos I, Claras Aquas, prope Florentiam, 1908, pp. 2-5.
[13] Secondo il Golubovich la provincia siciliana fu decretata autonoma, probabilmente, prima del 1236, come risulterebbe da una lettera papale indirizzata in quell’anno al Ministro e ai frati Minori della diocesi di Messina, riportata dallo Sbaraglia nel Bullarium Franciscanum (op. cit., Gregorius IX, CXCVI, p. 191). Ivi, p. 12.
[14] Ibidem.
[15] Circoscrizioni territoriali.
[16] Golubovich G., Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell’Oriente francescano, Quaracchi presso Firenze, 1913, Tomo II, Tabula III, p. 241.
[17] Golubovich G., Series Provinciarum Ordinis Fratrum Minorum, op. cit., Tabula II, p. 18.
[18] Il Provinciale fu incluso Paolino da Venezia (†1344) vescovo di Pozzuoli, nel suo manoscritto Satyrica gestarum rerum, regum atque regnorum et summorum pontificum historia (in breve Satyrica historia).
[19] Per quanto riguarda la datazione del Provinciale vedi: Golubovich G., Biblioteca bio-bibliografica, op. cit., pp. 101-102.
[20] Provinciale Ordinis Fratrum Minorum vetustissimum secundum Codicem Vaticanum nr. 1960, edidit Conradus Eubel, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1892, pp. 69-70.
[21] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. II, Appendice VII, p. 643.
[22] De Kerval L., Sancti Antonii de Padua vitae duae quarum altera hucusque inedita, Paris, 1904, nota 2, pp. 33-34.
[23] In alcuni elenchi dei re di Sicilia, viene riportato con il numerale III, perché in realtà il numerale di questo re di Sicilia, dovrebbe essere III, ma egli decise di assumere il numerale IV perché suo nonno, Federico, prima di lui aveva assunto il numerale III anziché il II, in omaggio al suo antenato, l’imperatore Federico II di Svevia.
[24] Il termine “locus” indica un convento.
[25] Il locus Randacii figura erroneamente sotto la Custodia Drepani (Trapani) anziché in quella di Messanae (Messina). Rodulphio P., Historiarum Seraphicae Religionis libri tres, Venetijs, 1586, Liber secundus, f. 282v: «Locus Randacij, anno 1334 nàm Regina Elisabeth mater Regis Friderici Tertij, habuit facultatem à Clemente Sexto construendi locum ad radices montis Ethnae. Itaque construxit locum sub titulo Sancti Francisci».
[26] Waddingo L., Annales Minorum seu trium Ordinum a S. Francisco institutorum, Romae, 1733, Tomus VII, p. 316, XIII: «[…] Randacii aliud extruxisse Elisabetham Reginam, Ludovici ac Friderici III. Regum genitricem, impetrata prius facultate a Clemente VI, idque factum asserit anno 1334. Sed mendum esse in notis judicaverim, atque ita transponendas, 1343. neque enim sub illo anno fedit Clemens VI. qui anno 1342 assumptus est ad pontificatum.».
[27] Archivio di Stato di Messina, Fondo Pergamene, Ospedale di Santa Maria la Pietà.
[28] Il Cagliola riporta che di recente la vecchia campana si era rotta e che i frati la rifusero.
[29] Spesso confuso con Bartolomeo “domini Albisi”.
[30] Il nome del guardiano, Alferio da Messina, viene riportato in: Chronica XXIV, op. cit., p. 490.
[31] Il nome del procuratore viene riportano in: Ibidem.
[32] Bartholomaeo de Pisa, De conformitate vitae Beati Francisci ad vitam Domini Iesu, in «Analecta Franciscana», Tomus IV, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1906, pp. 297-301; Chronica XXIV, op. cit., p. 490; Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., pp. 145-146.
Intorno all’anno della morte del Beato non tutti i biografi sono dello stesso parere. Bartolomeo da Pisa e il Martirologio Francescano riportano l’anno 1343, altri, invece, riportano il 1342 o il 1345.
[33] Non ancora concluso.
[34] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol.1, f. 56r, «Item in eccl(es)ia S(an)cti Francisci tarenos tres».
[35] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfredo, scaf. 1, cass. 1, vol. 4, cc. 27v-29v (1452); Ventura D., Randazzo e il suo territorio tra medioevo e prima età moderna, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1991, p. 175.
[36] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfredo, scaf. 1, cass. 1, vol. 4, cc. 3-10v (1452); Ventura D., Randazzo e il suo territorio, op. cit., pp. 92-94.
[37] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Pietro, scaf. 1, cass. 1, vol. 6, foglio volante (1460). Ventura D., Randazzo e il suo territorio, op. cit. p. 210.
[38] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Pietro, scaf. 1, cass. 1, vol. 7, cc. 9r-10r (1464). Ventura D., Randazzo e il suo territorio, op. cit. p. 324.
[39] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Pietro, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 47r (1455); Ivi, vol. 5, c. 233r (1456); Ivi, vol. 8, c. 26r (1467).
[40] Egli aveva ottenuto il magistero presso il rinomato studio di S. Francesco di Bologna, nel 1487. Piana C., Ricerche su le Università di Bologna e di Parma nel secolo XV, Quaracchi presso Firenze, 1963, p. 180.
[41] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Palermo Nicola, scaf. 1, cass. 5, vol. 22 (1494).
[42] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol.1, f. 71r.
[43] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43, Seconda Parte: Randazzo Sacra, cc. 86-87, p. 312.
[44] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 40.
[45] Constitutiones Urbanae Ordinis Fratrum Minorum S. Francisci Conventualium, editae Constantio J. B., Venetiis, 1757, Cap. VIII, Tit. XXXI, n. 4, p. 148.
[46] Ivi, n. 5, p. 148: «Toties insuper diversarum facultatum disputationes publicae a studiorum illius Provinciae Professoribus juxta ipsorum Gymnasiorum dignitatem, et ordinem habeantur […]».
[47] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 41.
[48] Ciccarelli D., La circolazione libraria tra i francescani di Sicilia, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1990, vol I, p. XIII.
[49] La città fu seriamente colpita dalla pestilenza del 1347 e da quella del 1575-80. Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol II, Libro VIII, pp. 380-390.
[50] Ivi, p. 425.
[51] Per approfondire vedi: Palermo D., La rivolta del 1647 a Randazzo, in «Mediterranea. Ricerche storiche», Anno III, n. 8, 2006, pp. 485-522.
[52] Ivi, p. 491.
[53] Ivi, p. 492.
[54] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol II, Libro VIII, p. 463.
[55] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 79.
[56] Ivi, p. 37.
[57] Ivi, p. 80.
[58] Ivi, p. 32.
[59] Cucinotta S., Popolo e clero in Sicilia nella dialettica socio-religiosa fra Cinque-Seicento, Messina, Edizioni Storiche Siciliane, 1986, p. 446.
[60] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Seconda Parte: Randazzo Sacra, c. 85, p. 311.
[61] Ibidem.
[62] Ivi, c. 87, p. 313.
[63] Ivi, c. 86, p. 311.
[64] La sala capitolare era il luogo più importante del convento dopo la chiesa. Qui i frati si riunivano ogni giorno per ascoltare la lettura dei capitoli della Regola – da questo il nome di Sala del Capitolo–, si dava l’estremo saluto ai defunti e si svolgevano le riunioni comunitarie riguardanti il convento, come l’elezione del guardiano, l’ammissione al noviziato, le punizioni, gli acquisti e le vendite dei terreni. Essa frequentemente era posta sul lato orientale del chiostro.
[65] Anche questo locale spesso si trovava sul lato orientale del chiostro. Esso era il luogo di lavoro. Qui aveva sede lo scriptorium e la biblioteca.
[66] Questi luoghi, di solito si trovavano sul lato meridionale del chiostro.
[67] Ivi, c. 85, p. 311.
[68] Ivi, cc. 86-87, pp. 311-313.
[69] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 189.
[70] Costa F., Profili di oratori siciliani dell’Ordine dei Minori Conventuali nel secolo XVI, in «Francescanesimo e cultura in Sicilia (secc. XIII-XVI)», Palermo, Officina di Studi Medievali, 1987, pp.258-260.
[71] Zaramella V., Guida inedita della Basilica del Santo. Quello che della Basilica del Santo non è stato scritto, Padova, Centro Studi Antoniani, 1996, pp. 696-698.
[72] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni e distinguendo tra u e v in base al valore fonetico assunto dal singolo segno. Le lettere attualmente perdute ma note perché trascritte da altri studiosi sono state trascritte con l’uso della sottolineatura. Con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni; le aggiunte e correzioni di lettere si danno tra parentesi uncinate < >. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[73] Randacio: l’inserimento di una D in luogo della R è certamente un banale errore del lapicida in fase di trasposizione del testo su pietra.
[74] Nella traduzione del testo, resa da padre Zaramella, si è provveduto a correggere dandace con randazzese. Ivi, pp. 697-698.
[75] «Aspetto finché arriverà la mia trasformazione [in corpo di luce]». Ibidem.
[76] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Seconda Parte: Randazzo Sacra, c. 85, pp. 310-311.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO DI STATO DI MESSINA
Fondo Pergamene
Ospedale di Santa Maria la Pietà.

ARCHIVIO CHIESA DI SAN MARTINO
Libro Rosso, vol.1.

ARCHIVIO DI STATO DI CATANIA
Fondo notarile di Randazzo
notaio Marotta Manfredo, vol. 4.
notaio Marotta Pietro, voll. 5, 6, 7, 8.
notaio Palermo Nicola, vol. 22.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

BARTHOLOMAEO DE PISA, De conformitate vitae Beati Francisci ad vitam Domini Iesu, in «Analecta Franciscana», Tomus IV, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1906.

BÖHMER H., Analekten zur Geschichte des Franciscus von Assisi, Tübingen und Leipzig, 1904.

CAGLIOLA P., Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum Conventualium S. Francisci. Manifestationes novissimae, sex explorationibus complexae, Venetiis, 1644, ristampa a cura di Filippo Rotolo, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1984.

Chronica XXIV Generalium Ordinis Minorum, in «Analecta Franciscana», Tomus III, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1897.

CICCARELLI D., La circolazione libraria tra i francescani di Sicilia, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1990, vol I.

Constitutiones Urbanae Ordinis Fratrum Minorum S. Francisci Conventualium, editae Constantio J. B., Venetiis, 1757.

COSTA F., Profili di oratori siciliani dell’Ordine dei Minori Conventuali nel secolo XVI, in «Francescanesimo e cultura in Sicilia (secc. XIII-XVI)», Palermo, Officina di Studi Medievali, 1987.

CUCINOTTA S., Popolo e clero in Sicilia nella dialettica socio-religiosa fra Cinque-Seicento, Messina, Edizioni Storiche Siciliane, 1986.

DE KERVAL L., Sancti Antonii de Padua vitae duae quarum altera hucusque inedita, Paris, 1904.

GAMBOSO V., Vita prima di S. Antonio o «Assidua» (c. 1232), Padova, EMP-Edizioni Messaggero, 1981.

GOLUBOVICH G., Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell’Oriente francescano, Quaracchi presso Firenze, 1913, Tomo II.

GOLUBOVICH G., Series Provinciarum Ordinis Fratrum Minorum saec. XIII-XIV, in «Archivum Franciscanum Historicum», Annos I, Claras Aquas, prope Florentiam, 1908.

MAGRO L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43.

PALERMO D., La rivolta del 1647 a Randazzo, in «Mediterranea. Ricerche storiche», Anno III, n. 8, 2006.

PALOMES L., Dei Frati Minori e delle loro denominazioni. Illustrazioni e documenti al capo XX, Vol. II della Storia di S. Francesco d’Assisi, seconda edizione, Palermo, 1897.

PIANA C., Ricerche su le Università di Bologna e di Parma nel secolo XV, Quaracchi presso Firenze, 1963.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

Provinciale Ordinis Fratrum Minorum vetustissimum secundum Codicem Vaticanum nr. 1960, edidit Conradus Eubel, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1892.

RODULPHIO P., Historiarum Seraphicae Religionis libri tres, Venetijs, 1586.

SBARALEAE J. H., Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum, Romae, 1759, Tomus I.

VENTURA D., Randazzo e il suo territorio tra medioevo e prima età moderna, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1991.

WADDINGO L., Annales Minorum seu trium Ordinum a S. Francisco institutorum, Romae, 1733, Tomus VII.

ZARAMELLA V., Guida inedita della Basilica del Santo. Quello che della Basilica del Santo non è stato scritto, Padova, Centro Studi Antoniani, 1996.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie e le cartoline sono dell’autrice.

Figura 4: Il Beato Gerardo Cagnoli, tratta da: <http://www.diocesialessandria.it/ public/PageImages/BeatoGerardoCagnoli.jpg>, agg. 2016.
Figura 8: Il complesso conventuale di San Francesco in una mappa catastale urbana di Randazzo del 1877: Montera C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II, n. 4, Gravina di Catania, 1983, p. 8.

RINGRAZIAMENTI

Sono estremamente grata alla dottoressa Marzia Ciato, per il materiale che mi ha fornito, per avermi gentilmente permesso l’accesso al chiostro del Noviziato e per avermi consentito di fotografare il monumento funebre di padre Giacomo Rosa.
Per i libri e il materiale a stampa ringrazio il personale della Biblioteca Nazionale Marciana (Venezia), in particolare la dottoressa Pagan Cristina, e quello della Biblioteca San Francesco della Vigna (Venezia).

La chiesa e il convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali a Randazzoultima modifica: 2016-05-13T09:27:41+00:00da angela-militi
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