L’iscrizione del palazzo Clarentano a Randazzo: nuova lettura e interpretazione

Palazzo Clarentano è un’elegante dimora nobiliare del XVI secolo, in stile tardo-gotico catalano, con influssi rinascimentali, situato nel cuore del centro storico, a pochi passi dalla chiesa di San Nicola.

palazzo clarentano                 cartolina                                                       Figura 1: Randazzo, Palazzo Clarentano
Figura 2: Il prospetto principale del palazzo in una cartolina di inizio XX secolo

Il palazzo fu voluto, probabilmente, dal nobile Antonio Clarentano nel 1509, come lascia supporre un’iscrizione incisa sulla cornice marcapiano dello stesso che riportava la data e il nome del nobile. In seguito l’edificio passò di proprietà alla famiglia Finocchiaro. Attualmente appartiene alla famiglia Dilettoso.

Il prospetto principale si affaccia su via Duca degli Abruzzi mentre quello occidentale su via Clarentano.

L’edificio presenta una pianta a parallelogramma e si sviluppa su due livelli: piano terra e piano nobile.

Al piano terra, sul lato del prospetto principale, si apre un ampio portale con arco a sesto ribassato realizzato in conci di pietra arenaria squadrati, concluso da un cordone esterno che poggia su due capitelli decorati.

DSC04235 Figura 3: Il portale del prospetto principale

Ai lati del portale, poste ad altezze diverse, si aprono due finestre rettangolari, in arenaria, definite anch’esse da un cordone, ad andamento rettilineo, sostenuto da peducci all’estremità, chiuse da grate in ferro battuto.

foto 2      foto 3            Figure 4-5: Le due finestre che sia aprono al pianterreno

Una cornice marcapiano, sulla quale poggiano tre bifore in arenaria ad arco acuto divise da colonnine, separa il pianterreno con il piano nobile.

A chiudere il prospetto principale, lungo tutta la facciata, lo sporto del tetto, sorretto da mensole lignee ingentilite da intagli decorativi.

Sulla cornice marcapiano, come detto precedentemente, è presente un’iscrizione latina.

Il testo è disposto su un’unica linea che corre lungo la cornice. Esso, diviso in tre parti da due protomi leonine che reggono uno stemma[1] (capriolo accompagnato da tre stelle di otto raggi poste due al capo ed una in punta), è inciso in caratteri capitali di tipo romanico.

DSC01718        stemma palazzo clarentano 2                                                      Figure 6-7: Le due protomi leonine

L’ultima parte del testo rimase coperta, dopo il 1857, dal muro dell’edificio attiguo ma, fortunatamente, fu trascritta dall’architetto francese Bailly[2].

Il solco dell’incisione, a sezione triangolare, è relativamente profondo. Le parole, con buona frequenza, sono separate da interpuncta. L’iscrizione è molto curata sia nell’ordinatio sia nell’incisione delle lettere.

L’esame dell’iscrizione, compiuto nel 2007, ha evidenziato alcune differenze rispetto alla lettura fornita da Bailly, primo editore del testo. Pertanto, il testo dell’iscrizione dovrebbe essere il seguente[3]:

Inter autem pensan//dum es<t> q(uod) tutior via sit ut bonum quis que post mortem suam sperat agi per alios agat dum vivit ipse prose nobilis An//tonius Clarintanus MCCCCCIX[4]

Secondo l’interpretazione data da un amico del Bailly, esperto nella letteratura e usanze religiose del Medioevo, il testo deriverebbe da un inno cantato dai monaci benedettini per eccitarsi alla fatica lavorativa. Altresì, secondo l’erudito, il testo contiene due errori: nedum per pedum e sit invece di sic, pertanto interpreta: «Inter autem pensa, pedum esto tutior via. Sic, ut bonum quisque post mortem suam sperat agi per alios, agat, dum vivit, ipse pro se» e traduce: «Il lavoro è il sentiero. Tu speri che dopo la tua morte il bene sarà fatto da altri: fai da te anche quando sei vivo; paga il tuo debito personale»[5].

Questa interpretazione è stata condivisa dalla maggior parte degli studiosi che si sono occupati, in seguito, dell’iscrizione[6].

Ben diversa è l’interpretazione proposta dal professore Sabbadini e dal Vagliasindi Polizzi.

Il professore così interpreta il testo: «Inter vitae pensa ne diu esto. Tutior via sit ut bonum quod quisque post mortem suam sperat agi per alios, agat dum vivit ipse per se…» e traduce: «Non indugiarti troppo a lungo tra le cure della vita. Sarebbe regola più sicura che ciascuno facesse da sé mentre vive quel bene che spera gli sia fatto dagli altri dopo la morte»[7].

Il Vagliasindi Polizzi, invece, propone: «Quisque sperat post mortem suam agi inter pensa dum, ipse vivit agat bonum ut autem tutior sit via, esto per alios nedum, pro se N. A C 1509» e traduce: «Ognuno spera dopo la sua morte figurare, nei monumenti, mentre egli vive benefici e per sicuro riuscire si studii per gli altri non meno che per sé stesso farebbe N. A C 1509 che corrisponde: Si prodesse aliis stude as tibi proderis ipsi Muret»[8].

In realtà, abbiamo appurato che il testo dell’iscrizione è citazione di un passo dei Dialoghi di San Gregorio Magno, ovvero l’incipit del capitolo LVIII: De virtute ac mysterio victimae salutaris (Misteriosa efficacia della vittima salutare)[9].

PL, 77, 425 Figura 8: L’incipit del capitolo LVIII

Che Simonetti così traduce: «Riguardo a questo argomento bisogna considerare che la via più sicura è che il bene, che ognuno spera di ricevere da altri dopo la sua morte, egli stesso lo faccia a suo beneficio durante la vita»[10].

Un Antonius Clarintano, nobile, è citato come testimone in un documento del 1514[11].

DSC09440 Figura 9: Particolare del documento in cui è citato il nobile Antonius Clarintano. Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, f. 26v

NOTE

[1] La protome leonina del cantonale di sud-ovest è molto abrasa e mutila dello stemma.
[2] Bailly E., Palais Finocchiara, a Randazzo, in «Revue Générale de l’architecture et des travaux publics» a cura di César Daly, vol. 15, Paris, 1857, col. 191.
[3] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni e distinguendo tra u e v in base al valore fonetico assunto dal singolo segno. Non sono riprodotti gli interpunta. Le lettere fra parentesi acute racchiudono le lettere aggiunte nella trascrizione perché dimenticate dallo scriptor; con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni. Le lettere attualmente perdute ma note perché trascritte da altri studiosi sono state trascritte con l’uso della sottolineatura. Si è inserita una doppia barra obliqua // per segnalare la fine della sezione.
[4] Pensandum: pensa nedum (Ibidem); est quod: esto (Ibidem); quis que: quisque (Ibidem); prose: pro se (Ibidem).
[5] Ibidem.
[6] Di Marzo G., Delle belle arti in Sicilia dai Normanni sino alla fino del sec. XIV, Palermo, 1858, vol. I, p. 341; il De Roberto e il Leopold, riportano la lettura di Bailly, De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 26; Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 156; Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol. I, p. 73; Bellafiore G., Architettura in Sicilia (1415-1535), Palermo, Italia Nostra, 1984, p. 150; Agati S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988, p. 201.
[7] Mandalari M., Ricordi di Sicilia, seconda edizione, Città di Castello, 1902, p. 221 nota 68.
[8] Vagliasindi Polizzi P., Cenni storici, Chiese, Monumenti, Antichità della Città di Randazzo, Adernò, 1906, Biblioteca Comunale di Randazzo riproduzione in fotocopia, 7.H.146, p. 32.
[9] Sancti Gregorii Papae, Dialogorum Libri IV, in «Patrologiae cursus completus. Series Latina» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1849, Tomo LXXVII, col. 425.
[10] Magno Gregorio, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), testo critico e traduzione a cura di Manlio Simonetti, commento a cura di Salvatore Pricoco, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2006, Volume II: Libri III-IV, p. 351.
[11] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, f. 26v.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO CHIESA DI SAN MARTINO

Libro Rosso, vol. 1.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AGATI S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988.

BAILLY E., Palais Finocchiara, a Randazzo, in «Revue Générale de l’architecture et des travaux publics» a cura di César Daly, vol. 15, Paris, 1857.

BELLAFIORE G., Architettura in Sicilia (1415-1535), Palermo, Italia Nostra, 1984.

CALI’ P., Palazzo Clarentano a Randazzo, in «Quaderni del dipartimento patrimonio architettonico e urbanistico (P.A.U.)», a. IV (1994), n. 8.

DE ROBERTO F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909.

DI MARZO G., Delle belle arti in Sicilia dai Normanni sino alla fino del sec. XIV, Palermo, 1858, vol. I.

LEOPOLD W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007.

MAGNO GREGORIO, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), testo critico e traduzione a cura di Manlio Simonetti, commento a cura di Salvatore Pricoco, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2006, Volume II: Libri III-IV.

MANDALARI M., Ricordi di Sicilia, seconda edizione, Città di Castello, 1902.

SANCTI GREGORII PAPAE, Dialogorum Libri IV, in «Patrologiae cursus completus. Series Latina» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1849, Tomo LXXVII, col. 425.

VAGLIASINDI POLIZZI P., Cenni storici, Chiese, Monumenti, Antichità della Città di Randazzo, Adernò, 1906, Biblioteca Comunale di Randazzo riproduzione in fotocopia, 7.H.146.

VENTURI A., L’architettura del quattrocento, in «Storia dell’Arte Italiana», vol. 8, 1924.

VIRZÌ S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol. I.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI
Le fotografie e la cartolina sono dell’autrice.

Figura 8: L’incipit del capitolo LVIII, tratto da: Sancti Gregorii Papae, Dialogorum Libri IV, in «Patrologiae cursus completus. Series Latina» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1849, Tomo LXXVII, col. 425.

Figura 9: Particolare del documento in cui è citato il nobile Antonius Clarintano. Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, f. 26v. Documento inedito qui riprodotto grazie alla gentile concessione di padre Emanuele Nicotra, parroco della chiesa di San Martino. Vietata la riproduzione senza autorizzazione.

RINGRAZIAMENTI

Ringraziamo vivamente padre Emanuele Nicotra, parroco della chiesa di San Martino, per avermi gentilmente concesso di consultare l’archivio della parrocchia e per avermi consentito di fotografare e pubblicare il particolare del documento.

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Una nuova proposta interpretativa sui resti architettonici di via Orto

Randazzo, anticamente racchiusa all’interno delle mura di cinta, da sempre si raccoglie intorno alle sue tre chiese: Santa Maria, San Nicola e San Martino, da cui prendono nome i quartieri in cui la città era suddivisa intra moenia. I tre quartieri si caratterizzano per le loro suggestive viuzze, capaci di regalare al visitatore sensazioni uniche. Proprio in una di queste viuzze, Via Orto, nel quartiere di San Martino, si trovano i ruderi di una “enigmatica” costruzione dall’aspetto piuttosto singolare.

DSC04226 Figura 1: Randazzo, Resti architettonici di Via Orto

Essa, presenta una pianta rettangolare, orientata Nord-Est/Sud-Ovest, di cui si conservano, in parte, solo tre dei quattro muri perimetrali, priva di copertura. Il paramento murario è realizzato con pietra lavica di diverse dimensioni e cocci di cotto rosso legati con la calce. L’ingresso si trova sul lato meridionale e presenta un portale, in pietra lavica, ad arco a tutto sesto con decoro alla chiave di volta, sormontato da uno stemma, in pietra lavica, con un agnello pasquale (Agnus Dei), rivolto a sinistra, appoggiato su tre zampe su un monte a tre cime (monte paradisiaco), la zampa anteriore sinistra alzata sostiene un’asta dalla quale pende una banderuola.

portale via orto      casa via orto stemma 2          Figura 2: Il Portale del prospetto meridionale
Figura 3: La chiave di volta e lo stemma con l’Agnus Dei

A ridosso dello spigolo sud-orientale si trovano i resti di una raffinata scultura, in parte coperta da uno strato d’intonaco cementizio, rappresentante la scena della Natività di Gesù, nel quale è possibile identificare: un angelo mutilo che sorregge un cartiglio, che riporta – in caratteri gotici – l’incipit dell’inno angelico alla Natività di Gesù: “Gloria in excelsis deo” (Gloria a Dio nell’alto dei Cieli), un angelo musicante con liuto, una figura mutila seduta, molto probabilmente, la Vergine Maria che teneva in braccio Gesù bambino, la stella della Natività accompagnata da altre stelle e parte di un volto.

DSC03602 Figura 4: La Natività

All’interno della struttura si aprono, nelle pareti, sette nicchie ricavate nello spessore murario, tre nella parete orientale con arco a sesto ribassato, e due con arco a tutto sesto, rispettivamente nella parete meridionale e in quella settentrionale, ai lati dei portali.

IMG_20140816_184426 DSC03960 DSC03612 Figure 5-7: Le nicchie che si aprono lungo le pareti

Il portale che si apre nella parete settentrionale, in pietra lavica, architravato sormontato da una modanatura aggettante ed elevato di due gradini, immette in un piccolo cortile dove si conserva una vera da pozzo, di forma cilindrica, realizzata con pietra lavica di varia pezzatura legata da malta a base di calce, posta su un ampio basamento circolare, con

DSC03951 Figura 8: La vera da pozzo

zoccolo e bordo in basalto aggettanti; il fusto e arricchito da otto lesene, leggermente aggettanti, con basi e fusti scolpiti con motivi geometrici (cerchi, esagoni[1], rettangoli e croci), fitoformi e un motivo zoomorfo (coda di uno scorpione).

20140816_183440 20140816_183507 20140816_183524 20140816_183532

20140816_183540 20140816_183547 20140816_183557 lesena . Figure 9-16: Le otto lesene che decorano la vera da pozzo

Il basamento, sul lato di Nord-Est, è inglobato, in parte, da un lavatoio con annesso un’altra piccola vera da pozzo, addossati rispettivamente alla parete orientale e a quella settentrionale, sulle quali si aprono tre nicchie: due con arco a tutto sesto[2] e una con arco a sesto ribassato.

DSC03974 Figura 17: Le due vere da pozzo e il lavatoio

Altre due nicchie con arco a tutto sesto si trovano ai lati del portale.

DSC03954 DSC03952 Figure 18-19

Il primo a interessarsi dei ruderi, stando a quanto riporta il don Virzì, fu il professor Enzo Maganuco, docente di Storia dell’Arte medievale e moderna, che propose una datazione del complesso al tardo XVI secolo[3]. Tuttavia, quanto riportato dallo studioso locale, non trova riscontro negli scritti del Maganuco[4].

Il don Virzì, nel suo dattiloscritto Randazzo e le sue opere d’arte, asserisce che i ruderi appartengono a una casa magnatizia e scrive : «Questo è il portale d’entrata con la visione in fuga del portale che immette al secondo cortile adorno di una vera di pozzo. E’ un complesso segnalato per la prima volta dal Maganuco che lo assegna al tardo cinquecento. E’ costituito da due cortili intercomunicanti per mezzo di un portale rettangolare sormontato da aggraziatissima cornice. Al primo cortile si accede per mezzo attraverso [correzione scritta a mano N.d.A] di un portale di diversa linea: esso è in lava, a tutto sesto, sormontato da uno stemma nobiliare. Mentre questo primo cortile probabilmente aveva la funzione del “patio” di origine spagnolesca, il secondo era destinato ai servizi della casa; infatti è fornito di una cisterna con vera ornata di pilastrini in pomice con disegni ad intaglio su base poligonale, da nicchie-ripostigli, lavatoi e sedili. Tanto il primo che il secondo cortile sono ornati di numerose nicchie affiancate che conservano tracce di colore forse vi erano i ritratti degli antenati [due righe aggiunte a mano N.d.A]. Purtroppo è in condizioni pietose perché i muri screpolati ci conservano le sole linee architettoniche che ci parlano del passato splendore di questa casa signorile»[5]. Ed ancora: «Via Orto n. 5: Resti di palazzo nobiliare del cinquecento: portale che immette in un primo cortile, sormontato da stemma; portale rettangolare con cornice di coronamento, che immette in un secondo cortile con vera di cisterna in lava finemente lavorata, e nicchie nei muri perimetrali interni che fanno pensare non solo a riquadri di ornamento ma addirittura a nicchie affrescate. (Fig. V. 111-116) Allo spigolo esterno resto di una scultura romanica rappresentante una Annunziazione; ben visibile un angelo con mandola (fig. X. 10) All’angolo esterno, in una nicchia, piccola colonnina dorica. (fig. X. 13)»[6].

Poco convincente sembra, però, la proposta del don Virzì, di riconoscervi i resti di un palazzo nobiliare, in quanto un’attenta osservazione dei resti architettonici e, soprattutto, la presenza di alcuni elementi quali le nicchie aperte lungo le pareti, i resti della scultura della Natività di Gesù, lo stemma dell’Agnus Dei, nonché le due croci: una greca inscritta in un cerchio e l’altra decussata o di Sant’Andrea, effigiate rispettivamente su due basi delle lesene della vera da pozzo, lascerebbero sufficiente spazio anche ad una nuova e

20140816_183540.1 20140816_183557.1 Figura 20: La croce greca inscritta in un cerchio
Figura 21: La croce decussata o di Sant’Andrea

diversa interpretazione, ovvero quella che in origine, probabilmente, la costruzione fosse stata un edificio ecclesiastico.

Fondamentale, a tal proposito, risulta l’elenco relativo alle chiese cittadine, compilato dal reverendo Plumari, in cui si fa menzione di una: «Chiesa dedicata alla Vergine e Martire Santa Venera, quale allora sorgeva nel Rione di S: Martino»[7].

Santa Venera (Santa Parasceve o Santa Veneranda)»[8] fu una martire venerata come santa dalla Chiesa cattolica.

Essa, nacque nei pressi di Xiphonia[9] in un Venerdì (feria sexta)[10] , da due nobili cristiani della Gallia, Agatone e Ippolita (o Politia) che dopo 35 (o 25) anni di preghiere e suppliche a Dio ebbero la gioia di avere una figlia. Venera ricevette dai suoi genitori un’educazione cristiana e si dedicò, fin dalla giovinezza, allo studio delle Sacre Scritture. Rimasta orfana, intraprese la via dell’ascesi e all’età di 30 anni decise di andare a predicare la parola di Dio tra la gente. Denunciata dai giudei e dai gentili ad Antonio, il primo dei tre governatori che la giudicheranno, fu sottoposta dallo stesso ad atroci torture per convincerla ad abiurare la fede, dalle quali però ella uscì sempre illesa convertendo il governatore. Di nuovo libera riprese a predicare, fino a che un giorno viene condotta da Temio (o Teotimi), despota della Magna Grecia. Superati indenne altri atroci tormenti, convertì alla fede anche il despota. Infine, durante il regno dell’imperatore Antonino, subì l’ultimo martirio ad opera di Asclepio (o Terasio) che la condanna alla decapitazione. Ma prima di morire chiese ai suoi persecutori di essere portata al tempio di Apollo, che demolì con una preghiera. Morì decapitata un 26 luglio (il settimo giorno prima delle calende di agosto)[11] e il suo corpo fu lasciato insepolto fino a quando alcuni cristiani lo traslarono ad Ascoli Piceno, dove fu venerato fino al IV secolo, quando un 14 novembre fu trasferito a Roma da un sacerdote di nome Antimo[12].

Sebbene al momento non si dispone di altri riferimenti documentali che consentono di stabilire con esattezza l’antica ubicazione della chiesa di Santa Venera, non si può del tutto escludere l’ipotesi che i resti architettonici di via Orto possano essere pertinenti alla stessa.

NOTE

[1] Il cerchio è il simbolo dell’eterno senza inizio e senza fine, né direzione né orientamento. Il cerchio con punto nel centro è un arcaico simbolo che unisce il punto che rappresenta il centro, l’origine, con il cerchio. Simbolo del Principio da cui tutto trae origine e cui tutto ritorna. L’esagono, simbolo della creazione in sei tempi, si lega all’ordine cosmico. Esso richiama all’armonia, alla perfezione e alla Sapienza.
[2]La nicchia più grande, un tempo era affrescata con un’effige della Vergine Maria.
[3] Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, Volume I, Parte II: Album storico-fotografico, p. 76.
[4] Maganuco E., Architettura plateresca e del tardo Cinquecento in Sicilia, Catania, Studio Edit. Moderno, 1939; Idem, Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, Catania, Studio Edit. Moderno, 1939; Idem, Problemi di datazione nell’architettura siciliana del medioevo, seconda edizione, Tauromenium, Catania, 1940; Idem, Opere d’arte della Sicilia inedite o malnote, Torino, S.E.I.,1944; Idem, Esercitazioni sull’arte Siciliana: Complemento al Corso di storia dell’arte medievale e moderna tenuto nell’Università di Messina nell’anno accademico 1955-56, Catania Barriera, Ed. Tip. Scuola Salesiana Del Libro, 1956.
[5] Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte, op. cit., Volume I, Parte II: Album storico-fotografico, p. 76.
[6] Ivi, Volume III, Atlante 2, Parte III, Tavole topografiche, tavola I: quartiere di San Martino.
[7] Plumari G., Ricerche storiche della città di Randazzo, ms. del 1819 (alcuni fogli del manoscritto presentano una doppia numerazione), Archivio Privato, f. 176, n. 41.
Nel Codice Diplomatico, redatto dal reverendo Plumari, la chiesa di Santa Venera viene menzionata dallo stesso, tra le chiese «abbolite, parti esistenti demolite, parti ridotti in case di abitazione, e parti trasferite, ed unite nelle altre chiese, che sono tutt’ora esistenti in Randazzo». Plumari G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca Comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15, f. 6v, nota C. Nel manoscritto Storia di Randazzo, invece, il Plumari menziona solo la chiesa di Santa Venera ubicata nell’Ex-Feudo di Cantara. Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. I, Libro III, p. 325, n. 53.
[8] Bibliotheca Hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis, ediderunt Socii Bollandiani, Bruxellis, 1900-1901, Vol. K – Z, ad vocem Venera, p. 1232.
Pennisi S., Un frammento della Passio di Sancta Venera (BHL 8530) in due pergamene del XIV secolo. Nuovi contributi su Santa Parasceve – Santa Venera, in «Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici Acireale», Memorie e Rendiconti, Serie V, Vol. IX, Acireale, 2010, p. 259: «Il termine parasceve (παρασκευή) non ha, nel greco classico, una qualche specifica connotazione religiosa: significa semplicemente “preparazione”. La prima accezione religiosa compare nel Nuovo Testamento quando gli scrittori del Vangelo usano questa parola per designare il giorno che precedeva, cioè di preparazione, il Sabato – lo Shabat o Shabbath per gli ebrei – della Pasqua. Solo in seguito, parasceve, nel suo originario significato ebraico, προσάββατον, come giorno di preparazione prima dello Shabbath, venne recepito tra i cristiani come denominazione categorica di Venerdì, poiché era il giorno della morte di Cristo».
[9] Città fondata dai greci, oggi scomparsa, situata nel territorio compreso fra Acireale, Aci Catena e Aci Castello. Famose furono le sue terme alimentate da acque sulfuree provenienti dal vulcano Etna.
[10] Acta Sanctorum, Tongerlo Æ, Typis Abbatiae, 1794, Tomus VI: Octobris, dies XIII, pp. 167-168.
[11] Pennisi S., Un frammento della Passio di Sancta Venera, op. cit., p. 241.
[12] Santa Venera, in «Wikipedia», <http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Venera >, agg. 2014.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Acta Sanctorum, Tongerlo Æ, Typis Abbatiae, 1794, Tomus VI: Octobris.

Bibliotheca Hagiographica Latina antiquae et mediae aetatis, ediderunt Socii Bollandiani, Bruxellis, 1900-1901, Vol. K – Z, ad vocem Venera.

PENNISI S., Un frammento della Passio di Sancta Venera (BHL 8530) in due pergamene del XIV secolo. Nuovi contributi su Santa Parasceve – Santa Venera, in «Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici Acireale», Memorie e Rendiconti, Serie V, Vol. IX, Acireale, 2010, pp. 233-277.

PLUMARI G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca Comunale di Palermo, Qq H 116.

PLUMARI G., Ricerche storiche della città di Randazzo, 1819, Archivio Privato.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

VIRZÌ S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, Volumi I e III.

FONTI INTERNET

Santa Venera, in «Wikipedia», <http://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Venera >, agg. 2014.

Significato e simbologia del cerchio, <http://www.mitiemisteri.it/esoterismo/geometria/cerchio.html >, agg. 2013.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Tutte le fotografie sono state eseguite dall’autrice.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio la dottoressa Franca Maria Garofalo, Biblioteca della Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Palermo, per la cortesia e la grande disponibilità dimostratemi, e per tutto l’aiuto fornitomi.
Ringrazio di cuore la signora Cristina Longhitano e la sua famiglia, proprietari dell’edificio di via Orto, per la gentile disponibilità dimostrata.
Ringrazio immensamente Beppe Petrullo e sua moglie Silvana, per avermi messo in contatto con la signora Cristina Longhitano.

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Un Giovanni molto femminile in un’opera del Gagini

Il 7 dicembre 1523, lo scultore palermitano Antonello Gagini[1] (1478-1536) – dopo aver realizzato per la chiesa di San Nicola la statua del titolare –, s’impegna a eseguire, sempre per la stessa chiesa, una custodia marmorea per la «custodia Corporis Domini nostri Jesu Christi»[2]

425px-Gagini               DSC05179                                 Figura 1: Ritratto di Antonello Gagini
Figura 2: Randazzo, Chiesa di San Nicola, San Nicola di Bari, Statua marmorea, 1523

L’atto rogato a Randazzo dal notaio Hieronimi Marsigluni, prevede un compenso di trentasette once[3].

Un atto del 5 maggio 1524 informa che l’illustre scultore riceve dal presbitero Damiano Rizu, un acconto di un’oncia e nove tarì, testimoni sono il magister Laurencius de Montileone e Franciscus Lupu[4].

Dodici anni dopo, dalla stipula del contratto, l’opera non è ancora stata consegnata. Risulta, infatti, da un atto notarile del 9 novembre 1535, rogato dal notaio Joannis Beneditti de Pidono, alla presenza dei testimoni Petrus Spatafora, signore di Roccella, e il notaio Bartholus Zizus, che lo scultore si obbliga, un’altra volta, con il presbitero Aloisii de Paula, procuratore della chiesa di San Nicola, a eseguire la custodia che, promette di consegnare entro il successivo mese di Luglio. In tale data, Antonello riceve in acconto altre tredici once, il resto, il procuratore promette di pagare al magister: quattordici once e ventiquattro tarì al compimento dell’opera e le restanti sette once alla consegna, ovvero «assettata ditta opera in ditta ecclesia»[5].

Tuttavia, tre mesi prima del termine stabilito per la consegna, Antonello Gagini muore e la custodia venne portata a termine dai figli Antonino e/o Giacomo che, una volta consegnata, venne collocata nell’altare della Cappella del Sacramento.

In tempi recenti, purtroppo, l’opera venne scomposta: il tabernacolo e la Pietà vennero reimpiegati nell’Altare del Crocefisso, nel transetto destro, mentre il dossale – scandito da quattro riquadri rettangolari scolpiti a bassorilievo, recanti alcune scene della Passione – murato sulle pareti dello stesso.

          DSC04967     IMG_2551               Figure 3-4: Transetto destro, L’Altare del Crocifisso

              20140727_235830      20140727_235847   Figura 5: Tabernacolo a frontale architettonico, Prospetto
Figura 6: La Pietà, In basso a destra è effigiato il volto di profilo di un personaggio, nell’atto di baciare il dorso della mano del Cristo: si tratta, probabilmente, di un autoritratto di uno dei figli del Gagini, Antonino o Giacomo, che portò a termine l’opera.

DSC04982          DSC05125                                         Figura 7: Dossale, registro superiore: Ultima Cena; registro inferiore: Orazione di Gesù nell’Orto di Getsemani
Figura 8: Dossale, registro superiore: Flagellazione; registro inferiore: La via dolorosa

Tra i bassorilievi scolpiti sul dossale, il più interessante è quello raffigurante l’Orazione di Gesù nell’Orto di Getsemani.

DSC04985 Figura 9: L’Orazione di Gesù nell’Orto di Getsemani

La scena, in esso raffigurata, rappresenta l’episodio neotestamentario, narratoci dal Vangelo di Luca, dell’agonia di Gesù nell’orto degli ulivi: “Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro:«pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo.”[6].

Il nostro bassorilievo mostra Gesù in ginocchio, con le mani giunte, in gesto di supplica e il volto proteso verso l’Angelo consolatore che regge una croce. In basso stanno i tre discepoli abbandonati al sonno: Pietro, Giacomo e Giovanni[7]. Il primo da sinistra, s’identifica con Pietro. Il discepolo, di mezza età, con la barba e i capelli corti, è vestito con tunica e toga fissata sulla spalla destra. Al di sopra di Pietro è raffigurato Giovanni, di aspetto giovanile, con lunghi capelli mossi, imberbe, indossa una tunica con sopra un mantello fermato da una fibula. A destra, in disparte, è effigiato Giacomo con capelli lunghi e barba a punta, abbigliato come Pietro cioè con tunica e toga.

La singolarità di questo bassorilievo è data dal fatto che Giovanni è stato effigiato con dei tratti e atteggiamenti molto femminili.

Vero è che nell’iconografia tradizionale, spesso, lo stesso veniva raffigurato con tratti efebici, in quanto considerato il più giovane degli apostoli. Tuttavia sono in molti a ritenere, tra cui il premio Nobel Dario Fo, che il discepolo dai lineamenti dolci ed effeminati raffigurato, in particolar modo, nella maggior parte delle “Ultime cene”, non sia Giovanni bensì Maria Maddalena.

Su Giovanni non esistono né riferimenti archeologici diretti (come epigrafi) riferibili alla sua vita e/o al suo operato, né tanto meno riferimenti diretti nelle opere di autori antichi non cristiani, gli unici riferimenti diretti sulla vita dello stesso sono contenuti nei quattro vangeli canonici e negli Atti degli Apostoli. La tradizione cristiana lo identifica con l’autore del quarto vangelo, nonché con il “Discepolo che Gesù amava” indicato nello stesso[8]. Di contro il vangelo apocrifo di Filippo – contenuto nel II Codice di Nag Hammâdi – che con questa frase designa la Maddalena[9].

Da notare che il Giovanni effigiato nel bassorilievo dell’Ultima cena non mostra tale fisionomia.

DSC04984 DSC04984.1 DSC04985.1 Figura 10: L’Ultima Cena
Figure 11-12: Il San Giovanni effigiato nell’Ultima cena e quello effigiato nell’Orazione di Gesù nell’Orto di Getsemani

Forse perché chi effigiò il bassorilievo dell’Orazione di Gesù nell’Orto di Getsemani, fosse un “iniziato”, conoscitore di antichi segreti e della gnosi, e che abbia voluto lasciarne traccia in questo bassorilievo?

A tal proposito va ricordato che qualche volta gli artisti iniziati del passato, tramandavano le loro conoscenze segrete attraverso le loro opere d’arte.

NOTE

[1] Per un profilo biografico dello scultore si rinvia a Gallo A., Elogio storico di Antonio Gagini scultore e architetto palermitano, Palermo. 1821; Di Marzo G., I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti, Palermo, 1880, vol. I, pp. 163-213.
[2]Vedi Documento II.
[3] Vedi Documento II. L’oncia (o onza) era un’antica moneta in uso in Sicilia fin dall’antichità. Un’oncia equivaleva a 30 tarì, un tarì era pari a 20 grani e un grano a 6 piccioli.
[4] Vedi Documento I.
[5] Vedi Documento II.
[6] La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della C.E.I., Roma, CEI-UELCI, 2001, Vangelo secondo Luca, 22, 39-43.
[7] Ivi, Vangelo secondo Marco, 14, 33; Vangelo secondo Matteo, 26, 37.
[8] Ivi, Vangelo secondo Giovanni, 13, 23; 19, 26; 20, 2; 21, 7; 21, 20.
[9] Vangelo di Filippo, in «Le grandi religioni del mondo», vol. 12: Cristianesimo. I Vangeli Apocrifi, a cura di Marcello Craveri, prefazione di Dario Fo, Milano Mondadori, 2007, p. 521.

DOCUMENTI

I

1524, 5 maggio, indizione XII, Palermo.

Die v eiusdem mensis maj xij.e ind. 1524. Magister Antoneillus de Gagini, c. p., coram nobis sponte presencialiter et manualiter habuit et recepit a ven. presbitero Damiano Rizu de terra Randacii, presenti et stipulanti, unciam unam et tarenos novem p. g. in docatis aureis et aquilis argenteis; et sunt infra solupcionem operis Corporis Xpi (Christi) ecclesie Sancti Nicolai dicte terre, contenti in contractu facto in dicta terra Randacii manu notarii Hieronimi Marsigluni die vij decenbris proxime preteriti, renuncians exceptioni etc.: cum pacto etiam, quod casu quo dictus magister Antonellus fecisset aliquam procuracionem in personam cuiusvis persone pro precio, sit et esse debeat cassa, irrita et nulla; et ita virtute presentis delevit et delet. Unde, etc. – Testes: m.r Laurencius de Montileone et Franciscus Lupu. – Dal Volume di num. 3379 de’ registri di notar Giacomo Antonio Spanò (an. 1523-24, ind. XII), nell’archivio de’ notari defunti in Palermo.

EDIZIONE:
Di Marzo G., I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti, Palermo, 1880, vol. I, p. 303, nota 1.

II

Die VIIIJ.° novembris VIIIJ.e ind. 1535 (2)

Cum nobilis magister Antonius de Gagino, scultor marmorum, temporibus preteritis se obligaverit parrochiali ecclesie Sancti Nicolai terre Randacii magistriviliter facere quamdam custodiam marmoream pro custodia Corporis Domini nostri Jesu Christi ditte ecclesie certo modo et forma contentis et declaratis in quodam publico contrattu celebrato in dicta terra manu norarii Geronimi Marsigluni die VIJ.° decembris XIJ.e ind. 1523 et juxta formam designi in dicto contractu mencionati, pro pretio unciarum triginta septem, de quibus dittus m.r Antonius habuerat uncias duas et tarenos sexdecim vigore ditti contrattus, ut dixit; propterea hodie, die pretitulato, prefatus m.r Antonius de Gagino, ad instanciam venerabilis presbiteri Aloisii de Paula de ditta terra, procuratoris ditte ecclesie virtute procurationis celebrate in ditta terra manu presbiteri Joannis Beneditti de Pidono, publici notarii, die IIIJ.° presentis mensis, presentis et procuratorio ditto nomine stipulantis, sponte iterum et de novo, addendo cautelam cautele et obligacionem obligacioni, se obligavit et obligat, promisit et promittit eidem venerabili presbitero Aloisio, procuratorio ditto nomine stipulanti, bene et magistriviliter facere operam predictam marmoream pro custodia preditta, juxta formam ditti designi et supraditti contrattus, juxia eius seriem et tenorem, illamque expedire ad alcius per totum mensem julii proxime venturi: alias teneatur ad omnia et singula dapna, interesse et expensas, etiam viaticas commisarii et procuratoris, ex patto, cum juramento; et possit ditta parrochialis ecclesia dittam operam fieri facere ad interesse ditti obliagati, pro pretio, quod invenerit, et contra eum executionem causare tam de pecuniis per eum habitis, quam de dapnis, interesse et expensis quomodolibet paciendis, adversus quam non possit se opponere. Qui magister Antonius presencialiter habuit et recepit a ditto presbitero Aloisio, solvente quo supra nomine, uncias tresdecim in ducatis triginta aureis, et sunt ad complimentum unciarum quindecim et tarenorum sex, renuncians, etc. Et restans ad complimentum unciarum 37 idem ven. presbiter Aloysius, tam procuratorio ditto nomine, quam proprio nomine et in solidum, solvere promisit eidem nobili stipulanti hoc modo, videlicet: uncias XIIIJ et tarenos XXIIIJ incontinenti expedita ditta opera (alias teneatur ad expensas viaticas commissarii et procuratoris), et alias uncias septem assettata ditta opera in ditta ecclesia in eadem terra, juxta formam ditti contrattus; qui contrattus quoad reliqua stet et stare debeat in suo robbore et fìrmitate. Que omnia, etc. — Testes: magnificus dominus Petrus Spatafora et egregius notarius Bartholus Zizus.

(2) Dal volume di num. 3629 de’ registri di notar Giacomo Scavuzzo (an. 1535-6, ind. IX, fog. 142 retro a 143) nell’archivio de’ notai defunti nell’Archivio di Stato in Palermo.

EDIZIONE:
Di Marzo G., I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI, op.cit., vol. II, pp. 184-185, doc. CXLIII.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Di Marzo G., I Gagini e la scultura in Sicilia nei secoli XV e XVI. Memorie storiche e documenti, Palermo, 1880, voll. I, II.

Fo D., Lezione sul Cenacolo di Leonardo da Vinci, a cura di Franca Rame, Modena, Franco Cosimo Panini Editore, 2007.

Gallo A., Elogio storico di Antonio Gagini scultore e architetto palermitano, Palermo. 1821.

La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della C.E.I., Roma, CEI-UELCI, 2001.

Vangelo di Filippo, in «Le grandi religioni del mondo», vol. 12: Cristianesimo. I Vangeli Apocrifi, a cura di Marcello Craveri, prefazione di Dario Fo, Milano Mondadori, 2007.

FONTI INTERNET

Giovanni apostolo ed evangelista, < http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_apostolo _ed_evangelista >, agg. 2013.

“L’ultima cena” di Leonardo: San Giovanni o la Maddalena?….solo SATIRA, <http://www.emilioacunzo.it/index.php/lultima-cena-di-leonardo-san-giovanni-o-la-maddalena-solo-satira/ >, agg. 2013.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Tutte le fotografie quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 1: Ritratto di Antonello Gagini, tratto da: <http://it.wikipedia.org/wiki/File:Gagini.jpg>, agg. 2013.

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Il campanile della chiesa di San Martino a Randazzo

Il campanile della chiesa di San Martino, annoverato tra i più belli campanili della Sicilia, s’innalza sublime e leggiadro alla sinistra della chiesa.

campanile s.martino 2 Figura 1: Randazzo, Campanile della chiesa di San Martino

Splendido esempio di arte della maestranza locale, in cui si fondono in perfetta simbiosi elementi dello stile arabo-normanno[1] e gotico, dove il bianco si alterna al nero in un gioco positivo e negativo che dona un senso d’equilibrio e armonia rendendo la sua immagine particolare e suggestiva.

Sopravvissuto all’inclemenza del tempo e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, esso costituisce oggi un monumento di rara bellezza.

Il campanile, a base quadrata (6 metri per lato), in conci di pietra squadrata, si eleva per circa 35 metri, esclusa la croce di ferro.

Piante Campanile San Martino Figura 2: Piante, prospetto sud e sezione del campanile di San Martino

Esso è costituito da un alto basamento su cui s’impostano i quattro ordini superiori: il primo con feritoie; il secondo e il terzo con bifore su pilastri[2]; l’ultimo con trifore poggianti su colonnine. La sommità è conclusa da una cuspide ottagonale sulla quale è posta una croce di ferro.

L’analisi stilistica della struttura conferma che le fasi costruttive dovettero essere più di una. La parte che dal basamento s’innalza sino a quello che tutti definiscono intermedio, è la più antica.

DSC03975 Figura 3

Essa è attribuibile alla prima metà del XII secolo come dimostrano:

–  le piccole monofore, leggermente strombate con arco a sesto acuto, le quali danno luce al pianterreno, dove sul lato meridionale si trovano alcune decorazioni romaniche, a motivo di “nodi longobardi” che si ritrovano anche sul portale della cattedrale di Clonfert in Irlanda; decorazioni che il tempo e l’incuria dell’uomo non sono riusciti a cancellare del tutto.

DSC01655 DSC04232  Figura 4-5: La monofora del prospetto meridionale e quella del prospetto orientale

decorazione romanica decorazione romanica 2 Clonfert_Cathedral_ Figure 6-7: I “nodi longobardi” presenti sul prospetto sud del campanile
Figura 8: Irlanda, Contea di Galway, Clonfert, Cattedrale di Saint Brendan, Decorazioni presenti sullo stipite sinistro del portale occidentale, foto di Andreas F. Borchert

– Le feritoie poste al primo piano che conservano immutate le forme romaniche.

DSC03975 DSC03977                 Figure 9-10: La feritoia del primo piano del prospetto sud e quella del prospetto est

– Le bifore bicromate in stile arabo-normanno che si aprono al secondo piano; di grande pregio le decorazioni dei capitelli delle stesse, scolpiti con varietà di motivi fitoformi (alberi, gigli, cardi e foglie), zoomorfi (pavoni e serpenti), antropomorfi (una sirena) e geometrici (rombi, motivi a zig-zag e fiocchi).

DSC01643 Figura 11: La bifora bicromata del secondo piano del prospetto ovest

DSC01644.1  DSC01644.2
DSC01645.1   DSC01645.2              Figure 12-15: I capitelli della bifora

DSC01652 Figura 16: La bifora bicromata del secondo piano del prospetto sud                      

DSC01653.1 DSC01653.2
DSC01654.1 DSC01654.2                                     Figure 17-20: I capitelli della bifora

DSC01661 Figura 21: La bifora bicromata del secondo piano del prospetto est

DSC01662.1 DSC01662.2
DSC01663.1 DSC01663.2                                  Figure 22-25: I capitelli della bifora

Di questi meritano particolare attenzione i capitelli decorati con la sirena, simbolo del fascino e delle tentazioni; i fiori di cardo, simbolo della passione di Cristo; i due pavoni affrontati, simbolo dell’eternità; i due serpenti che si fronteggiano, i quali esprimono le due polarità, il positivo e il negativo, nonché simbolo della lotta tra forze contrarie; i gigli (Fleur de lis), simbolo della Vergine Maria e di regalità.

Sirena fiori di cardo Pavoni serpenti gigli                                       Figura 26: Il capitello con il motivo della sirena che si tiene la coda alzata con la mano destra, al di sopra della quale vi è scolpito un pesce.
Figura 27: I fiori di cardo
Figura 28: I due pavoni affrontati
Figura 29: I due serpenti che si fronteggiano
Figura 30: I Fleur de lis

Originariamente questa parte doveva essere il campanile della chiesa di San Cataldo, come testimonia il segno lasciato dal tetto della chiesa sul lato di levante dello stesso. Di fatto i segni su quel lato sono due: il primo lasciato dal tetto della chiesa di San Cataldo e il secondo lasciato dal tetto della quarta navata dell’attuale chiesa, andata distrutta durante la seconda guerra mondiale.

DSC03977 particolare segno particolare cartolina  Figura 31: Parte del campanile, in origine, della chiesa scomparsa di San Cataldo
Figura 32: Campanile, Lato di levante, Segno lasciato dal tetto della chiesa di San Cataldo (prima scalfittura sotto la bifora) e quello lasciato dalla quarta navata
Figura 33: Particolare di una cartolina di inizio XX secolo, in cui si vede, sopra il tetto della quarta navata, il segno lasciato dal tetto della chiesa di San Cataldo

Di conseguenza l’intermedio altro non fu che il coronamento finale del campanile della chiesa di San Cataldo, dal quale successivamente, nel XIII secolo, furono elevati gli altri due piani e la cuspide ottagonale.

DSC00678 Figura 34: Parte del campanile elevata nel XIII secolo

Di fatto, le bifore e la monofora del lato settentrionale, che si aprono al terzo piano, pur riprendendo lo stile arabo-normanno del piano inferiore, mostrano un evidente influenza gotica, come si nota soprattutto nei capitelli decorati con motivi vegetali, in quello a motivo zoomorfo e nei fiori che ornano gli archi.

DSC01639 uccello fiori
Figura 35: La bifora bicromata del terzo piano del prospetto ovest
Figura 36: Capitello zoomorfo, uccellino posato su di un fiore
Figura 37: I fiori che ornano gli archi a sesto acuto della bifora del prospetto ovest

DSC01649 DSC01658 monofora                  Figura 38: La bifora bicromata del terzo piano del prospetto sud
Figura 39: La bifora bicromata del terzo piano del prospetto est
Figura 40: La monofora bicromata del terzo piano del prospetto nord

In stile gotico anche le trifore, in pietra calcarea, della cella campanaria.

trifora 4°piano  ovest DSC01647                                      Figura 41: La trifora del prospetto ovest
Figura 42: La trifora del prospetto sud

DSC01656 DSC01664 Figura 43: La trifora del prospetto est                         Figura 44: La trifora del prospetto nord

Stella Di grande interesse simbolico le decorazioni geometriche poste sopra i timpani delle trifore della cella campanaria. A tal riguardo, tra queste colpiscono maggiormente: a levante il rosoncino con la stella a sei punte con al suo interno sette rose quadrilobate; la stella simboleggia la guida celeste, oltre a rappresentare la ricerca della conoscenza; tradizionalmente le stelle e le rose facevano parte della decorazione dei templi dedicati alla dea Babilonese Figura 45: La stella a sei      Ishtar.
punte

A meridione si rileva: al centro un rosoncino con la Ruota a sei raggi e alla sua destra il Fiore della Vita, che ritroviamo scolpito anche sopra le trifore del lato occidentale e settentrionale. La ruota è l’emblema dell’universo e del suo moto ciclico: essa racchiude in sé l’immagine dello scorrere infinito del tempo, dell’eternità; simbolo solare in quanto descrive il ciclo annuale del Sole. La Ruota della Vita e la Ruota della Fortuna sono raffigurate a sei raggi.

fiore della vita e ruota Figura 46: La Ruota a sei raggi e il Fiore della Vita

Il Fiore della Vita, invece, è un simbolo antichissimo e universale il cui significato è ricco e complesso. Trattasi di un’allegoria solare legata al significato cosmologico delle porte del cielo, ovvero i punti di passaggio del Sole nel suo ciclo annuale ai solstizi e agli equinozi. Chiamato anche Linguaggio del Silenzio, Linguaggio della Luce o Sesto giorno della Genesi, in quanto ottenuto dalla rotazione di sei cerchi, ognuno correlativo ad un giorno della Creazione.

Fiore vita ciclo sole Figura 47: Fiore della Vita legato al ciclo annuale del Sole

Probabilmente furono i Cavalieri Templari a portare in Europa dalla Terra Santa questo simbolo: non a caso esso si trova scolpito su molte costruzioni attribuite ad essi. Inoltre, in questo contesto, è interessante notare la diversa disposizione dei petali che compongono i Fiori della Vita, la quale non fu lasciata al caso. Difatti, i Fiori posti sui lati meridionale e settentrionale furono scolpiti in modo tale che i petali indicassero le direzioni cardinali Sud e Nord, mentre quello collocato sul lato occidentale fu scolpito in maniera tale che i petali indicassero la direzione cardinale Ovest.

Immagine Figura 48

Infine, sulla trifora di settentrione, colpisce il rosoncino con l’Esagramma ruotato di novanta gradi. L’Esagramma nella cultura ebraica, oltre a rappresentare il Maghen David ossia lo scudo di Davide, riproduce anche il Sigillum Salomonis, il quale simboleggia la Saggezza. È un simbolo antichissimo presente anche in altre culture, usato pure dai Pitagorici, anche se, in Occidente, furono i Templari i primi ad utilizzarla nei loro edifici. Simboleggia una protezione: non a caso il Sigillum Salomonis che, nella pratica magica, viene considerato un potente amuleto protettivo, per i cristiani, è l’emblema della Creazione. In questo caso è interessante notare come l’Esagramma forma una M, un chiaro riferimento alla Vergine Maria[3]

sigillo Salomone M           Figura 49: Il Sigillo di Salomone ruotato di 90°
Figura 50: L’Esagramma forma una M

La conclusione del campanile è definita da un coronamento merlato e da una cuspide ottagonale (Vedi figura 34).

L’interno del campanile si suddivide in due parti principali. L’ambiente inferiore è coperto con volta a crociera, senza costoloni. I piani successivi, separati l’uno dall’altro da assiti in legno, sono accessibili mediante l’ausilio di una scala.

DSC08990 Figura 51: la scala che collega il terzo e il quarto piano del campanile

Al primo piano, sul lato nord, si trovano i resti di una monofora[4], mentre al secondo piano, sempre sul lato nord, è presente un arco di rinforzo.

DSC09009 DSC09003 Figura 52: I resti della monofora                                 Figura 53: L’arco di rinforzo

Al terzo piano, il muro di destra della bifora del lato occidentale, presenta una croce, con quattro punti negli angoli, inscritta in un cerchio, realizzata con piccole pietruzze.

DSC08996     DSC08983                                               Figure 54-55: La croce presente sul muro di destra della bifora del lato occidentale

Una croce simile si trova sulla faccia del torrione di nord-ovest del castello Ursino (Castrum Ursinum) di Catania, fatto erigere da Federico II di Svevia, che ne affidò la realizzazione all’architetto Riccardo da Lentini.

IMG_2531 IMG_2499 IMG_2505              Figura 56: Catania, Castello Ursino
Figura 57: Il torrione di nord-ovest del castello
Figura 58: La croce presente sul torrione di nord-ovest del maniero

La cella campanaria ospita sette campane, con iscrizioni e raffigurazioni sacre; la più antica risale al XVII secolo[5] mentre la più recente risale al XX secolo, fatta fare dal parroco Francesco Paolo Lo Giudice, al tempo di papa Pio XII (1939-1958).

DSC08970 DSC08973 Figura 59: Particolare della campana più antica              Figura 60: La campana del XX secolo

Il campanile è stato oggetto di un oculato intervento di restauro nel 1997.

NOTE

[1] Lo stile arabo-normanno è la combinazione di elementi arabi, romanici, latini e bizantini.
[2] Sul lato nord del secondo ordine si apre una monofora.
[3] Per l’interpretazione gematrica delle decorazioni delle trifore vedi Militi A., Randazzo segreta. Astronomia, Geometria Sacra e Misteri tra le sue pietre, Acireale-Roma, Tipheret, 2012, pp. 146-150.
[4] Probabilmente si tratta dei resti della monofora che, in origine, si apriva sul prospetto ovest del campanile.
[5]L’iscrizione, presente sulla campana, rimanda all’anno 161+. L’ultimo numerale risulta illeggibile.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

MILITI A., Randazzo segreta. Astronomia, Geometria Sacra e Misteri tra le sue pietre, Acireale-Roma, Tipheret, 2012.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Tutte le fotografie, le cartoline e i disegni, quando non specificato diversamente, sono stati eseguiti dall’autrice.

Figura 2: Campanile di San Martino, Piante, prospetto sud e sezione, tratti da: Basile F., L’etnea Randazzo: nuovi borghi montani nella Sicilia Normanna: genesi e crescita, Bologna, Alfa, 1984, p. 112.

Figura 8: Irlanda, Contea di Galway, Clonfert, Cattedrale di Saint Brendan, Decorazioni presenti sullo stipite sinistro del portale occidentale, foto di Andreas F. Borchert tratta da: < http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Celtic_knots#mediaviewer/File:
Clonfert_Cathedral_Portal_Left_Jamb_Interlace_Pattern_2009_09_17.jpg
>, agg. 2010.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio di cuore padre Emanuele Nicotra, parroco della chiesa di San Martino, per avermi dato la possibilità, nella calda estate del 2011, di visitare il campanile della chiesa, regalandomi un’emozione unica.

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Analisi archeoastronomica delle chiese di San Martino e San Vito a Randazzo

A cura di

Angela Militi[1], Adriano Gaspani[2] e Filippo Bertolo[3]

ABSTRACT

Da qualche anno è in corso un programma di studio archeoastronomico delle chiese comprese nell’area della città siciliana di Randazzo (CT). Sulla base delle accurate misure di posizione e di orientazione dei loro assi e di quelli delle loro aperture rispetto alle direzioni astronomiche fondamentali ottenute durante gli scorsi anni, è iniziata l’analisi geometrica ed archeoastronomica la quale è tutt’ora in corso di svolgimento. In questo lavoro verranno presentati i risultati ottenuti nel caso della chiesa di San Martino e di quella di San Vito, quest’ultima posta al di fuori dell’antica cinta muraria della città.

Entrambi gli edifici chiesastici presentano un’orientazione astronomicamente significativa.

CHIESA DI SAN MARTINO

La chiesa di San Martino sorge nel cuore dell’omonimo quartiere, uno dei più antichi e nobile della città, dove, durante la dominazione normanna, si stabilì una comunità lombarda.

chiesa San Martino con campanile vista dal castello svevo Figura 1: Randazzo, Chiesa di San Martino, XIII sec.

La chiesa fu edificata agli inizi del XIII secolo, sul luogo dove sorgeva un’antica chiesa dedicata a San Cataldo, monaco irlandese presente in Italia meridionale durante il VII secolo d. C, di cui rimane solo una parte del campanile (ossia dal basamento sino a quello che tutti definiscono intermedio) e una scalfittura lasciata dal tetto della chiesa sul lato di levante dello stesso.

campanile s.martino 2               DSC03975                     DSC03977
Figura 2: Chiesa di San Martino, Campanile
Figura 3: Parte del campanile, in origine, della chiesa scomparsa di San Cataldo
Figura 4: Campanile, Lato di levante, Segno lasciato dal tetto della chiesa di San Cataldo (prima scalfittura sotto la bifora) e quello lasciato dalla quarta navata

La penuria delle fonti documentarie non permette una precisa ricostruzione della storia della chiesa di San Martino. Essa è citata negli elenchi relativi al pagamento delle decime dovute al Vaticano (Rationes Decimarum) degli anni1308-1310[4].

Il 15 maggio 1469, l’archimandrita Leonzio Crisafi (1468-1503) pose fine alla lunga contesa tra le chiese di San Martino, San Nicola e quella di Santa Maria, circa la preminenza in ambito cittadino che ognuna vantava, pronunciando una piena equiparazione tra esse, stabilendo che ciascuna avrebbe esercitato a turno, per un anno, il diritto di preminenza[5]. Il 24 gennaio 1493, il viceré Ferdinando de Acuña emanò un’ulteriore approvazione dell’equiparazione[6].

In conseguenza dei lavori di rinnovamento del XVII secolo, la chiesa fu solennemente riconsacrata il 3 giugno 1649, giorno in cui si celebrò il Corpus Domini nonché l’ottava di dedicazione della chiesa[7], dall’arcivescovo di Messina, monsignor Simone Carafa, come attesta la nota scritta ad futuram rei memoriam dall’arciprete La Manna sul Libro Rosso della chiesa[8].

Dopo novantasette anni, il 21 dicembre 1746, la chiesa, venne nuovamente riconsacrata dall’arcivescovo di Messina, monsignor Tommaso Moncada, come testimonia la lapide che si trovava originariamente affissa internamente, nella controfacciata sopra il portale principale, in seguito rimossa e adagiata dietro il fonte battesimale:

Thomas Moncada archie(pisco) / pus Messanensis qui hoc tem / plum S(ancti) Martini urbis Randatij consecravit anno MDCCXLVI / mense (decem)bris die XXI pro / anniversario vero diem XXI octobris assigna / vit

DSC09019 Figura 5: L’epigrafe commemorativa

Nel 1751, la chiesa fu elevata alla dignità di Collegiata con bolla dello stesso arcivescovo Tommaso Moncada.

Nonostante i vari rimaneggiamenti attuati nel corso dei secoli, l’edificio, conserva ancora dell’originario impianto romanico-lombardo i muri perimetrali (escluso il muro della navatella meridionale), l’abside, il coronamento ad archetti pensili con arco a tutto sesto, aggettanti, poggianti su peducci di pietra basaltica, che decorano le fasce sottogronda della chiesa, nonché i frammenti di due leoni stilofori che stando a quanto riporta il reverendo Plumari (1770-1851)[9] nel suo manoscritto Storia di Randazzo, un tempo erano affissi «nel Piano di questa Collegiata Parrocchiale Chiesa di S. Martino», danneggiati da un Murifabbro, durante alcuni lavori di rifacimento del muro in cui si trovavano, furono buttati nella piazza e in seguito «traslocati da un capriccioso Sacerdote fuori le Mura di questa Città, dietro la Porta di San Martino, ove fin’oggi si osservano sopraposti a una Casa Rurale nel principio della salita al Convento dè Cappucini»[10]; oggi, i resti dei due leoni, si trovano incastonati ai lati della Porta di San Martino.

             Chiesa di San Martino TAV III                     Figura 6: La chiesa di San Martino in una cartolina di inizio XX secolo
Figura 7: Porta di San Martino, I due leoni stilofori

I primi cambiamenti dell’edificio chiesastico avvennero nel XIV secolo, quando al primitivo impianto basilicale a croce latina, venne aggiunta una quarta navata con

23 Figura 8: La quarta navata in una cartolina di inizio XX secolo

l’ambizioso progetto di aggiungerne in seguito una quinta sul lato opposto: furono realizzati i due portali laterali in pietra arenaria con arco a tutto sesto, riccamente scolpiti

  

Figura 9: Portale settentrionale in una foto del De Roberto
Figura 10: Portale meridionale in una foto del De Roberto

da maestranze locali, i quali purtroppo vennero demoliti durante i lavori di ripristino dopo la Seconda Guerra Mondiale; si salvarono solo tre frammenti del portale meridionale, due raffiguranti un serafino e il terzo dei vasi di frutta; uno dei serafini e i vasi di frutta furono posti sulla trifora ovest del campanile[11].

trifora 4°piano  ovest 2 Figura 11: Resti del portale meridionale, oggi affissi sulla trifora occidentale del campanile

In seguito la facciata venne arricchita da tredici formelle in arenaria con sculture in bassorilievo raffiguranti San Martino, la Vergine Maria con il bambino in braccio, sante e martiri.

1° san martino 2° 3° santa apollonia Figura 12: San Martino vescovo di Tours
Figura 13: Santa con nimbo
Figura 14: Sant’Agata o Sant’Apollonia

4° 5° 6° s.lucia Figura 15: Santa con corona sul capo -simbolo del martirio-, circondata dall’aureola, nella mano sinistra tiene un libro chiuso
Figura 16: Santa con corona e palma, simboli del martirio
Figura 17: Santa Lucia

7° 8° 9° Figura 18: Vergine Maria con il bambino in braccio
Figura 19: Santa con corona del martirio
Figura 20: Santa con nimbo che regge la palma del martirio

10° 11° 12° 13°  Figura 21: Santa con nimbo che regge un libro chiuso e la palma del martirio
Figura 22
Figura 23: Santa con corona del martirio che regge nella mano destra una croce astile e nella sinistra un libro (probabilmente Santa Giulia)
Figura 24

Nel corso del XVII secolo, invece, quando la chiesa venne adeguata agli stilemi barocchi, fu rinnovata la facciata.

Il canonico don Antonino Vaccaro († 1794) così descrive la chiesa:

[…] Uno delli tre sagri popolari edificj, che doppo la Protometropolitana di Messina sua Diocesi, il primato nel Valdemone posson vantare se per maggioranza fra di loro non abbiano, ma uguale alternativa di Madrice annuale al governo. E’ questa da per tutto isolata, construtta in forma di Basilica, colle tribbune all’Oriente in faccia, all’uso Greco, grande con proporzionata Architettura, coperta a volta di forti dammusi, a sua corrispondente Cupola. Ha cinque porte, due dai lati, e tre in frontespizio, con artificiosa facciata che l’Occaso riguarda, e suo ben alto Campanile, di riguardevoli sacri bronzi provvisto dall’attenzion de fedeli. E volendo in essa entrare per la porta maggiore, vedesi un stradone di 192 palmi di lunghezza con 12 Colonne all’intorno che le due ale dividono, sino a toccare l’Altare Maggiore con fondo di palmi 20 dietro, all’intorno freggiato delli Canonicali stalli di riguardevole intaglio. Ha al destro lato la Cappella dell’Eucaristico Altare con distinta macchinetta marmorea di Greca struttura: ed al sinistro, la Cappella di Nostra Signora della Misericordia, rilievata in marmo. Nel suo Té, vi sono l’altare del suo Tutelare al destro fianco, e della Madre S. Anna al sinistro, ed altri 10: inferiori nelle due Ale, proporzionatamente ripartiti. Hà la sua commoda Sagrestia al lato sinistro, ove fra sacri Arredi, conservansi i doni del Rè Pietro d’Aragona, che nella sua permanenza in questa, spesso visitava, consistente in due stanze, altretanto essendo dall’altro lato, con ugual proporzione, per commodo d’orare, i Confrati del Santissimo Crocifisso, in detta Chiesa aggregati. Hà inoltre una terz’ala d’ordine rotto, mancante la quarta, perché incompetente venerandosi in essa l’imagine rilievata del Crocifisso Signore che diariamente grazie dispensa[12].

Nel 1935 l’antico pavimento in mattoni esagonali di terracotta venne sostituito con mattoni di cemento mentre l’anno dopo l’interno della chiesa venne abbellito con decorazioni in stucchi, opera, dell’artista Giuseppe Recupero da Belpasso. Alcuni anni dopo fu rifatto il tetto[13].

Durante i bombardamenti anglo-americani dell’agosto 1943, la chiesa, rimase gravemente danneggiata: andarono distrutti il tiburio poligonale, la Cappella del Santissimo

Figura 25: Il tiburio poligonale distrutto dai bombardamenti anglo-americani

Crocifisso[14] e la quarta navata, della quale si salvò parte della piccola finestra gotica, oggi murata su un muro interno della chiesa di San Nicola[15].

 aaaaaaaaaaaDSC1203         Figura 73.1 Figure 26-27: L’incredibile somiglianza tra alcuni resti murati su un muro interno della chiesa di San Nicola a Randazzo e il rilievo della finestra gotica eseguita dal Leopold

L’interno della chiesa presenta un impianto basilicale a croce latina, a tre navate separate da poderose colonne in pietra lavica, su basi quadrate e sormontate da archi a tutto sesto.

Figure 28-29: L’interno della chiesa

Al termine delle navate si allarga il transetto: oltre il quale, l’abside semicircolare fiancheggiata da due cappelle laterali. La navata centrale più ampia delle laterali, coperta da volta a botte lunettata con finestre, si prolunga, oltre il transetto, nel presbiterio absidato rialzato di sei gradini; le navate laterali sono coperte da volte a crociera, lungo le quali si aprono, rispettivamente, una cappella per lato. All’incrocio tra la navata centrale e il transetto si eleva, sorretta da quattro grandi pilastri, la cupola la quale andò a sostituire il tiburio poligonale, rimasto distrutto durante i bombardamenti del 1943.

Figura 30: La nuova cupola della chiesa

La chiesa di San Martino risulta, dal punto di vista archeoastronomico, alquanto interessante.

L’asse della navata della chiesa di San Martino, nella direzione che parte dalla porta d’ingresso e continua verso l’abside, è orientata secondo un azimut astronomico medio pari a 54,9 gradi, con un incertezza di 0,1 gradi in più o in meno, rispetto alla direzione nord del meridiano astronomico locale, quindi in forte disaccordo con l’orientazione equinoziale (azimut pari a 90 gradi) prescritta dalla Curia Romana. Oltre a ciò, la direzione dell’asse risulta esterno all’amplitudine ortiva del Sole, ossia più a nord della posizione di levata del Sole al solstizio d’estate all’orizzonte naturale locale, rappresentato dal profilo delle montagne di sfondo.

Immagine arco ortivo Figura 31

Di conseguenza tale orientamento non concorda con l’orientamento solare bensì sembra molto più in accordo con un criterio d’orientazione di tipo lunare.

L’azimut di orientazione dell’edificio, infatti, risulta correlato con il punto di levata della Luna nel giorno di lunistizio estremo superiore quando, alla sua massima declinazione, pari a 28°36′, corrisponde la posizione più settentrionale del punto di levata dell’astro notturno.

asse navata chiesa di san martino Figura 32: Orientazione dell’asse della chiesa di San Martino

Il fatto che essa sorga su un precedente luogo di culto dedicato a un santo monaco pellegrino irlandese, che diventò vescovo di Taranto e il di cui culto è diffuso in gran parte dell’Italia meridionale compresa la Sicilia, si accorda perfettamente con il tipo di orientazione non romana rilevata e quindi sembra essere del tutto naturale ipotizzare che l’antica orientazione del vecchio luogo di culto sia stata mantenuta in fase di edificazione del successivo durante il XIII secolo.

CHIESA DI SAN VITO

La chiesa di San Vito fu edificata a Est della città, extra moenia: infatti dista circa quattrocento metri dalle mura, anche se oggi risulta inglobata nella città è da il nome all’omonimo quartiere in cui sorge.

Chiesa di San Vito Figura 33: Randazzo, Chiesa di San Vito

Essa è una delle più antiche chiese della città; in assenza di documenti relativi alla sua fondazione solamente l’osservazione diretta e la lettura stilistica possono far luce circa l’origine di questa chiesa.

Stilisticamente, la costruzione della chiesa appartiene a quel filone di architettura chiesastica dell’età normanna, ascrivibile cronologicamente all’ultimo decennio del XII secolo, quindi alla fine del periodo normanno.

Da un libro contabile della chiesa, compilato tra il 1759 e il 1824, conservato presso l’Archivio della Basilica minore di Santa Maria, apprendiamo che il procuratore della stessa dipendeva dall’Arciprete della Città e che oltre alle normali celebrazioni, ogni anno veniva solennizzata, con grande partecipazione popolare, la festa del suo titolare[16].

Il Sommarione[17] del Catasto provvisorio siciliano del 1852, registra sia la chiesa di San Vito che la sua sagrestia[18].

Nell’insieme l’edificio presenta una configurazione volumetrica modesta e sobria.

La chiesa oggi è visibile su tre lati: la facciata, il lato settentrionale e quello meridionale mentre l’area absidale è inglobata in una struttura rurale.

20140817_115250 Figura 34: L’abside della chiesa, attualmente inglobata in una struttura rurale

La fabbrica della chiesa è realizzata con pietrame lavico legato con la calce e l’integrazione di cocci di cotto, con spigoli a vista in conci angolari squadrati di pietra lavica, un tempo, la parte inferiore era ricoperta da uno strato di malta bianca.

Figura 35: La chiesa di San Vito in una foto del De Roberto

Essa racchiude nel suo interno una pianta rettangolare a navata unica, coperta da tetto ligneo a vista – rifatto alla fine degli anni ’80 –, che termina in una piccola abside semicircolare estradossata, coronata da semicalotta definita sul fronte da arco a sesto acuto, al di sopra della quale si apre, in asse, un oculus; nel settore mediano si apre una monofora strombata con arco a tutto sesto, murata, molto probabilmente, quando l’abside fu inglobata, come detto, nel fabbricato rurale.

DSC06684 modif. Figura 36: L’interno della chiesa

Sulla parete settentrionale, è visibile una porta – cronologicamente più recente – murata.

Le pareti della chiesa, in origine, dovevano essere affrescate ma non si conservano tracce indicative, dovuto al fatto che, inspiegabilmente abbandonata, decadde rapidamente: divenne un magazzino, legnaia e, in tempi a noi più vicini, adibita a fucina.

La semplicità interna della chiesa, riaffiora nella facciata, a coronamento orizzontale, che s’innalza oltre la linea di displuvio; quest’ultima costituita da falde di tegole in terracotta

chiesa s.vito Figura 37: La facciata della chiesa

che – prima dei lavori dell’ultimo restauro – protendevano all’esterno del muro, senza grondaie, separate e al di sopra di un’altra fila orizzontale, sporgente, di tegole (Vedi Figura 35). Nella facciata si apre un portale, in stile gotico, ad arco a sesto acuto in conci radiali di pietra lavica, con cordone realizzato in ugual materiale, sostenuto da piedritti in conci di pietra lavica alternati ad arenaria, sormontato nella parte superiore da un oculus; conclude la facciata un campanile a vela con apertura ogivale. In tempi recenti, essendo stato alquanto abbassato il piano stradale antistante l’ingresso principale della chiesa, si è reso necessario realizzare una gradinata, in basalto, per permettere l’accesso alla stessa.

Sul lato meridionale dell’edificio, si apre un portale architravato con mensole sagomate, sormontato – prima dell’ultimo restauro – da una lunetta cieca a sesto acuto in conci radiali di pietra lavica, in origine affrescata[19].

Chiesa di San Vito TAV III    DSC00220
Figure 38-39: Il portale meridionale prima e dopo l’ultimo restauro

L’edificio ecclesiastico, nel corso del tempo, non ha subito alcuna trasformazione, pertanto, la sua struttura architettonica originale non è stata alterata, ciò nonostante, l’interno fu fortemente manomesso e degradato: fu completamente rimosso il pavimento originale e parte del sottostrato, abbassando – di circa 50 centimetri – il piano di calpestio della chiesa; gli affreschi che ricoprivano in origine le pareti, andarono completamente perduti, in parte a causa dell’inesorabile deterioramento dovuto al passare degli anni e allo stato d’abbandono, in parte, molto probabilmente, fortemente deteriorati da uno spesso strato di sporco generato dal fumo nero della forgia a carbone del fabbro.

L’edificio subì un primo restauro esterno nel 1956: con questo intervento venne rimosso lo strato di malta e restaurato il portale d’ingresso[20].

Chiesa di San Vito TAV IV.1     Chiesa di San Vito TAV IV.2                                               Figure 40-41: La facciata della chiesa e il portale in una foto del don Virzì

La chiesa, così com’è visibile oggi, è il risultato del secondo intervento di restauro compiuto alla fine degli anni ’80, sotto la direzione della Soprintendenza ai Beni Architettonici. In questo restauro venne eseguita la pulitura delle pareti esterne mediante sabbiatura; venne rimossa l’architrave del portale meridionale, demolita la parete interna della lunetta che divenne l’arco del portale e sostituite le mensole sagomate (Vedi Figure 38 e 39); rifatto il tetto a capriate a vista; venne modificata la linea di gronda delle falde di displuvio, la quale non protende più verso l’esterno del muro, e aggiunte delle grondaie in

linea di gronda prima linea di gronda dopo Figure 42-43: La linea di gronda delle falde di displuvio prima e dopo l’ultimo restauro

stridente contrasto con lo stile architettonico della chiesa; si alzò il pavimento al livello originale e vennero intonacati i muri interni. In tempi recenti il massetto pavimentale è stato rivestito di lastre con superficie rugosa e, ai lati e al centro dell’aula fasce di semplici mattoni rettangolari di cotto rosso.

Dal punto di vista archeoastronomico, la chiesa di San Vito risulta essere particolarmente interessante poiché vi sono codificate alcune direzioni astronomicamente significative.

L’edificio sacro, tenendo conto del profilo dell’orizzonte naturale locale di sfondo, presenta un’orientazione tendenzialmente equinoziale (Az=95°,8 ± 0°,2) in accordo con le prescrizioni ecclesiastiche romane.

Il Sole era visto sorgere lungo l’asse della chiesa, nella seconda metà del XII secolo, in due date durante l’anno, più precisamente all’alba del 7 Marzo e a quella del 24 Settembre (Annunciazione di San Giovanni Battista) del calendario Giuliano.

Sull’azimut opposto, l’astro era visto tramontare, nella seconda metà del XII secolo, all’orizzonte naturale locale, nei giorni del 31 Marzo e quello del 29 Agosto (Decollazione di San Giovanni Battista) del calendario Giuliano.

Orientazione asse chiesa San Vito        Orientazione asse chiesa San Vito2 Figure 44-45: Orientazione dell’asse della chiesa di San Vito

Se consideriamo l’oculus posto sopra l’arco trionfale, rileviamo che il transito del Sole, alla mattina, del 9 Maggio e del 22 Luglio (Santa Maria Maddalena) del calendario Giuliano, qualche ora dopo la levata, nella seconda metà del XII secolo, proiettava lo spot ellittico luminoso generato dall’oculus, sul pavimento della chiesa esattamente dove s’incrociano le due diagonali dell’aula, in cui, molto probabilmente, si trovava una lastra tombale o si

DSC03764 DSC03763 20140728_092813_HDR       Figure 46-48: Lo spot ellittico luminoso generato dall’oculus al transito del Sole

apriva una botola attraverso la quale si accedeva a una camera sepolcrale, come ad esempio nella chiesa di San Gregorio e in quella di San Bartolomeo.

DSC09735 DSC09742 DSC00963 Figura 49: Randazzo, Chiesa di San Bartolomeo, Interno, Sul pavimento, al centro della navata, è visibile la botola (coperta da assi di legno), attraverso la quale si accede alla camera sepolcrale
Figure 50: La botola che si apre sul pavimento, in origine, coperta da una lastra tombale
Figura 51: Randazzo, Chiesa di San Gregorio, La botola, coperta da una spessa lastra in pietra lavica, che da accesso alla piccola camera sepolcrale (2x3x2 m)

Se prendiamo in considerazione, invece, l’oculus posto sopra la facciata, rileviamo che nel giorno del solstizio d’estate, il Sole, tramontando, proiettava lo spot ellittico luminoso attraverso l’oculus, sul pavimento della chiesa dove s’incrociano le due diagonali dell’aula.

In quel periodo il solstizio d’estate cadeva il 15 Giugno del calendario Giuliano, cioè nello stesso giorno in cui si commemorava San Vito, titolare della chiesa.

Si rileva, inoltre, che il transito del Sole, prima del tramonto, nei giorni del 3 Maggio (Invenzione della Santa Croce) e in quello del 27 Luglio del calendario Giuliano, proiettava lo spot ellittico luminoso attraverso l’oculus, sul pavimento della chiesa all’inizio dell’emiciclo absidale.

DSC03837      DSC03838                         Figure 52-53: Lo spot ellittico luminoso generato dall’oculus al transito del Sole

Anche la Luna proiettava uno spot luminoso quando passava, tramontando, attraverso l’oculus sul pavimento al centro dell’emiciclo absidale, nel giorno in cui, a intervalli di 18,6 anni solari tropici[21], si trovava al lunistizio intermedio superiore (declinazione pari a +ε-i)[22].

L’astro notturno, proiettava lo spot luminoso per un giorno ogni mese lunare per circa un anno prima del lunistizio intermedio e per un anno dopo.

Il calcolo astronomico ha messo in evidenza che durante la seconda metà del XII secolo, il lunistizio intermedio si verificò negli anni 1159, 1178, 1196. E’ probabile quindi che la progettazione della chiesa avvenne in uno di questi tre possibili anni lunistiziali lunari.

Assumendo come punto d’osservazione il punto corrispondente all’ingresso della chiesa, la pietra angolare di Nord-Est risulta allineata verso il punto di levata del Sole, all’orizzonte naturale locale, nei giorni del 2 Aprile e del 29 Agosto (Decollazione di San Giovanni Battista) del calendario Giuliano; mentre la pietra angolare di Sud-Est risulta allineata verso il punto di levata del Sole, all’orizzonte naturale locale, nei giorni del 29 Gennaio e del 30 Ottobre.

Pietre angolari Figura 54: Linee astronomicamente significative

La data del 2 Aprile potrebbe essere connessa con il Dies Dominicus, una Domenica di Pasqua. La festa della Pasqua cristiana è mobile, in quanto, com’è noto, essa si celebra la Domenica più vicina al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera[23]. La data del 2 Aprile corrisponde alla Domenica di Pasqua negli anni 1111, 1116[24], 1195[25].

Assumendo come punto d’osservazione il punto centrale dell’emiciclo absidale, la pietra angolare di Nord-Ovest risulta allineata verso il punto di tramonto del Sole, all’orizzonte naturale locale, nei giorni dell’11 Maggio e del 20 Luglio del calendario Giuliano; mentre la pietra angolare di Sud-Ovest risulta allineata verso il punto di tramonto del Sole, all’orizzonte naturale locale, nei giorni del 2 Marzo e del 29 Settembre (San Michele Arcangelo) del calendario Giuliano.

Pietre angolari2 Figura 55: Linee astronomicamente significative

Si è appurato che quando la Pasqua ricorre il 2 Aprile, il 29 Gennaio cade la Domenica di Settuagesima[26], il 31 Marzo il Venerdì Santo e l’11 Maggio l’Ascensione.

Tendo conto di questo e dei tre anni – 1159, 1178, 1196 – in cui si verificò il lunistizio intermedio, è probabile che la fondazione della chiesa di San Vito avvenne nel 1195.

Dobbiamo rilevare anche un fatto interessante, ovvero che gli orientamenti astronomici individuati e i giochi di luce sono correlati con date in cui cadevano alcune feste particolarmente solennizzate dai Cavalieri Templari.

allineamenti date templari spot luminoo 22 luglio spot luminoo 3 maggio Figure 56-58

NOTE

[1] angela.militi@gmail.com
[2] adriano.gaspani@brera.inaf.it
[3] filippobertolo@virgilio.it
[4] Sella P., Rationes decimarum italiae nei secoli XIII e XIV. Sicilia, Città del Vaticano, 1944, p. 64 n. 820.
[5] Archivio Chiesa di San Martino (ACSM), Libro Rosso, vol.1, ff. 13r-16r. Tale disposizione verrà abolita con decreto dell’8 dicembre 1936 emanato da monsignor Salvatore Russo, vescovo di Acireale, il quale stabilì come “Matrice” la chiesa di Santa Maria.
[6] Ivi, ff. 16v-17r.
[7] La chiesa venne dedicata a San Martino vescovo di Tour il 27 maggio di un anno imprecisato. Ivi, f. 162v.
[8] Ibidem.
[9] Arciprete della Basilica minore di Santa Maria di Randazzo, il quale dedicò tutta la sua vita a dare memoria storica alla Città.
[10] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. I, Libro II, p. 206.
[11] Militi A., Randazzo segreta. Astronomia, Geometria Sacra e Misteri tra le sue pietre, Acireale-Roma, Tipheret, 2012, p. 134.
[12] ACSM, Fascicolo 1, Rivelo che fa’ il Canonico Don Antonino Vaccaro qual Procuratore dell’Opera della fabrica della Collegiata di San Martino alla Spettabile Deputazione dell’Estimo Città di Randazzo. Il documento, inedito, è qui pubblicato per la prima volta.
[13] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, Randazzo, 1946, Biblioteca Comunale di Randazzo, SL.G.43, Seconda parte, c. 16, p. 232.
[14] Ivi, c. 18, p. 234.
[15] Militi A., Randazzo segreta, op. cit., p. 135.
[16] Archivio Chiesa di Santa Maria, Libro dei conti della chiesa di San Vito.
[17] Registro descrittivo delle proprietà, in cui sono notati i dati relativi al nome del possessore, alla natura, all’ubicazione, alla superficie, alla classe di produttività e alla rendita della proprietà.
[18] Archivio di Stato di Catania, Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229, Sezione G, n.79, p.92.
[19] Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, voll. I-III, Biblioteca Comunale di Randazzo, SL.A.31-33, vol. I, p. 121.
[20] Ivi, vol. III, cap. 9: Chiese minori, fig. 78. Il don Virzì accenna solo al restauro del portale.
[21] Ovvero ogni 6798 giorni solari medi.
[22] La Luna doveva sempre essere crescente.
[23] Gaspani A., Astronomia e geometria nelle antiche chiese alpine, Quaderni di cultura alpina, Ivrea, Priuli & Verluca editori, 2000, pp. 17-20.
[24] Anno bisestile.
[25] Cappelli A., Cronologia cronografia e calendario perpetuo, quarta edizione, Milano, Edizione Ulrico Hoepli, 1978, pp. 58-59.
[26] La Settuagesima è la nona Domenica prima della Pasqua. Essa, segna l’inizio dei preparativi per la Quaresima.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO CHIESA DI SANTA MARIA

Libro dei conti della chiesa di San Vito.

ARCHIVIO CHIESA DI SAN MARTINO

Fascicolo 1, Rivelo che fa’ il Canonico Don Antonino Vaccaro qual Procuratore dell’Opera della fabrica della Collegiata di San Martino alla Spettabile Deputazione dell’Estimo Città di Randazzo.

Libro Rosso, vol.1.

ARCHIVIO DI STATO DI CATANIA

Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

CAPPELLI A., Cronologia cronografia e calendario perpetuo, quarta edizione, Milano, Edizione Ulrico Hoepli, 1978.

GASPANI A., Astronomia e geometria nelle antiche chiese alpine, Quaderni di cultura alpina, Ivrea, Priuli & Verluca editori, 2000.

MAGRO L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, Randazzo, 1946, Biblioteca Comunale di Randazzo, SL.G.43.

MILITI A., Randazzo segreta. Astronomia, Geometria Sacra e Misteri tra le sue pietre, Acireale-Roma, Tipheret, 2012.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II,  Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

SELLA P., Rationes decimarum italiae nei secoli XIII e XIV. Sicilia, Città del Vaticano, 1944.

VIRZÌ S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, voll. I-III,  Biblioteca Comunale di Randazzo, SL.A.31-33.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Tutte le fotografie, le cartoline e i disegni, quando non specificato diversamente, sono stati eseguiti dagli autori.

Figura 9: Portale settentrionale in una foto del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 62.

Figura 10: Portale meridionale in una foto del De Roberto, tratta da: Ivi, p. 63.

Figura 27: Rilievo della finestra gotica eseguita dal Leopold, tratto da: Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 152.

Figura 35: La chiesa di San Vito in una foto del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la valle dell’Alcantara, op. cit., p. 79.

Figura 38: Il portale meridionale prima dell’ultimo restauro tratto da: Virzì S.C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, voll. I-III,  Biblioteca Comunale di Randazzo, SL.A.31-33, vol. III, cap. 9: Chiese minori, fig. 16.

Figure 40-41: La facciata della chiesa e il portale in una foto del don Virzì tratto da: Ivi, figg. 13, 78.

Figura 42: La linea di gronda delle falde di displuvio prima, particolare della foto della chiesa di San Vito del De Roberto: De Roberto F., Randazzo e la valle dell’Alcantara, op. cit., p. 79.

RINGRAZIAMENTI

Ringraziamo vivamente padre Emanuele Nicotra, parroco della chiesa di San Martino, per averci gentilmente concesso di consultare l’archivio della parrocchia.
Ringraziamo, altresì, don Santo, parroco della chiesa del Sacro Cuore, per la gentile disponibilità e per aver permesso i rilievi nella chiesa di San Vito.

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Rocca Pizzicata (Roccella Valdemone, Me): un probabile sito protostorico di osservazione astronomica

a cura di

Angela Militi[1], Adriano Gaspani[2] e Filippo Bertolo[3]

PREMESSA

In questa sede si presentano i risultati preliminari, di un programma di ricerca e di studio archeoastronomico del complesso rupestre di Rocca Pizzicata, presso l’omonima località, nel territorio compreso tra i comuni di Roccella Valdemone e Santa Domenica Vittoria, in provincia di Messina.

DSC04044 Figura 1: Veduta generale del sito di Rocca Pizzicata

Nella prima fase della ricerca, è stato eseguito il rilievo topografico e le misure di orientazione, rispetto alle direzioni astronomiche fondamentali, di alcune rocce e delle strutture litiche, presenti nel sito, per i quali è stata ipotizzata una rilevanza di carattere astronomico.

Successivamente i dati rilevati sono stati analizzati al fine di appurare se in fase di progettazione e di costruzione dei manufatti litici, furono adottati o meno dei criteri di orientazione astronomica che potessero dimostrare la significatività archeoastronomica di Rocca Pizzicata, tentando, in caso di riscontro positivo, di stabilire, pressappoco, l’epoca in cui le osservazioni avrebbero potuto avere luogo, in modo da identificare la popolazione stanziata sul territorio che avrebbe realizzato le strutture litiche del sito.

GEOGRAFIA E GEOMORFOLOGIA DELL’AREA

La località di Rocca Pizzicata o Pinzicata prende il nome odierno dall’enorme blocco di roccia arenaria posto su un declivio delle ultime propaggini occidentali dei Peloritani meridionali, prospiciente al fiume Alcantara.

DSC02644 DSC02844
Figura 2: Monti Peloritani meridionali,                     Figura 3: Rocca Pizzicata, Blocco roccioso
ultime propaggini occidentali

Il sito si estende ad un’altezza compresa fra i 732 e i 600 metri sopra il livello del mare e giace esattamente sul meridiano dell’Etna (longitudine 14°59’).

DSC03989 Figura 4: Monte Etna e Rocca Pizzicata

L’area, dal punto di vista geomorfologico, è caratterizzata dall’affioramento di rocce appartenenti al Flysch di Monte Soro. Litologicamente, esso consiste di alternanze di arenarie e argille marnose.
Le rocce nel corso dei millenni, sono state sottoposte all’erosione da parte degli agenti atmosferici, principalmente vento e acqua, che ne hanno modellato le forme, facendo assumere ad alcune di esse particolari figure antropomorfe e zoomorfe.

DSC02064            DSC00715    Figura 5: Figura antropomorfa, Profilo di un volto
Figura 6: Figura zoomorfa, Cobra

NOTIZIE STORICO-ARCHEOLOGICHE SUL SITO

Il territorio presenta tracce di frequentazione umana, con diverse modalità d’insediamento, che dalla preistoria arrivano fino ai giorni nostri.
Le prime sporadiche attestazioni, attualmente note, della presenza dell’uomo in questo territorio risalgono alla tarda Età del Rame (3000 a. C.), come testimoniano alcuni frammenti di ceramica della facies di Piano Conte, rinvenuti nella grotta di contrada Marca, nel comune di Castiglione di Sicilia[4].

Grotta_Marca Figura 7: Castiglione di Sicilia (CT), Contrada Marca, Galleria a scorrimento lavico

Più numerose sono le testimonianze riferibili all’Età del Bronzo Antico, documentate dalle diverse tombe a grotticella artificiale, tipiche della facies di Castelluccio (2000-1400 a.C.), scavate nella roccia, rinvenute nel sito di Rocca Pizzicata e nelle contrade Balsamà e Orgale, nel comune di Castiglione di Sicilia e dai rinvenimenti quali: uno skyphos ad ansa

Tomba Balsamà        Figura 8: Castiglione di Sicilia (CT), Contrada Balsamà, Tomba a grotticella artificiale “Lo Squalo”
Figura 9: Castiglione di Sicilia (CT), Contrada Orgale, Tombe a grotticella artificiale “Grotte dei Siculi”

verticale, delle scodelline, dei coltelli di silice a sezione trapezoidale, alcune asce di nefrite e di fibrolite, delle fibule di bronzo ad arco semplice e a navicella[5], delle asce di pietra, delle seghe di silice, delle mazze[6], rinvenuti nella necropoli in contrada Sant’Anastasia di Randazzo. Nella stessa necropoli furono rinvenuti una cospicua quantità di reperti risalenti al periodo compreso tra il VI e il III secolo a.C., che attestano la presenza di un insediamento greco nella zona.
La presenza bizantina, in epoca altomedievale, è testimoniata dalla Cuba di Santa Domenica, presso Castiglione di Sicilia e dalla cella trichora dedicata al Salvatore, presso Malvagna.

DSC03728     _DSC0209 Figura 10: Castiglione di Sicilia (CT), Cuba di Santa Domenica
Figura 11: Malvagna (ME), Trichora del Salvatore

Le prime e scarse notizie su Rocca Pizzicata risalgono al XIV secolo e si rilevano da I Capibrevi di Giovan Luca Barberi, una raccolta di fonti documentarie sui feudi siciliani commissionatagli dal re Ferdinando il Cattolico agli inizi del XVI secolo.
Nell’esame storico-giuridico dei feudi del Val di Demina, il Barberi delinea un accurato profilo del feudo di Petra Intossicata[7], antica denominazione dello stesso.
L’antica denominazione, presumibilmente, è da mettere in relazione con la presenza di alcune insolite formazioni rocciose nonché per il curioso e suggestivo fenomeno della formazione delle sfere litiche che di certo avranno affascinato e, probabilmente, spaventato la gente del luogo, tanto da indurli a pensare che la pietra potesse essere “intossicata”.

DSC04056 DSC02268 DSC09104 Figure 12-14: Rocca Pizzicata, Alcune formazioni rocciose e una sfera litica in procinto di essere espulsa

Le numerose croci che si trovano incise sulle pareti rocciose del sito, testimoniano la necessità di esorcizzare o cristianizzare questo luogo.
Il giurista ci informa che il feudo, privo di abitanti, apparteneva, per antico possesso, a Federico Spatafora, barone di Roccella.
Il 9 luglio 1399, con un atto di permuta, rogato dal notaio Iacobe de Andrea, il barone Federico cedette il feudo di Petra Intossicata a Bartholomeo de Iuenio (Bartolomeo Gioeni) che in cambio dava il castello, la terra e la tonnara di Liverij (Oliveri).
La permuta fu confermata con privilegio regio, rogato a Catania in data 3 giugno 1400. In seguito la stessa fu revocata e il feudo entrò in possesso di Francesco Statella, il quale lo cedeva al figlio Ercole. Il Barberi prosegue informandoci che, tuttavia, negli atti della Cancelleria Regia, relativi al periodo, non vi è nessun privilegio d’investitura del feudo a favore dei Statella, tant’è che Giovanello Spatafora ottenne una sentenza di rivendica, mediante la quale il 3 luglio 1510 tornò in possesso del feudo. Nel 1512, Giovanello Spatafora, risulta già defunto e il feudo, per diritto di successione, passò al figlio Giovanni Michele[8].
Nel rilievo del catasto borbonico[9], eseguito dall’agrimensore Filippo Davì, datato 4 febbraio 1852, il territorio di Rocca Pizzicata risulta incluso nella sezione denominata Lanzariti[10].

IMG_4592 Figura 15: Schizzo del territorio di Roccella. Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 139, autorizzazione n. prot. 6833 del 18 dicembre 2014.

DESCRIZIONE DEL SITO

Il complesso di Rocca Pizzicata può essere distinto in due settori. Il primo, più a monte, comprende un gruppo di rocce megalitiche, di cui una delle rocce più alte sembra assomigliare a una figura antropomorfa che indossa un nemes, copricapo indossato dai faraoni.

DSC03999 Figura 16: Rocca Pizzicata, Figura antropomorfa con nemes

Il secondo, più a valle, comprende un poderoso ammasso roccioso, lungo circa 390 metri e largo circa 150, il quale sembra assomigliare al corpo di un leone di profilo, sdraiato che guarda il primo gruppo di rocce.

DSC00692 Figura 17: Rocca Pizzicata, Leone

Nel primo gruppo di rocce – a cui si giunge scendendo il ripido pendio, lungo il quale vi sono diversi muretti a secco, probabili resti di vecchi terrazzamenti e svariati piccoli tumuli di pietra[11]–, ai piedi del grande megalite antropomorfo, nascosto da una roccia

DSC03992    DSC03996 Figura 18: Accumuli di pietrame di piccole                  Figura 19: Resti di un terrazzamento          dimensioni lungo il declivio

dalla forma vagamente leonina e da fitti rovi, si trova una vasca doppia[12] (A) (Lat. 37°54′ 21” N; Long. 14° 59′ 40 E).

DSC04033    DSC02676 Figura 20: Roccia dalla forma vagamente leonina     Figura 21: Vasca litica (A)

Essa è ricavata dalla roccia affiorante, leggermente inclinata, dalla quale sono state scavate le due vasche a sezione rettangolare, rivolte verso Sud-Ovest, comunicanti tramite un foro; la parete di fondo presenta una nicchia rettangolare larga 26 centimetri, alta 39 e profonda circa 20 e un po’ più in alto, in asse con esso, un foro circolare.

DSC02683    DSC02680 Figure 22-23: Nicchia rettangolare e foro circolare ricavati nella parete di fondo

Poco più in là, si trova un’altra vasca doppia (B) (Lat. 37°54′ 21″ N; Long. 14°59′ 40″ E), rivolta verso Nord-Est, anch’essa è stata ricavata scavando la roccia. La vasca maggiore ha una lunghezza di circa 238 centimetri ed è larga 133. In uno dei lati minori vi è un foro di scolo che mette in comunicazione la stessa con la vasca più piccola aperta; sul lato esterno meridionale della vasca è stato ricavato un sedile.

DSC00728 DSC00725 DSC02703 Figure 24-26: Vasca litica (B)

La struttura di queste due vasche indica che la funzione delle stesse era volta al contenimento e/o raccolta di liquidi o sostanze.
Una terza vasca doppia[13](C) (Lat. 37°54’12” N; Long. 14°59’46”) si trova scavata nella parete di nord-est del grande ammasso roccioso.

DSC02044 Figura 27: Vasca litica (C)

Essa, per la sua morfologia, rientra nella tipologia delle vasche dette letti o troni plurimi[14] La vasca superiore è a sezione sub-rettangolare, con i lari maggiori di 255 e 268 centimetri circa. La parete di fondo presenta una nicchia rettangolare larga 24 centimetri, alta circa 30 e profonda 19. La vasca inferiore è a sezione sub-ellittica, con l’asse maggiore lungo 154 centimetri e quello minore lungo 140.
Vicino alla vasca proliferano delle piante d’incenso.

DSC02045 Figura 28: Piantina d’incenso nei pressi della vasca litica C

La struttura di questa vasca denota, probabilmente, una funzione diversa rispetto alle altre due: non solo di contenimento e/o raccolta, ma anche come base o appoggio.
Le vasche rupestri sono una delle espressioni più emblematiche e singolari dell’archeologia rupestre preistorica. Sebbene le stesse presenti in molte parti d’Italia, gli studiosi non hanno ancora trovato una definitiva ed esauriente interpretazione sulla funzione di queste vasche. Tuttavia gli studi condotti sino ad ora su questi manufatti litici, hanno rilevato che la loro funzione è riconducibile o all’ambito produttivo legato ad attività agricole, o a quello culturale-religioso.
Nell’ambito produttivo questi manufatti vengono identificati come palmenti o pestarole in quanto utilizzati per la pigiatura dell’uva e/o la fermentazione del mosto. L’uva versata nella vasca superiore, il cui foro di comunicazione veniva otturato con dell’argilla, veniva pigiata con i piedi e lasciata a riposo per un 24-48 ore, dopodiché, eliminato il tappo e sfruttando la pendenza della vasca, si lasciava defluire il mosto in quella inferiore, per raccoglierlo e/o riporlo nelle anfore vinarie. Talvolta il foro di forma quadrata presente sulla parete più alta della vasca superiore testimonia l’utilizzo di un sistema di torchiatura per la premitura delle vinacce. Una funzione analoga è quella che prevede l’utilizzo delle vasche come frantoi per le olive, in questo caso però, era necessario un sistema di torchiatura. Altri possibili impieghi riguardano la concia delle pelli, vicino ai corsi d’acqua, o la macerazione di vegetali.
Nell’ambito culturale-religioso, gli utilizzi possono esser stati diversi. Esse venivano utilizzate per vari riti propiziatori, che prevedevano il sacrificio di animali o l’utilizzo di alcuni liquidi[15], quali l’acqua o particolari oli, attraverso i quali i sacerdoti conquistavano la benevolenza degli dei per ottenere i migliori risultati nell’agricoltura e/o nella vita quotidiana. Le vasche potevano essere utilizzate, altresì, per la raccolta dell’acqua piovana che in seguito veniva impiegata per abluzioni rituali o altre cerimonie legate alla Grande Madre. Solitamente nelle nicchie i sacerdoti inserivano dei bassorilievi votivi[16] o deponevano le offerte votive donate alla Grande Madre durante la cerimonia. In astronomia, le vasche, riempite d’acqua o di un altro liquido, potevano essere usate come specchio per osservare il cielo riflesso sulla sua superficie.
Dalla vasca litica C, costeggiando l’imponente parete rocciosa, si arriva a uno spiazzo, dove è presente un megalite dalla forma pentagonale irregolare.

DSC04057 Figura 29: Megalite dalla forma pentagonale irregolare

Proseguendo verso sinistra, ci s’imbatte in 4 gradini intagliati della roccia che s’interrompono prima di arrivare alla sommità del banco roccioso, questo porta a ipotizzare che per qualche motivo, il lavoro non sia stato portato a termine.

DSC00737 Figura 30: Gradini intagliati nella roccia

Qualche metro più in là vi sono altri 5 gradini intagliati nella roccia, del tutto simili ai precedenti, che conducono a una piazzola anch’essa ricavata dalla roccia, piegando ad angolo retto, altri 4 gradini intagliati conducono alla sommità del suddetto banco roccioso, dove si trova un manufatto (Lat. 37° 54′ 08″ N; Long. 14° 59′ 51″ E), interamente intagliato nella roccia, un unicum in tutta l’Isola.

DSC02074    DSC02080 Figura 31: I gradini intagliati nella roccia che conducono alla sommità del banco roccioso
Figura 32: Manufatto intagliato nella roccia

La struttura è costituita da un sedile unico, ricavato direttamente dalla roccia, che corre parallelamente alle tre pareti della stessa, largo dai 48 ai 27 centimetri e da un grande blocco di pietra squadrato, una sorta di piattaforma tronco-piramidale a base trapezoidale, sormontata da un parallelepipedo, ricavato dallo stesso blocco, lungo 190 centimetri, largo 55 e alto dai 25 ai 30, sul quale, in età posteriore rispetto alla realizzazione del manufatto, è stata incisa una croce latina.

DSC02279 Figura 33: La piccola croce latina incisa sulla tavola del presunto “altare”

Lungo il bordo della struttura sono presenti 5 fori dal diametro interno di circa 4 centimetri, profonde circa 10, destinati, probabilmente, ad accogliere dei piccoli pali   lignei[17].

DSC09147 DSC09150 DSC09152                                 DSC09153    DSC09155                                              Figure 34-38: I cinque fori presenti lungo il bordo del manufatto

Non ci sono certezze sulla funzione di questo manufatto. L’opinione più diffusa attribuisce a esso una funzione di altare o ara sacrificale; osservandolo con più attenzione si rileva che la panchina non può assolvere la funzione di sedile per tutta la sua lunghezza in quanto la distanza tra essa e la piattaforma tronco-piramidale è di soli 36 centimetri quindi risulta scomodo sia stare seduti che in piedi dietro di essa, di conseguenza il sacerdote non poteva officiare la cerimonia stando dietro la piattaforma ma doveva posizionarsi ai suoi lati o poco più in giù della struttura, questo porta a pensare che la stessa avesse anche un’altra funzione.
Qualche metro più in là dall’“altare”, si trova un enorme monolite che osservato da un’altra prospettiva, sembra assumere l’aspetto di un teschio zoomorfo allungato;

DSC02082       DSC09157 Figura 39: Monolite visto dall’“altare”                              Figura 40: Monolite visto da un’altra prospettiva

sulla parte posteriore dello stesso si trova inciso un esagono.

DSC09162 Figura 41: Esagono inciso sulla parte posteriore del monolite

Al di sotto del monolite si trova un vano litico.

DSC02084      DSC02083 Figure 42-43: Vano litico

Al margine nord del banco di roccia, sono presenti quattro pozze digradanti, dove l’acqua piovana defluendo attraverso tre piccole pozze si raccoglie in una pozza più grande, di forma sub-ellittica, posta più in basso, in cui si trova incisa una croce latina.

Immagine 1 Figura 44: Le quattro pozze digradanti

L’acqua piovana defluisce anche attraverso una specie di canaletta che si riversa in una delle tre piccole pozze.

DSC02278 Figura 45: La canaletta

Si è portati a ipotizzare che la pozza più grande fosse utilizzata come specchio per osservare il cielo riflesso sulla sua superficie. Dal Naturales Quaestiones di Seneca (4 a. C. -65), sappiamo che era abitudine presso gli antichi osservare il Sole riflesso in un liquido scuro[18].
Al di sotto del banco roccioso si apre una cavità naturale che, molto probabilmente, in passato serviva come riparo; ancora oggi essa viene utilizzata per altri usi.

DSC02085 Figura 46: La cavità naturale al di sotto del banco roccioso

Proseguendo verso destra dal monolite dalla forma pentagonale irregolare, si trovano altri gradini intagliati nella roccia che conducono a un sentiero posto fra due pareti.

 DSC09098 Figura 47: Altri gradini intagliati nella roccia

Dopo pochi metri, ci s’imbatte in una coppia di croci incise nelle due pareti rocciose, poste una di fronte all’altra, di cui una è una croce latina mentre l’altra è una croce potenziata, quest’ultima utilizzata anche dai Cavalieri Templari.

                             IMG_0684      IMG_0682                                    Figure 48-49: Coppie di croci incise nella roccia, una di fronte all’altra

Sulla parte rocciosa, al di sopra della croce potenziata, si aprono numerose cavità, alcune delle quali, molto probabilmente, in epoche passate, furono utilizzate come sepolture.

DSC02092 Figura 50: Le numerose cavità, di varia grandezza, che si aprono nella parete rocciosa

Dopo aver costeggiato tutta la parete rocciosa addentrandosi in un boschetto di querce, si raggiunge la parte meridionale, quindi inerpicandosi lungo la stessa, nella quale si trovano i resti di un muretto a secco e di un sedile a forma triangolare intagliato in una roccia,

DSC02329     DSC02776 Figura 51: Il sedile a forma triangolare, simile a quello che si trova intagliato sulla “Pietra dei sette scalini” nel sito dell’Argimusco
Figura 52: Muretto a secco

si giunge a un piccolo spiazzo roccioso posto tra due banchi rocciosi, sui quali si trovano incise altre due croci latine quasi affrontate.

                                  DSC02293      DSC02294                                       Figure 53-54: Le due croci latine incise nella roccia quasi affrontate

Ai piedi del banco roccioso di destra, sotto la croce, vi è una roccia che reca incisa un’iscrizione.

DSC02780 Figura 55: Banco roccioso sotto al quale si trova la roccia con l’iscrizione

Essa, costituita da una sola linea di scrittura disposta orizzontalmente, è composta da quattro lettere. Il tratto è poco profondo, il ductus è destrorso[19].

DSC02779 Figura 56: Le quattro lettere incise nella roccia

L’esame autoptico nonché l’utilizzo di tecniche d’image processing hanno permesso di distinguere le scalfitture della roccia dalle tracce delle lettere, identificando quest’ultime con una buona approssimazione.

AXX Figura 57

La prima lettera, P, presenta un occhiello tondeggiante, inferiormente aperto e l’asta verticale con tratto leggermente incerto; la seconda e la quarta lettera sembrano presentare una traversa aperta, tracciata con incertezza nella prima e molto breve nell’altra, che permette di identificarle come due A; la lettera X è in nesso[20] con la I.
I quattro caratteri sono, apparentemente, riferibili sia all’alfabeto latino che a quello greco maiuscolo.
La trascrizione è, quindi, la seguente:

PAXIA

Quando al latino, rimane difficile stabilire, in mancanza di altri elementi, se Paxia sia nomen femminile o cognomen.
Come nomen, in ambito siciliano, è attestato in un documento del 1311, relativo alla dote di Belrisia, figlia di Michele de Nicacio e di Paxia[21].
Come cognomen, è ben attestato in ambito locale. Uno Jaymo di Paxia di Randazzo, nobile, viene citato in un atto notarile del 14 novembre 1455[22]. I fratelli Miano e Guglielmo di Paxia, vengono citati da Isidoro La Lumia, nel suo Studi di storia siciliana[23].
Se la nostra ipotesi di lettura è corretta, si tratta, probabilmente, di un’iscrizione di tipo funeraria sebbene non si possa escludere che essa riporti il cognomen di un originario proprietario di Rocca Pizzicata o ancora, quello di un viandante che ha lasciato una “firma di presenza”.
Per quanto concerne il greco, la prima lettera è un rho, seguito da un alpha, da un chi in nesso con uno iota[24], chiude un alpha. Il termine ραχια indica una copertura, un involucro ma anche una prigione[25].

Sul banco di roccia di sinistra si trova una tomba a grotticella artificiale[26] (Lat. 37° 54′ 06″N; Long. 14° 59′ 51″ E), un particolare tipo di tomba scavata nella roccia, usata per lo più in Sicilia durante l’età del Bronzo dalla cultura di Castelluccio.

DSC02297             DSC02289                                        Figura 58: La tomba a grotticella artificiale scavata nel banco roccioso
Figura 59: Il portello d’ingresso della tomba

Il portello d’ingresso a soglia alta, orientato a Sud-Est, di forma rettangolare irregolare, largo circa 105 centimetri e lungo 184, è marginato su tre lati da un’ampia risega provvista di fori destinati a ospitare probabili paletti lignei atti a fermare il lastrone di pietra, del quale oggi non vi è più traccia, che in origine chiudeva la tomba; al di sopra del portello d’ingresso si trova un frontone triangolare intagliato nella parete rocciosa. Il portello immette nella cella funeraria a pianta sub-ellittica, con l’asse maggiore di 373 centimetri e quello minore di 338 e soffitto a volta[27], sul quale si apre un foro dal diametro di 90 centimetri.

DSC04075 DSC04069 DSC04072 Figure 60-62: Interno della tomba, con il foro aperto sul soffitto

La tomba è stata certamente violata in antico e nel corso dei secoli si è prestata anche ad altri usi, come si evince dalle iscrizioni e dai glifi incisi sulle pareti. Nella parete di fondo si trovano incise tre croci su omphalos, di cui una molto erosa, questo glifo si ritrova spesso inciso su molti edifici di pertinenza templare, il che suggerisce che il sito fu un luogo conosciuto e frequentato, in passato, anche dai Cavalieri Templari.

DSC02782 Figura 63: Croci su omphalos incise sulla parete di fondo della tomba

Sotto di esse si trova un’iscrizione incisa entro un riquadro rettangolare.

DSC02783 Figura 64: Iscrizione

L’esame autoptico dell’iscrizione, consente di proporre la seguente trascrizione[28]:

D+[- – -]LI+

Alcune lettere non sono identificabili a causa dell’abrasione della superficie. La prima lettera s’identifica come una D; la successiva lettera non risulta leggibile[29]; segue una lacuna dopo la quale s’individua una L[30]seguita da una I, dopo la quale si individua un segno che potrebbe indiziare sia una B, sia una P o una R.
La lacuna centrale rende difficile la sua interpretazione.

Un’altra coppia di croci latine affrontate, si trovano incise rispettivamente una sulla parete occidentale dello stesso banco roccioso, dove si trova la tomba, e l’altra sulla parete del banco roccioso più alto di Rocca Pizzicata.

DSC02303 DSC02302 Figure 65-66: Altre coppie di croci incise nella roccia

Inerpicandosi su quest’ultimo, poco prima di arrivare alla sua sommità, ci s’imbatte in sette gradini intagliati nella roccia che inspiegabilmente conducono a un dirupo in ambedue le direzioni e in una coppella di forma circolare.

DSC02338      DSC02341 Figura 67: I sette gradini intagliati nella roccia             Figura 68: La coppella

In cima al banco roccioso, si trova un incavo trapezoidale (Lat. 37° 54′ 07″ N Long. 14° 59′ 50″ E), orientato a Sud-Est, ricavato scavando la parte sommitale dello stesso.

DSC02313 Figura 69: Incavo trapezoidale

Questo privilegiato punto d’osservazione permette, di giorno, l’agevole controllo di tutta la valle sottostante e del sito mentre di notte l’osservazione degli astri.

  DSC02345    DSC02347  DSC02348    DSC02350 Figure 70-73: Panorama visto dall’incavo

A oggi nessun Ente ha organizzato campagne di scavo archeologico presso il sito.

RILIEVO ARCHEOASTRONOMICO

Il sito è stato oggetto di svariate sessioni di misure, condotte dagli autori, tra il 2012 e il 2013.
La georeferenziazione del sito è stata eseguita mediante rilievi satellitari utilizzando un ricevitore GPS Trimble 5700.
I rilievi topografici uniti a quelli astronomici sono stati eseguiti utilizzando la stazione totale Trimble 5503 DR 200+ e la bussola magnetica prismatica Konus Konustar 10/11. Le basi GPS stabilite con il Trimble 5700 sono state usate per calibrare le misure di azimut magnetico per ottenere gli azimut astronomici.
Il rilievo completo del profilo dell’orizzonte naturale locale visibile nella direzione orientale e occidentale e stato eseguito utilizzando i dati Digital Elevation Model (DEM) ottenuti dalla Shuttle Radar Topographic Mission (SRTM), i quali forniscono le quote altimetriche di tutta la superficie terrestre con una precisione di 2,1 metri sulla quota di ciascun punto rispetto all’ellissoide WGS84.

ANALISI ARCHEOASTRONOMICA DEL SITO

Lo studio è stato effettuato per un’epoca compresa tra il 2000 e il 1500 a.C. analizzando i possibili allineamenti per il Sole, la Luna e le 144 stelle, di magnitudine non inferiore alla terza, che rappresenta il valore limite per l’osservazione a occhio nudo di stelle importanti[31].
Le misure di orientazione hanno messo in evidenza l’esistenza di alcune direzioni significative, il che fa supporre che la progettazione delle due vasche litiche e dell’”altare” doveva essere stata eseguita sulla base di criteri astronomici.
La prima vasca litica (A) risulta allineata, verso il punto dell’orizzonte naturale in cui era possibile osservare il tramonto della Luna quando essa si trova al Lunistizio estremo inferiore, nel 2000 a. C..

Vasca A lunistizio Figura 74: Tramonto della Luna al lunistizio estremo inferiore, visto dalla vasca litica A (Ricostruzione)

Il Lunistizio è un evento astronomico, che ha come protagonista il nostro satellite naturale. Così, come si verificano i solstizi per il Sole, quando lo stesso, durante l’anno, raggiunge il massimo spostamento angolare verso Nord e verso Sud, la Luna fa la stessa cosa ma in maniera più complessa.

Solstizi Figura 75

L’orbita della Luna è inclinata attualmente di 5°9’ rispetto al piano dell’eclittica, il quale a sua volta è inclinato di 23°27’ rispetto all’equatore celeste.

Orbita lunare Figura 76: Inclinazione orbita lunare rispetto al piano dell’eclittica

L’orbita lunare interseca quella della Terra in due punti detti Nodi: Nodo ascendente, quando la Luna passa dal Sud al Nord dell’eclittica, Nodo discendente, quando essa passa dal Nord al Sud dell’eclittica.

Nodi lunari Figura 77: Schema dell’orbita lunare

I nodi lunari si spostano sull’eclittica in senso opposto, cioè verso ovest, rispetto al moto della Luna, compiendo una rotazione completa dell’eclittica in 18 anni e 7 mesi. Il fenomeno è noto col nome di retrogradazione dei nodi.

retrogradazione dei nodi Figura 78: Rappresentazione simbolica della retrogradazione dei nodi

Durante la retrogradazione, può accadere che il Nodo Ascendente vada a coincidere con la posizione del punto Gamma o dell’Ariete, in questo caso la Luna, spostandosi lungo la sua orbita, raggiunge la massima declinazione possibile sopra l’equatore celeste, vale a dire a 28°36’, equivalente alla somma tra il valore angolare dell’obliquità dell’eclittica (23°27’) e l’inclinazione dell’orbita lunare (5°9’); la Luna allora si dice essere al Lunistizio estremo superiore; dopo mezza lunazione raggiungerà la minima declinazione in assoluto, cioè –28°36’, trovandosi al Lunistizio estremo inferiore.

Lunistizio estremo Figura 79: Massime declinazioni (positiva e negativa) che assume la Luna quando il Nodo Nord coincide con il punto dell’Ariete dell’eclittica

In quei giorni la Luna nel sorgere e nel tramontare raggiunge il massimo spostamento angolare verso Nord, rispetto a quello raggiunto dal Sole al solstizio d’estate e quello minimo, rispetto a quello raggiunto dal Sole al solstizio d’inverno. Il fenomeno si ripete ogni 18,6 anni e l’ultima volta si è verificato il 15 e il 29 settembre 2006.

Lunistizio estremo 3 Lunistizio estremo 2 Figure 80-81

Dopo 9,3 anni dal Lunistizio estremo, sarà il Nodo discendente a coincidere con il punto Gamma. In questa circostanza la Luna si troverà ai Lunistizi intermedi, ovvero la massima e la minima declinazione che essa potrà assumere sarà rispettivamente di 18°18’ sopra l’equatore celeste (Lunistizio intermedio superiore) e 18° 18’ sotto (Lunistizio intermedio inferiore).

Lunistizio intermedio Figura 82: Le declinazioni massime (positiva e negativa) che la Luna assume quando, dopo circa 9 anni, il Nodo Sud coincide con il punto dell’Ariete dell’eclittica

Per questo motivo essa quanto si trova al Lunistizio intermedio superiore sorgerà e tramonterà, all’orizzonte astronomico locale, in un punto intermedio tra la levata e il tramonto del Sole al Solstizio estivo e agli equinozi, mentre quanto la Luna sarà al Lunistizio intermedio inferiore, sorgerà e tramonterà in un punto intermedio tra la levata e il tramonto del Sole al solstizio invernale e agli equinozi. Il prossimo Lunistizio intermedio si verificherà nel 2015.

Lunistizio intermedio 3 lunistizio intermedio 2 Figure 83-84

La seconda vasca litica (B), risulta essere allineata verso il punto dell’orizzonte naturale, in cui poteva essere vista la levata del Sole, nella seconda decade di Maggio e nell’ultima decade di Agosto, nel 2000 a. C. (calendario Giuliano); due date che avrebbero potuto avere un senso per la popolazione stanziata nella zona, anche se intermedie rispetto ai punti di levata del Sole ai solstizi e agli equinozi.

Vasca B sole Figura 85: Levata del Sole, lungo l’asse maggiore della vasca litica B (Ricostruzione)

L’“altare”, avendo forma trapezoidale, presenta i lati rispettivamente allineati uno verso la direzione in cui era visibile la levata del Sole, all’orizzonte naturale, nella seconda decade di Maggio e nella prima decade di Settembre del 2000 a.C. (calendario Giuliano), e l’altro, invece, allineato verso il punto di levata dell’astro, all’orizzonte naturale, nei giorni dei due equinozi (calendario Giuliano); per di più, sempre in questi due giorni, un osservatore posto davanti all’altare può osservare il Sole tramontare a Ovest dietro il primo grande menhir; nei pressi del secondo menhir si trova una croce incisa nella roccia.

Altare sole 2      altare sole 3 Figura 86: Levata del Sole agli equinozi, vista dall’“altare” (Ricostruzione)
Figura 87: Tramonto del Sole equinoziale, dietro il primo grande menhir (Ricostruzione)

Il Sole non è l’unico astro interessato dagli allineamenti, in quanto abbiamo rilevato la presenza anche di alcuni allineamenti stellari significativi. I due lati dell’altare, infatti, risultano orientati rispettivamente uno verso il punto dell’orizzonte naturale di prima visibilità di Spica, la stella più luminosa della costellazione della Vergine, nel giorno della sua levata eliaca, prima decade di settembre del 2000 a.C. (calendario Giuliano) e verso l’analogo punto relativo alla stella Capella, la stella più brillante della costellazione dell’Auriga (seconda decade di aprile del 2000 a.C. calendario Giuliano). L’altro, verso il punto dell’orizzonte naturale di prima visibilità di Procione, la stella più brillante della costellazione del Cane Minore, alla sua levata eliaca (ultima decade di giugno del 2000 a.C. calendario Giuliano) e verso l’analogo punto relativo alle Pleiadi (prima decade di maggio del 2000 a.C. calendario Giuliano).

Altare stella 1    Altare stella 3 Figura 88: Levata eliaca della stella Spica, vista dall’“altare” (Ricostruzione)
Figura 89: Levata eliaca di Procione, vista dall’“altare” (Ricostruzione)

La levata eliaca di un astro si verifica quando lo stesso, sorgendo prima dell’alba, è visibile per la prima volta, a occhio nudo, nella parte orientale del cielo.
I fenomeni eliaci sono parte integrante della ritmicità del cielo, di conseguenza molte antiche culture, presso le quali l’osservazione astronomica fu molto praticata, li inclusero nella lista dei fenomeni celesti ritenuti importanti e come tali, degni di attenta e continua osservazione.
Nella maggioranza dei casi i fenomeni eliaci ebbero a che fare con lo sviluppo dei primi calendari e con la cadenza delle festività rituali lungo l’anno.
Sappiamo, dai documenti disponibili, che nell’antico Egitto le levate eliache di Sirio erano correntemente osservate e stabilivano l’inizio dell’anno nel calendario agricolo egiziano. La levata eliaca di Sirio preludeva alla benefica inondazione del Nilo, fondamentale per l’economia agricola di quel popolo. I Babilonesi facevano iniziare l’anno con la levata eliaca di Hamal (Alpha Arietis). Anche i Celti, in Europa, calcolavano la cadenza delle quattro feste fondamentali dell’anno celtico basandosi sulle date di levata eliaca delle stelle.

Sembra quindi che l’“altare” sia stato costruito in modo da essere diretto verso una zona del cielo in cui durante l’anno potevano essere osservati alcuni eventi astronomici, questo porta a supporre che la struttura servisse probabilmente anche come osservatorio astronomico.
E’ probabile, che il parallelepipedo che sormonta la piattaforma fosse utilizzato anche come sedile dal sacerdote-astronomo il quale da seduto poteva comodamente osservare il levarsi degli astri sull’orizzonte naturale.

NOTE

[1] angela.militi@gmail.com
[2] adriano.gaspani@brera.inaf.it
[3] filippobertolo@virgilio.it
[4] Privitera F., Ritrovamenti archeologici nelle grotte dell’Etna, in «Dentro i Vulcani: Atti del IX Simposio Internazionale di vulcano speleologia», Catania, 1999, p. 74.
[5] Pigorini L., Oggetti preellenicidi Randazzo (Catania), in «Bullettino di Paletnologia Italiana», Serie III, Tomo VII, Anno XXVII, Parma, 1901, p. 66.
[6] Virgilio P., Randazzo e il Museo Vagliasindi, Catania, 1969, pp. 68, 85.
[7] Nei documenti o nella toponomastica siciliana, spesso il termine Petra indica una grande pietra isolata in un esteso territorio agricolo. Il toponimo Petra Intossicata, a nostro avviso, si è trasformato nel tempo, tramite le influenze della toponomastica popolare, in Rocca Pizzicata o Pinzicata.
[8] Barberi G. L., I Capibrevi, a cura di G. Silvestri, Palermo, 1886, Vol. II: I feudi del Val di Demina, pp. 120-122.
[9] Le mappe catastali ritrovate nell’archivio del marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena, riportano datazioni comprese tra il 1837 e il 1853, e sono state realizzate sulla base del real decreto per la rettifica del catasto fondiario dell’8 agosto 1833 e delle modifiche apportate con un nuovo decreto il 17 dicembre 1838.
[10] Le mappe del Catasto Borbonico di Sicilia. Territori comunali e centri urbani nell’archivio cartografico Mortillaro di Villarena (1837-1853), a cura di E. Caruso e A. Nobili, Palermo, Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, 2001, Schizzo del territorio di Roccella, mappa 139, p. 233.
[11] Sono ancora in corso studi e approfondimenti volti a chiarire la funzione di questi accumuli di pietrame di piccole dimensioni presenti lungo il declivio.
[12] Con il termine di “vasca” s’intende generalmente un incavo ricavato nella roccia, di forma varia, largo almeno un metro e profondo da qualche centimetro a 2-3 metri. Le vasche rupestri vengono classificate in tre tipologie: vasche singole, plurime e letti (o troni). Le vasche singole, presentano un fondo generalmente piano attorniato da bordi contenitivi lungo tutto il perimetro destinati al contenimento o alla raccolta di liquidi o altre sostanze e, possono essere più o meno dotate di un foro di scarico o una canaletta, atti a permettere il deflusso di eventuali liquidi presenti al suo interno. Le vasche plurime, generalmente sono formate da due o più cavità poste una accanto all’altra ad altezza diverse e comunicanti tramite un foro o una canaletta. I letti (o troni) sono delle vasche aventi una parte o un lato aperto. Sono costituiti da un piano di fondo orizzontale, spesso rettangolare o quadrato, una parete verticale posteriore e bordi laterali generalmente degradanti che terminano sui vertici esterni del fondo. Battistini M., Il fenomeno delle “vasche” rupestri in Italia, in «Pietralba. Indagini multidisciplinari su alcuni manufatti rupestri dell’Alta Valtiberina» a cura di A. Moroni Lanfredini e G. P. Laurenzi, Sansepolcro, Aboca Museum, 2011, p. 11.
[13] L’analisi astronomica dei dati raccolti è ancora in atto.
[14] I casi di vasche aperte inserite in impianti plurimi sono molto rari. Ravara Montebelli C.& Battistini M., Le vasche rupestri del Montefeltro, fra tradizione e nuove interpretazioni, in «Studi Montefeltrani», N. 33, Anno 2011/2012, Società di Studi Storici per il Montefeltro, p. 48.
[15] Ivi, pp. 12-17.
[16] Bernabò Brea L. & Fallico A. M., Siracusa: guida artistica, in «I tesori di tutta Italia», a cura di F.Gentile e D. Terra, Milano, Grolier, 1988, Vol. 6: Il mondo antico.
[17] L’analisi astronomica per individuare possibili allineamenti astronomici significativi, delle cinque buche di palo, è ancora in atto.
[18] Senecae L. A., Philosophi Opera tribus tomis distincta, Venetiis, 1643, Ateneo Veneto, C 14.C.69, Tomo III: Continens Questiones Naturales, Liber primus, cap. 17, p. 40.
[19] Da sinistra verso destra.
[20] Unione di due o più lettere tramite un tratto comune.
[21] Archivio di Stato di Palermo, Fondo Diplomatico, Tabulario di Santa Maria del Bosco di Calatamauro, TSMB 151.
[22] Archivio di Stato di Catania, Fondo Notarile di Randazzo, Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 46r-46v.
[23] La Lumia I., Studi di storia siciliana, Palermo, 1870, Vol. 1, p. 672: Artale Alagona, «Ribellò e pose in armi Randazzo col favore de’ fratelli Miano e Guglielmo di Paxia, che, cadutigli non guari dopo in sospetto, imprigionò nella rocca di Castiglione».
[24] In effetti, potrebbe trattarsi anche di una variante del cristogramma formato dalle lettere greche iota e chi che fanno riferimento al nome greco di Gesù: Ιησους Χριστος (IHSOYS CHRISTÒS). Pertanto non si possono escludere altre possibilità di lettura e interpretazione.
[25] AA.VV., A Copious Greek-English Vocabulary, Oxford, 1850, p. 818, ad vocem “Ραχια”; Donnegan J., A new Greek and English lexicon, Philadelphia, 1844, p. 1097, ad vocem “Ραχια”.
Per i vari significati del termine greco ραχια si veda: Barker E. H., The various meanings of the word ραχια, in «The Classical Journal», London, 1815, Vol. XI, pp. 38-41.
[26] L’analisi astronomica dei dati raccolti è ancora in atto.
[27] L’altezza da terra, misurata dal punto più alto, è di 313 centimetri.
[28] Nella trascrizione del testo dell’epigrafe la lacuna di ampiezza non precisabile viene indicata con tre trattini entro parentesi quadre [- – -]; le lettere non identificabili sono trascritte con il segno +.
[29] Le piccole scalfitture presenti prima e dopo la lettera, potrebbero essere dei segni d’interpunzione, ma non è possibile esserne sicuri.
[30] L’abrasione della superficie non permette di esserne certi. Anche in questo caso, la piccola scalfittura presente prima della lettera potrebbe essere un segno di interpunzione.
[31] Gaspani A. & Cernuti S., Introduzione all’archeoastronomia. Nuove tecniche di analisi dei dati, Milano, Edizioni Fondazione Giorgio Ronchi, 2006.

FONTI ARCHIVISTICHE

Archivio di Stato di Palermo, Fondo Diplomatico, Tabulario di Santa Maria del Bosco di Calatamauro.

Archivio di Stato di Catania, Fondo Notarile di Randazzo, Marotta Petrus.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AA.VV., A Copious Greek-English Vocabulary, Oxford, 1850.

BARBERI G. L., I Capibrevi, a cura di G. Silvestri, Palermo, 1886, Vol. II: I feudi del Val di Demina.

BARKER E. H., The various meanings of the word ραχια, in «The Classical Journal», London, 1815.

BATTISTINI M., Il fenomeno delle “vasche” rupestri in Italia, in «Pietralba. Indagini multidisciplinari su alcuni manufatti rupestri dell’Alta Valtiberina» a cura di A. Moroni Lanfredini e G. P. Laurenzi, Sansepolcro, Aboca Museum, 2011.

BERNABÒ BREA L. & FALLICO A. M., Siracusa: guida artistica, in «I tesori di tutta Italia», a cura di F. Gentile e D. Terra, Milano, Grolier, 1988, Vol. 6: Il mondo antico.

DONNEGAN J., A new Greek and English lexicon, Philadelphia, 1844.

GASPANI A. & CERNUTI S., Introduzione all’archeoastronomia. Nuove tecniche di analisi dei dati, Milano, Edizioni Fondazione Giorgio Ronchi, 2006.

Le mappe del Catasto Borbonico di Sicilia. Territori comunali e centri urbani nell’archivio cartografico Mortillaro di Villarena (1837-1853), a cura di E. Caruso e A. Nobili, Palermo, Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, 2001.

PIGORINI L., Oggetti preellenicidi Randazzo (Catania), in «Bullettino di Paletnologia Italiana», Serie III, Tomo VII, Anno XXVII, Parma, 1901.

PRIVITERA F., Ritrovamenti archeologici nelle grotte dell’Etna, in «Dentro i Vulcani: Atti del IX Simposio Internazionale di vulcano speleologia», Catania, 1999.

RAVARA MONTEBELLI C.& BATTISTINI M., Le vasche rupestri del Montefeltro, fra tradizione e nuove interpretazioni, in «Studi Montefeltrani», N. 33, Anno 2011/2012, Società di Studi Storici per il Montefeltro.

SENECAE L. A., Philosophi Opera tribus tomis distincta, Venetiis, 1643, Ateneo Veneto, C 14.C.69, Tomo III: Continens Questiones Naturales, Liber primus.

VIRGILIO P., Randazzo e il Museo Vagliasindi, Catania, 1969.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Tutte le fotografie e i disegni, quando non specificato diversamente, sono stati eseguiti dagli autori.

Figura 7: Castiglione di Sicilia (CT), Contrada Marca, Galleria a scorrimento lavico, tratta da: <http://web.tiscalinet.it/Castiglione_di_Sic/cdamarca.htm >, agg. 2014.

Figura 8: Castiglione di Sicilia (CT), Contrada Balsamà, Tomba a grotticella artificiale “Lo Squalo” , tratta da: <http://web.tiscalinet.it/Castiglione_di_Sic/balsama.htm>, agg. 2014.

Figura 9: Castiglione di Sicilia (CT), Contrada Orgale, Tombe a grotticella artificiale “Grotte dei Siculi”, tratta da: <http://web.tiscalinet.it/Castiglione_di_Sic/orgale.htm>, agg. 2014.

Figura 11: Malvagna (ME), Trichora del Salvatore, l’immagine è stata gentilmente fornita da Salvatore Granato che ringraziamo.

Figure 15: Schizzo del territorio di Roccella, tratta da: Le mappe del Catasto Borbonico di Sicilia. Territori comunali e centri urbani nell’archivio cartografico Mortillaro di Villarena (1837-1853), a cura di E. Caruso e A. Nobili, Palermo, Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, 2001, p. 233. Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 139, autorizzazione n. prot. 6833 del 18 dicembre 2014. É vietata la riproduzione o la duplicazione dell’immagine senza preventiva esplicita autorizzazione.

Figura 78: Rappresentazione simbolica della retrogradazione dei nodi, tratta da: Fresa A., La Luna: movimenti, configurazioni, influenze e culto, terza edizione, Milano, Hoepli Editore, 1952, p. 73.

Figura 87: Tramonto del Sole equinoziale, dietro il primo grande menhir (Ricostruzione): foto tratta da: Patanè E., “Ara” megalitica a Rocca Pizzicata e preistoria nella Valle dell’Alcantara (Sicilia), <http://www.artepreistorica.com/2009/12/%E2%80%9Cara%E2%80%9D-megalitica-a-rocca-pizzicata-e-preistoria-nella-valle-dell%E2%80%99alcantara-sicilia/>, agg. 2014.

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Sant’Agata: storia di una chiesa scomparsa

La “città delle novantanove chiese”: così è stata definita per tradizione Randazzo, per via dei numerosi edifici ecclesiali, risalenti a varie epoche, eretti sul territorio. Alcuni di essi, nel tempo e/o per opera dell’uomo, sono scomparsi e ne resta solo la memoria storica desunta dai documenti d’archivio o dalle informazioni presenti nei manoscritti del reverendo Plumari. E’ il caso della chiesa di Sant’Agata.

Fuori dalle antiche mura di Randazzo, a sud della città, si trova Piazza Tutti Santi, la quale porta con sé una storia antica, infatti, in quel luogo, fino a diversi decenni fa, sorgeva la chiesa di Sant’Agata.
Non si conosce con esattezza la data di fondazione dell’edificio ecclesiale, poiché, a oggi, non ci sono pervenute notizie documentarie in merito, tuttavia essa è da collocarsi nella seconda metà del XII secolo, data la somiglianza stilistica con la chiesa di San Vito e quella di Santo Stefano.

Un documento presente presso l’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, ci consente di stabilire un terminus ante quem sulla data di edificazione dell’edificio sacro. Il primo dicembre del 1345 Raimondo de Pezzolis, arcivescovo di Messina, concede 40 giorni di indulgenza a coloro che si recheranno causa devocionis seu peregrinacionis nella chiesa di Sant’Agata, posta in territorio terre di Randacii extra menia in contrata detta La Fussaza, nella ricorrenza della festività di sant’Agata. Questo documento testimonia che a quella data la chiesa era già esistente ed aveva una qualche rilevanza[1].

Si ha notizia che nei primi anni del 400 il giuspatronato della chiesa era esercitato dal notaio Francesco de Mallono, il quale con atto di transazione, datato 25 gennaio 1409[2], cedeva a Tommaso Crisafi, arcivescovo di Messina, la metà dei profitti di un vigneto in vitae subsidium[3].

Altre notizie relative alla chiesa di Sant’Agata provengono da alcuni documenti notarili del notaio Tommaso Andriolo, conservati presso l’Archivio di Stato di Messina, dai quali apprendiamo che:
con un atto notarile datato 4 ottobre 1426 rogato in Messina che vede testimoni, Philippus de Agrigola, Iohannes de Alona e Bartuchio Piza, il notaio Franciscus Mallono nomina cappellano dell’ecclesia Sancta Agatha extra mura, di cui ha lo jus patronatus, l’arciprete Geraldus de Henrico, con l’obbligo di curare l’amministrazione di tutti i beni della cappellania; la nomina è confermata, per competenza, dal Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina che conferisce all’arciprete l’investitura per anulum[4].
L’arciprete Geraldus de Henrico rinuncia all’incarico di cappellano della chiesa di Sant’Agata extra moenia, che da poco gli è stato conferito, con un atto datato 4 ottobre 1426 stipulato in Messina alla presenza di Pino Pictella, Philippus Pictella e Fridericus de Celsa[5].
Il 5 ottobre 1426 con atto rogato in Messina con le testimonianze di Iohannes de Solano, Petrus de Stagnario e Andreas de Paulillo, il presbiter Philippus de Agrigola di Randazzo nomina suo procuratore il notaio Franciscus Mallonu, affinché possa rappresentare davanti al Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina, la sua protesta contro il cappellano Geraldus de Henrico, dal quale chiede la restituzione della domus lasciata in eredità dal defunto Matthei de Leofanto all’ecclesia di Santa Maria di Randazzo e non alla cappellania della chiesa di Sant’Agata[6].
Con atto del 5 ottobre 1426, il notaio Franciscus Mallono nomina suo procuratore il presbiter Philippus de Agrigola di Randazzo, affinché si occupi dei suoi affari ecclesiastici e temporali nella terra di Randazzo, e, principalmente, per visitare l’ecclesia di Sant’Agata e verificare la gestione della stessa da parte del cappellano Geraldus de Henrico[7].
Il 3 settembre 1427 con atto rogato in Messina, testimoni Robertus Mirabello, Zullo de Leo e Nardo Barralamono, il notaio Franciscus Mallono per diritto di jus patronatus sulla chiesa di Sant’Agata, nomina cappellano della stessa il presbiter Antonius de Bruno, il quale oltre a svolgere le funzioni religiose e amministrare i beni della cappellania che consistono in un vigneto, alcune case, un palmento ed altri beni siti in contrada “de la Fossaza” di Randazzo, dovrà apportare, entro quattro anni, le riparazioni necessarie alla chiesa, alle case e al palmento; se il cappellano adempirà ai suoi doveri la sua nomina sarà riconfermata per altri quattro anni e al settimo anno dovrà, altresì, rinnovare la vigna piantando cinquecento viti. La nomina del cappellano è convalidata dal Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Messina[8].
Il documento datato 6 settembre 1427 rogato in Messina alla presenza di Iohannes de Agatha, Nicolaus Mariconda e Philippus de Lignamine, mette in evidenza che il cappellano Geraldus de Henrico, ora defunto, non ha adeguatamente amministrato la chiesa e i suoi beni, facendoli deteriorare e morendo ha lasciato, in mano ai suoi eredi alcuni beni della cappellania. Per questo motivo il notaio Franciscus Mallono nomina suo procuratore il presbiter Philippus de Agrigola, affinché questi provveda a farsi restituire dagli eredi del presbiter Geraldus i beni della chiesa da loro detenuti[9].

Una prima succinta descrizione della chiesa viene data dal tedesco Walter Leopold che nella sua tesi di laurea in ingegneria “Sizilianische bauten des mittelalters in Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia und Randazzo”, pubblicata a Berlino nel 1917, così descrive la chiesa:«Un po’ meno primitiva, ma danneggiata da costruzioni più recenti aggiunte a sud e a nord, è la struttura di Sant’Agata. L’archivolto a sesto acuto dell’ingresso principale è modanato; anche l’esecuzione della cornice al di sopra è più ricca, così come quella della ghiera che incornicia l’oculo. I prospetti laterali presentano una finestrella ciascuno, quello a sud ha una porta eseguita come quella dell’ingresso principale. L’abside è illuminata da una piccola finestra con arco a tutto sesto posta in basso. La cappella all’interno è affrescata fino all’altezza di circa due metri. La superficie della parete è suddivisa da fasce perpendicolari in parecchi stretti campi, che formano una decorazione a pinnacoli e nicchie; negli scomparti intermedi sono dipinte scene bibliche, nei pinnacoli, santi. Sulla parete di fronte a chi entra, a destra e a sinistra del coro, sono rappresentati angeli. La pittura è di carattere tardo-gotico»[10].
A corredo del suo studio, il Leopold realizzò, altresì, un rilievo architettonico (planimetrico e prospettico) della stessa.

Figura 1: Rilievo architettonico della chiesa di Sant’Agata

La chiesa presentava un impianto planimetrico ad unica aula rettangolare, coperta con tetto ligneo, terminante in una piccola abside semicircolare coronata da semicalotta definita sul fronte da arco a sesto acuto.

Nel 1932 Enzo Maganuco, professore di Storia dell’Arte e Tradizioni popolari nelle Università di Catania e Messina, giunto a Randazzo con la speranza di rinvenire una qualche traccia della chiesetta di Sancta Maria in Nemore[11], visitò la chiesa di Sant’Agata e nel suo scritto “Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre” riporta: «La chiesetta, piccola e di colore ferrigno, col suo rosoncino altissimo sulla porticina, gotica solo nell’arco, chè al posto di colonnine o di pilastri si trovano dei modestissimi conci squadrati, porta agli spigoli della parete frontale conci lavici alternati, legati da malta bianchissima e, più in basso, alla stessa altezza degli stipiti della porta conci angolari più tozzi, più rozzi e meno estesi.

chiesa di Sant'Agata

Figura 2: Chiesa di Sant’Agata, foto di Enzo Maganuco

Nel giardinetto che si apre dietro l’abside, se detto, c’è un pozzetto gotico ottagono, simile in tutto a quello del giardino del Palazzo del Duca di S. Stefano in Taormina.

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Figura 3: Taormina, Palazzo dei Duchi di Santo Stefano, pozzo ottagonale

Si accede al giardino per una porticina posteriore aperta direttamente sull’abside dietro l’altarino […]. Accanto a questa porta arbitraria e tardiva ve n’è un’altra di pura impronta gotica, a sagoma tardo dugentesca ben conservata e che dovette appartenere alla sagrestia che però per certo non comunicava direttamente con la chiesatta […].

Chiesa di Sant'Agata, Portale

Figura 4: Chiesa di Sant’Agata, portale, foto di Enzo Maganuco

Da finestra destra – l’unica sopravvissuta – in pietra bianca di Comiso, a feritoia, ora otturata e ben visibile dall’interno, consta di un archetto a pieno centro strettissimo e di tasselli che fanno da pilastrini laterali, tasselli di varia grandezza in semplice e vago modo distribuiti. All’interno, […] colpiscono l’occhio gli affreschi sopravvissuti alle ingiurie degli uomini che più del tempo hanno crostato l’intonaco e l’arricciato piantando chiodi e travi. Gli affreschi ricorrono per tutte le pareti, meno la calotta absidale. Non v’è traccia di affresco solo sulla parete interna corrispondente al muro frontale»[12].

Figura 5: Ricostruzione 3d della chiesa di Sant’Agata. Cliccare su ciascun affresco per visualizzare le relative schede

Qualche studioso identifica erroneamente la chiesa di Sant’Agata con quella di Tutti Santi, la quale sorgeva di fronte il convento di San Francesco di Paola, come si evince da una pianta litografica della Città, fatta realizzare dal reverendo Plumari;

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                Figura 6: Particolare della Pianta litografia della città di Randazzo, luogo dove era la chiesa di Tutti  Santi contrassegnato con il numero 21

per di più, lo stesso reverendo nel suo manoscritto Storia di Randazzo, elencando le chiese di Randazzo, scrive: «Chiesa di S. Agata V. e M. esistente nel Piano di Tutti Santi […] Chiesa di Tutti Santi, da pochi anni abbandonata, ed oggi demolita»[13]. Il Sommarione[14] del Catasto provvisorio siciliano del 1852, registra, presso la Porta di San Francesco di Paola, la chiesa di Tutti i Santi e un’altra chiesa senza nome, di proprietà del Comune, come dirute[15].
Nell’area oggi non si distingue alcuna vestigia della chiesa: un contributo decisivo per individuare con esattezza l’ubicazione dell’edificio ecclesiale, viene da una mappa catastale urbana datata 1877[16].
Dalla lettura della mappa si rileva, la presenza, all’estremità sud della città, di un edificio contrassegnato con il numero di particella (o mappale) e una croce, indicativa delle costruzioni destinate ai culti cristiani.

Part. mappa 1877

Figura 7: Particolare della mappa catastale urbana di Randazzo, 1877

Agli inizi del 900, come si può leggere da una mappa d’impianto[17] – conservata presso il catasto di Catania –, l’edificio, la cui planimetria è rimasta invariata, non è più contrassegnato dalla croce e risulta suddiviso in tre mappali (3026, 3025, 2194).

Stralcio foglio impianto 103b

Figura 8: Particolare del Foglio d’impianto 103/B di Randazzo

La Tavola Censuaria – redatta dopo la formazione delle mappe d’impianto –, riporta i mappali 3026, 3025 e 2194 come fabbricati urbani rispettivamente di mq 46, 74 e 87[18].
Il Registro partitario del vecchio Catasto Urbano, rileva il mappale 3026, il 10 dicembre 1934, “come area di fabbricato demolito” e l’appartenenza di esso a Genovese Antonino di Carmelo[19]. Il mappale 3025 – subalterno 1, il 22 luglio 1940, risulta appartenere a Genovese Annunziata fu Antonino, la quale dichiarava che veniva in possesso del fabbricato per successione e nuova costruzione[20], mentre il subalterno 2 risultava appartenere a Genovese Francesco fu Antonino[21]. Queste acquisizioni rivestono una grande importanza, poiché da esse si evince che parte della chiesa (mappali 3026 e 3025) era già stata demolita prima dei bombardamenti del 1943.
Il mappale 2194 – subalterno 1, il 21 dicembre 1939, risulta appartenere alla parrocchia di San Nicola di Randazzo, concesso in livello/enfiteusi a Zuccarello Bonaventura Giovanni per un canone annuo di lire 4.20[22], mentre il subalterno 2 risulta essere stato ceduto in compravendita, dallo stesso Zuccarello Bonaventura Giovanni, a Zuccarello Domenico[23].

Attualmente l’area della chiesa di Sant’Agata, è occupata da due edifici attigui che si affacciano sulla piazzetta.

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Figura 9: Randazzo, Piazza Tutti Santi dove era ubicata la chiesa di Sant’Agata

NOTE

[1] Spinella B. M. R., La Cattedrale di Santa Maria di Messina nei documenti dell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo (1282-1412), Tesi di dottorato in Scienze umanistiche e dei beni culturali (XXVI ciclo), Università degli studi di Catania, Anno Accademico 2012/2013, Reg. 49, p. 181.
[2] 1410.
[3] Starrabba R., I diplomi della cattedrale di Messina raccolti da Antonino Amico, in «Documenti per servire alla Storia di Sicilia», Prima serie-Tabulari, vol. I, fasc. IV, Palermo, 1878, p. 234, doc. CCXVII: «Anno MCCCCIX, XXV Januarii, III Indictionis, Frater Thomas Crisafi Archiepiscopus Messanensis transigit cum Francisco Millono, patrono Ecclesiae Sanctae Agatae Randatii (cujus vineam, veluti suam, nulliter alienaverat) quod donec viveret medietatem fructuum dictae vineae percipere possit in vitae subsidium, post vero mortem ejusdem integri fructus ad Ecclesiam praedictam pertineant».
[4] Archivio di Stato di Messina, Fondo notarile, notaio R. Tommaso Andriolo. Anni 1416-1418, vol. 2.
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8] Ibidem
[9] Ibidem
[10] Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 154.
[11] Ovvero la chiesa di Santa Maria del Bosco, menzionata in vari documenti fin dall’XI secolo.
[12] Maganuco E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956, pp. 12-14.
[13] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol.I, Libro III, p. 325, nn. 41 e 49.
[14] Registro descrittivo delle proprietà, in cui sono notati i dati relativi al nome del possessore, alla natura, all’ubicazione, alla superficie, alla classe di produttività e alla rendita della proprietà.
[15] Archivio di Stato di Catania, Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229, Sezione I, nn. 189 e 198, p. 289.
[16] Montera C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983, p. 8.
[17] Le mappe d’impianto di Randazzo furono realizzate tra il 1890 e il 1912 (il rilevamento particellare fu eseguito tra il 1908 e il 1911, mentre la rappresentazione in mappa tra il 1908 e il 1912). Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Atlante Comune di Randazzo.
[18] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Tavola Censuaria, Randazzo.
[19] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Registro partitario, Randazzo.
[20] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 1174.
[21] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 1180.
[22] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 3233.
[23] Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Randazzo, Foglio di mappa 103/B, Modello 58, n. 3230.

FONTI ARCHIVISTICHE

Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio
Atlante Comune di Randazzo.
Sezione cartografia, Foglio d’impianto di Randazzo 103/B.
Randazzo, foglio di mappa 103/B, Modello 58, nn. 1174, 1180, 3233, 3230.
Registro partitario, Randazzo.
Tavola Censuaria, Randazzo.

Archivio di Stato di Catania
Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229.

Archivio di Stato di Messina
Fondo notarile, notaio R. Tommaso Andriolo. Anni 1416-1418, vol. 2.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

LEOPOLD W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007.

MAGANUCO E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956.

MONTERA C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

SPINELLA B. M. R., La Cattedrale di Santa Maria di Messina nei documenti dell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo (1282-1412), Tesi di dottorato in Scienze umanistiche e dei beni culturali (XXVI ciclo), Università degli studi di Catania, Anno Accademico 2012/2013.

STARRABBA R., I diplomi della cattedrale di Messina raccolti da Antonino Amico, in «Documenti per servire alla Storia di Sicilia», Prima serie-Tabulari, vol. I, fasc. IV, Palermo, 1878.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 1: Rilievo architettonico della chiesa di Sant’Agata: Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 155.
Figura 2: Chiesa di Sant’Agata: Maganuco E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, in «Esercitazioni sull’arte siciliana», Scuola Salesiana del Libro, Catania-Barriera, 1956.
Figura 4: Chiesa di Sant’Agata, portale: Maganuco E., Cicli di affreschi medievali a Randazzo e a Nunziata di Giarre, op. cit..
Figura 6: Particolare della Pianta litografia della città di Randazzo: Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol.II.
Figura 7: Particolare della mappa catastale urbana di Randazzo, 1877: Montera C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II°, n. 4, Gravina di Catania, 1983, p. 8.
Figura 8: Particolare del Foglio d’impianto 103/B di Randazzo: Agenzia delle Entrate, Ufficio Provinciale di Catania – Territorio, Sezione Cartografia. Per gentile concessione.

RINGRAZIAMENTI

Un doveroso ringraziamento è rivolto all’Ufficio Provinciale di Catania – Territorio: in particolare il dottor Luigi Valenti, direttore dell’Ufficio, per la gentilezza e per l’autorizzazione alla pubblicazione della mappa di impianto di Randazzo; il dottor ingegnere Giuseppe Marchetta, responsabile reparto staff, per la disponibilità offertami; il dottor Francesco Cicillini, responsabile cartografia, per il tempo che mi ha dedicato e le preziose delucidazioni.
Un ringraziamento particolare va al dottor Filippo Bertolo per la sua amicizia, per il suo aiuto e la sua disponibilità.
Un sincero ringraziamento va a mio marito Enzo per l’aiuto incondizionato nelle mie ricerche.

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Anniversario della dedicazione della chiesa di San Martino

Oggi ricorre l’anniversario di dedicazione della chiesa di San Martino, avvenuta il 27 maggio di un anno imprecisato, come si evince da un documento del 1649 conservato presso l’archivio parrocchiale.
Da questo documento apprendiamo altresì che, al termine dei lavori di rinnovamento, la chiesa fu solennemente riconsacrata il 3 giugno 1649, Corpus Domini, dall’arcivescovo di Messina monsignor Simone Carafa.
Dopo novantasette anni, il 21 dicembre 1746, la chiesa venne nuovamente riconsacrata dall’arcivescovo di Messina, monsignor Tommaso Moncada, come testimonia la lapide che si trovava originariamente affissa internamente, nella controfacciata sopra il portale principale, in seguito rimossa e adagiata dietro il fonte battesimale.

Immagini 22, 24, 27 :De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, pp. 66, 69, 81.

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Basilica minore di Santa Maria: 800 anni dalla costruzione

12 marzo 1214 / 12 marzo 2014

L’anniversario degli 800 anni dell’edificazione della Basilica minore di Santa Maria è l’occasione per ricordare come i monumenti del passato siano ancora oggi testimonianze vive e presenti nella storia di ognuno di noi.

Immagini 13, 14, 15, 16:De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, pp. 46, 47, 48, 76.

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Luoghi misteriosi della Sicilia

Siciliafan ha realizzato, sulla propria pagina facebook, un album dedicato ai luoghi misteriosi della Sicilia. Per visionarlo clicca sul logo.

Sicilia

Buona visione
Angela

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