Il vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo: connubio tra Religione e Alchimia

Tra le tante opere d’arte che la chiesa di Santa Maria gelosamente conserva, senza dubbio un posto di assoluto rilievo lo occupa il vecchio coro ligneo (fig. 1).

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Figura 1: Parte del vecchio coro ligneo adattato alla nuova sede

L’opera risale alla fase di rinnovamento e abbellimento degli interni della chiesa, avviati nella seconda metà del XVIII secolo, per adeguare la struttura alle esigenze stilistiche e decorative del momento.
Nel mese dicembre del 1767, il procuratore locale dell’Opera de Quatris, Michele Blandini, volendo dotare la chiesa di un nuovo coro, indiceva un bando, con il quale si invitavano gli eventuali offerenti a presentare le proprie offerte. Ad aggiudicarsi i lavori fu il maestro Tommaso Spitaleri di Troina – già noto in città per aver realizzato nel 1763 il coro ligneo della chiesa di San Nicola (fig. 2) – per la somma di onze 99,28 (la somma comprendeva anche la realizzazione delle tre porte della facciata) e il 16 gennaio 1768 sottoscrisse il contratto insieme ai maestri Giuseppe Puglisi e Serafino Abbate di Novara di Sicilia.

IMG_6787 Figura 2: Particolare del coro ligneo della chiesa di San Nicola, 1763

Nell’atto di commissione del lavoro si stabiliva che il coro doveva essere realizzato secondo il progetto presentato dallo Spitaleri, maestro principale dell’opera, ossia composto di due ordini, con 22 stalli nell’ordine superiore.
Spitaleri portò a termine l’opera nel mese di dicembre dello stesso anno, con ben sei mesi di anticipo sulla data stabilita.
Tuttavia dopo circa un anno e mezzo sorse un’accesa e lunga controversia tra il maestro Spitaleri e i committenti, giacché questi ultimi avanzarono critiche sulla composizione dell’opera lignea che si concluse a sfavore del magister, tant’è che dovette impegnarsi a rifare il coro sacrificando quattro stalli.
L’utilizzo del coro ligneo da parte dei canonici ebbe, però, breve durata: a distanza di mezzo secolo circa dalla sua installazione, in occasione del completo ammodernamento della chiesa (1790-1820), esso fu smontato e trasferito in sedi provvisorie e, infine nel 1823 fu ricomposto nella forma attuale e collocato del corpo della sacrestia, giungendo così fino ai nostri giorni.
Il preciso e dettagliato programma iconografico dei pannelli del postergale, definito dai Canonici, al quale il magister si dovette necessariamente attenere, non lasciava nulla al caso.
La decorazione dei diciotto pannelli è caratterizzata da figure allegoriche, sole o accompagnate da cartigli con citazioni bibliche, incorniciate da volute fogliacee e fiori (fig. 3).

pannello Figura 3: Un Pannello del postergale

Tale struttura compositiva è tipica dell’emblematica, genere letterario di cui fu antesignano il giureconsulto milanese Andrea Alciati (o Alciato), che nel 1531 formulò la prima serie di emblemi costituiti da un titolo o motto (inscriptio), un’immagine a carattere simbolico-allegorico (pictura) e un epigramma o breve testo in prosa (subscriptio).

emblema Alciati Figura 4: Emblematum Liber, Emblema “In astrologos

Trattasi, pertanto, di un piccolo corpus di emblematica sacra, genere che conobbe il suo massimo sviluppo nel Seicento, in quanto i Canonici ripresero gli emblemi principalmente dal volume del gesuita Henricus Engelgrave, Lucis Evangelicae (fig. 5), e dal volume del frate certosino Nicolás de la Iglesia, Flores de Miraflores (fig. 6).

                       Frontespizio lucis evangelicae           Frontespizio Flores de miraflores        Figure 5-6: Frontespizi del Lucis Evangelicae e del Flores de Miraflores

Questi emblemi che sembrano solo elementi decorativi di impronta religiosa, di fatto nascondono anche un significato profondo legato alla scientia Dei (scienza di Dio), l’Alchimia, dottrina tramandata per secoli in maniera volutamente incomprensibile affinché non si disvelasse a coloro che non erano puri d’animo, umili e illuminati dalla grazia di Dio.
Pratica che non era di certo estranea tra i nobili e i religiosi della città come dimostrano non solo le decorazione scolpite nel marcapiano di Palazzo Lanza, ma anche la statua di Randazzo Vecchio e alcune decorazioni del campanile della chiesa di Santa Maria (ricostruito nella seconda metà del XIX secolo, in modo pressoché fedele al vecchio campanile del XIII secolo).

DSC07981                            Mercurio Figura 7: Uno dei tanti simboli alchemici che               Figura 8: Mercurio
decorano i capitelli del campanile della chiesa

Pertanto siamo di fronte ad un codice, lasciato a futura memoria, patrimonio di pochi, che una volta decriptato è in grado di fornire istruzioni circa le quattro fasi della Grande Opera: nigredo, albedo, citrinitas e rubedo, che portano alla realizzazione del Lapis Philosophorum (Pietra Filosofale), il donum Dei (dono di Dio) che contiene in sé tre grandi proprietà: l’acquisizione dell’onniscienza, la capacità di trasmutare i metalli vili in oro e la Medicina universale, ovvero l’elixir in grado di guarire qualsiasi malattia.

Fig. 104 DSC01971                                                  Fig. 105    mFigura 9: Pannello 4: “Quia respexit”            Figura 10: Engelgrave H., Lucis mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmEvangelicae, Emblema VIII mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm“Festum Annuntiatae Virginis mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmMariae”

Fig. 155 d Figura 11: Nell’alchimia cristiana l’Annunciazione è associata alla fase alchemica dell’albedo o Opera al bianco, seconda fase dell’opus alchemico

Per approfondire: Militi A., Emblematica sacra e alchimia. Gli “emblemi” del vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo, Venezia, 2019.
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Il vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo: connubio tra Religione e Alchimiaultima modifica: 2019-03-21T09:00:05+01:00da angela-militi
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