Randazzo: una città speciale

In questi anni ho provato a raccontarvi una Randazzo diversa, misteriosa, affascinante, segreta.

Una città singolare con una storia millenaria, uno di quei luoghi ricco di fascino e sorprese. Una città dove ci sono almeno sette motivi che la rendono unica e speciale…

…è la città perfetta per il suo imprescindibile legame con il numero tre e i suoi multipli: Randazzo Ennea

…è la città prescelta dai Cavalieri Templari per la realizzazione di un singolare progetto:
una “Île de France” italiana

…è la città in cui è possibile ammirare uno dei rari esempi di chiesa lunistiziale: la chiesa di San Martino

…è la città che ha un palazzo trecentesco che cela un messaggio ermetico: Casa Lanza

…è la città in cui s’innalza il più bel campanile di Sicilia, che nasconde un messaggio segreto: il campanile di San Martino

…è la città che ha come simbolo una statua che nasconde antiche conoscenze esoteriche: la statua di “Rannazzu Vecchiu”

…è la città in cui un piccolo gioiello, un vero e proprio unicum, custodito dalla chiesa di Santa Maria è un capolavoro di emblematica sacra e di simbologia alchemica: il vecchio coro ligneo della chiesa.

Sette motivi che rendono Randazzo una città particolare, da vedere almeno una volta nella vita.

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Un vecchio coro ligneo: uno dei tanti tesori di Randazzo

Può un vecchio coro ligneo essere considerato un tesoro? Certamente, se oltre a essere antico le decorazioni dei suoi pannelli si ispirano all’emblematica sacra e ai più riposti segreti dell’Arte Regia. Un’opera lignea inusuale, forse unica nel suo genere, in quanto non sembrano esistere altri esempi di tali emblemi riprodotti su arredi sacri.

Uno dei pezzi d’arte lignea più incredibili della città. Un’opera particolare che merita di essere maggiormente valorizzata e scoperta, dopo anni di oblio.

Questo video, pertanto, vuole essere un’occasione per richiamare l’attenzione dei Randazzesi e non solo, su questo piccolo gioiello custodito nella chiesa di Santa Maria.

Buona visione!!!

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I tesori di Randazzo

Randazzo è una città da scoprire e da amare.
Buona visione.

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Alberto Angela svela le “Meraviglie” di Randazzo

Sabato 25 gennaio l’ultima puntata della terza stagione del programma televisivo “ Meraviglie. La Penisola dei tesori”, in onda in prima serata su Rai Uno, popolare trasmissione che racconta e svela le meraviglie dello Stivale condotta da Alberto Angela con la regia di Gabriele Cipollitti e la fotografia di Enzo Calò, parlerà di Randazzo.

Le “meraviglie” di Randazzo sono tante, ma le riprese si sono concentrate sulla chiesa di Santa Maria e Via degli Archi.

Una importante e bella occasione per far scoprire agli Italiani e non solo, la nostra meravigliosa Città.

meraviglie

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13-29 dicembre 1746: la visita generale di monsignor Tommaso Moncada, arcivescovo di Messina, nel “Libro rosso” della chiesa di San Nicola

Il 13 dicembre del 1746 giunse a Randazzo l’arcivescovo di Messina, monsignor Tommaso Moncada (fig. 1)[1], accompagnato da don Carlo Speciale e Basilotta [2], per compiervi la Visita Pastorale (visitatio pastoralis), nel corso della quale celebrò il rito della consacrazione della chiesa di San Martino (21 dicembre) e di quella di San Nicola (27 dicembre).

DSC09726 Figura 1: Randazzo, Canonica della chiesa di San Martino, Ritratto di monsignor Tommaso Moncada, Anonimo, olio su tela, XVIII sec.

Il resoconto completo di questa Visita si trova nel “Libro rosso” della chiesa di San Nicola[3]:

1746: Alli 13: di (dice)mbre giorno di Martedì, e della Gloriosa S(anta) Lucia / ad ’ ore 20:[4] capitò S(ua) E(ccellenza) R(everendissi)ma Arci(vesco)vo di Messina Fra Tommaso / de Moncada Domenicano Messinese Figlio del S(ignor) Principe / di Calvaruso, p(er) visita del suo governo; la mattina de’ 14: / giorno di mercoladì, venne nella ri(ve)r(end)a Chiesa di S(an) Nicolò per / la solita visita, e tenne chrisma, seguitò il Giovedì in San / Martino, ed il Vennerdì, in S(anta) Maria, il doppo pranzo tenne / ordinazione in minoribus in S(an) Bartolomeo, e la mattina 17. Sabbato / in Sacris in d(etta) S(an) Bartolomeo sendovi stati più di n(umero) 100: ord(inati) in / Sacris esteri, seguitò le solite visite; il giorno 20: (dice)mbre X I(ndizione) 46:[5] ad / ore 23: giorno di Martedì, dalla Chiesa Par(occhia)le di S(an) Martino si por/taro processionalm(ente) con tutto il clero delle tre Parocchie, e Monsig(ore) Arci/vescovo, e tre Canonici, cioè Decano D(on) Carlo Speciale, e Basilotta di / Nicosia che portava seco S(ua) E(ccelenza) R(everendissi)ma, D(on) Gaetano Galbato, e D(on) Giovanni / Costanzo Canonici di Tortorici, le reliquie de’ Gloriosi S(anti) Martiri S(an) / Placido, S(an) Sebastiano e S(an) Giorgio, (quale reliquia l’ebbe dal Mon(astero) di S(an) Giorgio / la divisata Parocchia) nella Ven(erabi)le Chiesa del Mon(astero) di S(an) Bartolomeo / dove stiedero tutta la Notte coll’assistenza de’ Sac(erdoti) cantandosi l’Offizio della / dedicazione, come fù dispenzato (per) tutti tal Offizio nel giorno di S(an) Tommaso; / la mattina 21: ben per tempo si portò Monsig(nore) nella predetta Par(occhia)le per far / la benedizione prescritta dal Pontificale d(i) Urbano 8°, e Clemente 8° di / felice memoria, e terminati, andò di nuovo processionalm(ente) a ripigliare / le soprascritte riliquie, e stando serrata la Chiesa doppo fatti tre giri / all’intorno della mede(si)ma si fermò innanzi la porta mag(giore) serrata, seco / tutto socchè prescrive il Pontificale, si disserrò la porta, e s’entrò nella chiesa, / seguitò la funzione, con avver posto nell’altare mag(giore) le riferite reliquie / e murato lui stesso la lapidetta, doppo celebrò la Messa, che terminò ad ’ ore 21: / sabbato 24: ad ’ ore 21: venne nella n(ost)ra Chiesa Madre e si cantò il / Vespro col Pontificale, la mattina 25 S(anto) Natale tenne il Pontificale // nella chiesa del Mon(astero) di [S(anta)] Catarina e cantò la Messa; il gio assistendo (per) Diacono / il Rev(erendissimo) Sig(nor) Arciprete (per) suddiacono l’Abb(ate) D(on) Pietro Parisi nostro can(onico) cappellano / Il giorno 26: (dice)mbre giorno del Glorioso Protomartire S(anto) Stefano principiò / alle ore 21: la funzione della Consacrazione della n(ost)ra Chiesa Madre di / S(an) Nicolò, con cinque Canonici, cioè il Decano Speciale, e quattro Can(onici) / di Sampiero sopra Patti Tesoriero D(on) Giovanni Busacca, D(on) Giuseppe Saita, / D(on) Vincenzo Gallo, e D(on) Filippo Spada, li quali portaro 4: Alunni, e due / rosserilli per assistere; collo stess’ordine prescritto si portaro le reliquie / de’ Gloriosi Martiri S(an) Biaggio, S(an) Sebastiano, e S(anto) Vito proprii della Chiesa, / nella Chiesa del Mon(astero) di S(anta) Catarina dove s’osservò della stessa forma; / la mattina Martedì giorno del Glorioso S(an) Giovanni Evangelista mio specialissimo avucato ad ’ ore 17. in circa, si portaro collo stesi ordine (si / anco dispenzato à tutti l’Offizio, e recitosi quello della Dedicazione, e / fù assignata la giornata di detta dedicazione pell’Offizio sotto li 11: Febraio / d’ogn’anno, giornata da me domandata a S(ua) E(ccelenza) R(everendissi)ma, e devonsi ogn’anno / acce(n)dere (per) ogni Croce una candela, e vi sono giorni 40: d’Indulgenze) / si seguitò la funzione, e terminò, ad ore 20: li 12 Croci furon onti col / Sagr’Oleo Crisma; tutto il piano della lapide dell’Altare Maggiore intiero / lavato con Sacri Olei Crisma è de’ Catecumini, quale devesi conservare con / gran venerazione; non acchianarsi di sopra nell’apparecchio della scalina, / o’ altro da farsi; sotto la prima lapidetta di marmo scritta, vi è un altra / lapidetta di marmo sotto la quale vi è il cassittino, il di fuori d’osso di tar/tarueca, il di dentro foderato di drappo di seta à color di perla; vi sono dentro le reliquie descritte, ed un puoco di grani d’Incenzo, con una parchimina[6] scritta / come siegue = MDCCXLVI die 27: M(ensis) (dece)mbris Ego Frat(ris) Tom(as) de Moncada / Archiep(iscop)us Messan(as) Consecravi Altare hoc in honorem S(ancti) Nicolai / et reliquias S(anctorum) Martirum Sebastiani, Blasii, et Viti in eo inclusi / et singulis Christi fidelibus, hodie unum Annum, et in Die anni/versario consecretionis huiusmodi ipsum visitantibus quadraginta / Dies de vera indulgentia, in forma Ecclesi(a)e consueta, concessi = / Il cassettino è dentro d’un altro di lorda bianca sugellato sotto, e sopra con / fetucia cremise con cera di spagna sopra e sotto col sugello di S(ua) E(ccellenza) R(everendissi)ma, che / sugellò con proprii Mano, e travaglio inconsiderabile d(ello) Monsig(nore) in tal funzione / si fece una piccola reconoscienza di (onze) 40: ed (onze) 18: alla famiglia ed ’altre spesi / pelle croci e tutto il bisognevole alle sud(ette) Consacrazioni c(he) prescrive il Ponti/ficale / oox[7]

In tale occasione l’arcivescovo Moncada concesse l’uso dell’almuzia (o almuzio)[8] ai dodici cappellani delle tre rispettive chiese[9]. Tale concessione comporta di solito una spesa per i religiosi e una nota riporta il resoconto completo della spesa, per un totale di 114 onze:

oox Monsig(nor) arrivò sotto li 13. (dice)mbre 1746: partì alli 29. di d(etto ) mese, / nello stesso tempo concesse, a tutte tre le Chiese l’uso dell’Almuzio / alli 12: beneficiati d’ogni Chiesa, di due colori violace, foderato di rosso / e negro colla stessa fodera ambi di seta la spesa fù (per) tal concessione / onze cinquanta (per) S(santa) Maria, onze trentadue la n(ost)ra Chiesa, quali pagano li benif(iciari), / ed ’ onze trentadue S(an) Martino, e ciò fù à riguardo della spesa fatta pella / consecrazione, d’aver pagato meno di S(anta) Maria, la qual patente / d’Almuzio stà registrata in questo libro a fol(io) 211:[10] / Quando la n(ost)ra Chiesa è Madre l’Offizio della Dedicazione all’11: di Febbraio / si fa coll’ottava (per) tutte e tre le chiese, lo stesso milita (per) S(an) Martino [11].

NOTE

[1] Il domenicano Tommaso Moncada, di antica e nobile famiglia, fu arcivescovo di Messina dal 1743 al 1762 (anno della sua morte). Prima di essere nominato alla sede arcivescovile di Messina, aveva ricoperto la carica di Vicario Generale e quella di Vicario Capitolare. Il 20 settembre 1751 venne insediato Patriarca di Gerusalemme dei Latini.
[2] Parroco della chiesa di Santa Croce di Nicosia e canonico decano di quella di Santa Maria. Fu Vicario Capitolare della diocesi di Messina per i paesi interni, durante l’epidemia di peste che colpì la Diocesi nel 1743. Morì nel 1751. (BERITELLI G., Notizie storiche di Nicosia, Palermo, Stamperia di Giovanni Pedone, 1852, p. 212.
[3] Ringrazio con stima padre Gabriele Aiola per la disponibilità e la cortesia usatami nel concedermi la consultazione dell’Archivio parrocchiale della chiesa di San Nicola.
[4] Ora Italica.
[5] La discordanza tra anno e indizione (X in luogo della IX) è dovuta ad un errore.
[6] Pergamena.
[7] Archivio della chiesa di San Nicola, Libro rosso, ff. 236v, 237r. Documento inedito. Per la trascrizione del testo del documento in generale non siamo intervenuti sulle scelte testuali, riproducendo di norma l’effettiva situazione del testo, rispettando rigorosamente scempiamenti e raddoppiamenti. La j è trascritta i; le abbreviazioni sono sempre sciolte tra parentesi tonde ( ); l’integrazione di lacuna è stata posta tra parentesi quadre [ ]. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[8] Mantellina in pelliccia con cappuccio, che costituiva l’abito corale distintivo dei canonici di alcune cattedrali o collegiate.
[9] Grazie all’atto di concessione del beneficio conosciamo i nomi dei dodici cappellani della chiesa di San Nicola: reverendo don Giuseppe Bramonte, don Antonio Botta, don Giovanni Castiglione, don Pietro Rotelli, don Carmelo Romeo, don Paolino Tetto, don Franesco Orlando, don Pietro Parisi, don Prospero Xiandro, clerico don Francesco Romeo, don Sebastiano Germanà e don Vincenzo Varrica. Ivi, f. 210r.
[10] Antica numerazione.
[11] Ivi, f. 237v. Documento inedito.

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Accadde oggi 20 novembre

Il 20 novembre 1645 – 374 anni fa – sul fianco settentrionale dell’Etna, si aprì una nuova bocca eruttiva nei pressi del cono avventizio detto Monte Santa Maria (1632 m) (fig. 1),

DSC00195 Figura 1: L’Etna e il Monte Santa Maria (2007)

sopra la “sciara”[1] formatasi durante l’eruzione del 1614-24 (fig. 2), «una tra le più importanti eruzioni storiche dell’Etna per la sua durata, per il volume di lave emesse (circa un miliardo di metri cubi) e per la sua area ricoperta (circa 21 Km2[2].

IMG_20191119_122223 Figura 2: Particolare del Monte Santa Maria e della lava del 1614-24

La notizia dell’evento venne registrata ad futura memoria nel Libro rosso della chiesa di San Martino da don Pietro Antonio Paccione, cappellano della chiesa, con queste parole:

«Nell’anno 1645 XIIII ind(izion)e a 20 di q(ues)ta vigilia / della Presentazione della Madonna[3] scassao la mo(n)tagna / di Mo(n)gibello sopra lo mo(n)te che chiamano di S(an)ta / Maria sopra la xiara che calao l’anno 1614 / quali scasao la vigilia di Santa Maria di Giesu / alli primo di Giugnetto di d(etto) anno 1614 et q(ue)sto / ad futura(m) rei memoria(m) facta est pro me d(on) Petri / Ant(onio) Paciuni uno delli Capellani della Collegiata / chiesa di S(anto) Martino ad p(rae)s(en)te matrice di q(ue)sta / c(ittà) di Randazzo essendo Archip(resbiteri) d(on) Geronimo Roggeri / et vic(ario) do(n) Vito la Ma(n)na, cap(ellani) Geronimo Scala Giu(ra)ti / Fe(r)dina(n)do Sa(n)tafe, … procuratori, Petro Cottanigra et /Antonino Dimiani, giudice criminali lo Damico …»[4]

NOTE

[1] Termine usato in Sicilia nella zona etnea per indicare gli accumuli di scorie vulcaniche che si formano sulla superficie o ai lati delle colate laviche.
[2] Le eruzioni storiche, Eruzione 1614-24, sito internet “Etna il vulcano”, <https://etnailvulcano.jimdo.com/viaggio-nel-tempo-1/le-eruzioni-storiche/l-eruzione-del-1614-24/>, agg. 2019.
[3] La Presentazione della Beata Vergine Maria, che ricorda la presentazione di Maria al Tempio di Gerusalemme, viene celebrata dalla Chiesa cattolica il 21 novembre di ogni anno.
[4] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol.1, f. 136v. Documento inedito. Per la trascrizione del testo del documento in generale non siamo intervenuti sulle scelte testuali, riproducendo di norma l’effettiva situazione del testo, rispettando rigorosamente scempiamenti e raddoppiamenti. La j è trascritta i; le abbreviazioni sono sempre sciolte tra parentesi tonde ( ); si sono usati i tre puntini di sospensione … per la parte non decifrabile del documento. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 2: Particolare del Monte Santa Maria e della lava del 1614-24, tratto dalla carta Etna, Carrubba P., A piedi sull’Etna, Roma, Edizioni Iter, 1992.

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Accadde oggi 18 ottobre

Il 18 ottobre del 1535 – 484 anni fa – Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, reduce dalla vittoriosa impresa tunisina, fece il suo solenne ingresso in Randazzo, a cavallo del suo destriero bianco.

Anthony_Van_Dick_-_Ritratto_equestre_dell'imperatore_Carlo_V Figura 1: Firenze, Galleria degli Uffizi, Ritratto di Carlo V a cavallo, van Dyck, olio su tela, 1620 circa

Del suo passaggio in città rimane traccia in un documento del Libro rosso della chiesa di San Martino[1]:

«Die 18 octobris 1535: octave ind(ictioni)s
Sia noctu (et) manifesto ali posteri como nelo / supradicto tempo passao d(i) q(ui)sta chitati d(i) / Randatio la cesaria maiestà del imperaturi / n(ost)ro Carolo V° venendo cu(m) sum(m)a leticia (et) / triumpho havendo cu(m) la sua virtuti victori / d(i) Carthagini fedifraga (et) i(n) la ecclesia d(i) / Sancto Martino li fonti erano plini d(i) / aqua rossa (et) inanti li porti d(i)la predicta / ecclesia li foru facti certi arch(i) triu(m)phali / (et) tuti quisti cosi foru facti e(s)endo / aucturi et p(ro)curaturi lo venerabili / pres(bi)t(er)i Franchisco Purchello Valete»[2].

Il reverendo Plumari, parlando di tale evento, nel suo manoscritto Storia di Randazzo, riferisce che:

«Dai Manoscritti dè nostri Concittadini, si è venuto a capo di sapere, ch’Egli arrivò in questa nostra Patria nel Dì 18 ottobre di esso Anno 1535: Che la Porta della Città, pella quale entrò questo Augusto, nomata di S. Martino, fù apparata con più Archi trionfali; E che il Civico Magistrato, ch’era andato ad incontrarlo con tutta la Nobilità sino al Piano nomato Gurrita, arrivato, che fù al punto di dover entrare nella Città, gli presentò, dentro una Tazza di Argento, le Chiavi di tutte le Porte della Città. Accompagnato indi dalla così detta Nobile Cavalcata, e dal Popolo giulivo, entrò in // Città, cavalcando sù di un bianco destriero, ed andò ad albergare nell’ampio Real Palazzo, in cui erano soliti abitare gli altri Sovrani antecessori. Fin’oggi si osserva una Fenestra di esso Palazzo, che guarda la Tramontana, quale trovasi chiusa, e murata in venerazione di essersi dalla medesima affacciato il detto Imperatore. […] Dimorò in Randazzo questo Augusto Monarca per lo spazio di altri tre Giorni, avendo ascoltata la S. Messa ogni mattina in ciascuna delle tre Chiese Parrocchiali, celebrata dall’Arciprete di quella Staggione; Ed in questa occasione, avendo trovato indebolito dalla Vetustà l’antico Campanile della Parrocchia di S: Nicolò, quale sembrogli, che minacciava rovina, non approvando Ei, che si demolisse un monumento così pregevole dell’antichità, atteso che vantava l’Epoca di sua costruzione sin dall’Anno 448 […], stimò piuttosto di farlo fortificare con grosse Catene di ferro a spese dell’Eratio suo Imperiale; come fù eseguito».

palazzo relae QqG77 2

 

 

 

 

 

 

 

Figura 2: Randazzo, Palazzo Reale
Figura 3: Rilievo del prospetto del Palazzo Reale fatto realizzare dal reverendo Plumari

Ed aggiunge:

«Dicono pure i nostri Storici né loro Manoscritti, che allo scoprir, che fece esso Imperatore dal punto della // diruta Chiesa di Sto Elia, questa nostra Patria, disse à circostanti le seguenti parole: Come si appella questa Città con tre Torri? Indicando i Campanili delle tre Chiese Parrocchiali; a cui risposero così: Semprecchè la Parola Reale di V. Cesarea Maestà non deve andare indietro, è questa la Città di Randazzo, dalla Maestà Vostra, or ora onorata del Titolo di Città, al chè l’Imperatore soggiunse: Resta accordato»[3].

DSC01850Figura 4: La città di Randazzo vista da dove un tempo sorgeva la chiesa di Sant’Elia

Di questa breve ma memorabile visita rimangono anche alcune leggende, ancora vive nella memoria popolare locale.
Una leggenda racconta che l’imperatore Carlo V, compiaciuto per l’accoglienza e le ovazioni del popolo randazzese, mentre era affacciato ad una finestra del Palazzo Reale, pronunciò la leggendaria frase: “Todos caballeros” (Siate tutti cavalieri), che fu intrepretata dal popolo come elevazione dei randazzesi al rango di cavalieri. La stessa finestra, sembra sia stata protagonista muta di un altro evento leggendario. La tradizione narra, infatti, che l’Imperatore mentre era affacciato a quella finestra, scorse una giovane e bella fanciulla bionda, appartenente ad una famiglia nobile randazzese di origini normanne, della quale si infatuò perdutamente e, pare, che dalla loro unione nacque un figlio/a illeggittimo/a.
A ricordo del sbocciare di questo amore i poeti siciliani di allora, dedicarono la seguente quartina in lingua:

“E Carlu Quintu ti ‘ncurunau reggina / quannu passau intra la to’ Rannazzu / ti vossi ‘ntra lu sonnu ppi vicina / ccu illu ti purtau intra lu parazzu”[4] (Carlo Quinto ti incoronò regina / quando passò nella tua Randazzo / ti volle per vicina nel suo sonno / con lui ti portò dentro al palazzo).

NOTE

[1] Per la trascrizione del testo del documento in generale non siamo intervenuti sulle scelte testuali, riproducendo di norma l’effettiva situazione del testo, rispettando rigorosamente scempiamenti e raddoppiamenti. La j è trascritta i; le abbreviazioni sono sempre sciolte tra parentesi tonde ( ). Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[2] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol.1, f. 149v.
[3] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, Vol. II, Libro VII, Cap. V, pp. 357-359.
[4] Agati S., Carlo V e la Sicilia: tra guerre, rivolte, fede e ragion di Stato, Maimone, 2009, p. 132.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO CHIESA DI SAN MARTINO
Libro Rosso, vol.1.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AGATI S., Carlo V e la Sicilia: tra guerre, rivolte, fede e ragion di Stato, Maimone, 2009.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 1: Firenze, Galleria degli Uffizi, Ritratto di Carlo V a cavallo, Antoon van Dyck, olio su tela, 1620 circa, <https://it.wikipedia.org/wiki/File:Anthony_Van_Dick_-_Ritratto_equestre_dell%27imperatore_Carlo_V_-_Google_Art_Project.jpg>, agg. 2019.

Figura 2: Prospetto del Palazzo Reale in un rilievo fatto realizzare dal reverendo Plumari, tratto da Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, Vol. II, Prospetto del Palazzo Reale, nel quale abitarono i Re Aragonesi nella Città di Randazzo. Per gentile concessione della Biblioteca comunale di Palermo, autorizzazione n. prot. 161121/ AREG del 29-02-2016.

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Il “Cenacolo Randazzese”

Il 2019 è l’anno di Leonardo da Vinci (fig. 1): a cinquecento anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 2 maggio 1519, il mondo intero ricorda il grande genio rinascimentale con tanti eventi ed iniziative.

Fig. 1 Figura 1: Torino, Biblioteca Reale, Autoritratto di Leonardo da Vinci, 1510-1515

In occasione di questa importante ricorrenza, colgo l’opportunità per segnalare l’esistenza di un affresco inedito: il «Cenacolo Randazzese» (fig. 2).

Fig. 2 Figura 2: Il “Cenacolo Randazzese”

L’Ultima Cena – il cosiddetto Cenacolo[1] – di Leonardo da Vinci (fig. 3), conservata nel refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, rappresenta in assoluto una delle opere d’arte più importanti di tutti i tempi.

Fig. 3 Figura 3: Milano, Santa Maria delle Grazie, Ultima Cena, Leonardo da Vinci, 1494-1498

Il grande artista immortala un particolare momento descritto nel Vangelo di Giovanni (13, 21): quando Gesù annuncia il tradimento di uno degli apostoli: “In verità vi dico uno di voi mi tradirà”. Leonardo si concentrò soprattutto sulle varie reazioni avute dagli apostoli alla notizia, in modo da dare un significato più personale all’intera opera. Gli apostoli, infatti, sono ritratti nell’atto di mostrare un’ampia varietà di emozioni, dalla sorpresa, fino alla rabbia.
Per realizzare l’opera, Leonardo utilizzò una tecnica sperimentale di pittura a tempera grassa e altri leganti oleosi su intonaco. Questa singolare tecnica, tuttavia si rivelò molto fragile e particolarmente soggetta a deterioramenti dovuti all’umidità, tant’è che già pochi anni dopo esser stato dipinto, il Cenacolo iniziò a rovinarsi. Lo stesso Giorgio Vasari, parlando della copia fatta da fra Girolamo, scrive che nel 1566 durante la sua visita a Milano, vide il Cenacolo «tanto male condotto che non si scorge più se non una macchia abbagliata»[2].
Così nel tentativo di mantenere viva la memoria del capolavoro leonardesco si iniziarono a realizzare numerose copie dell’originale, sia a grandezza naturale (affreschi, tele e tavole), sia su supporti minori (disegni e incisioni). Tra le opere a grandezza naturale la più famosa e la più vicina all’originale è la copia di Giovan Pietro Rizzoli detto il Giampietrino (1495-1549), un allievo di Leonardo, l’opera proveniente dalla Certosa di Pavia (1520 ca.), poi acquistata nel 1821 dalla Royal Academy di Londra, si trova oggi esposta al Magdalen College di Oxford, sebbene sia spezzata nella parte superiore (fig. 4).

Fig. 4 Figura 4: Oxford, Magdalen College, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Giampietrino, olio su tela, 1520 circa

Altra copia, leggermente più piccola di dimensione, è quella attribuita a Marco d’Oggiono (1475 ca.-1524 ca.), anch’egli allievo di Leonardo, dipinta ad olio su tela (549×260 cm, 1520 ca.), che si trova esposta al Musèe de la Reinassance nel Castello di Ècouen, poco a nord di Parigi, di proprietà del Louvre (fig. 5). Anche il Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo ne conserva una copia, attribuita genericamente a un “artista lombardo” del XVI secolo, probabilmente l’unica in cui appare distintamente il soffitto come doveva essere in origine (fig. 6).

Fig. 5 Figura 5: Francia, Ècouen, Musèe de la Reinassance, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Marco d’Oggiono, olio su tela, 1520 circa

Fig. 6 Figura 6: San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo lombardo, olio su tela, XVI secolo

Altre copie meno famose sono quella di un anonimo fiammingo esposta nel Da Vinci Museum dell’abbazia di Tongerlo in Belgio (fig. 7) e la copia di un anonimo allievo di Leonardo (1550 ca.), custodita nella chiesa parrocchiale di Ponte Capriasca in Ticino, vicino Lugano (fig. 8).

Fig. 7 Figura 7: Belgio, Abbazia di Tongerlo, Da Vinci Museum, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo fiammingo, olio su tela, 1500 circa

Fig. 8 Figura 8: Ponte Capriasca, Chiesa di Sant’Ambrogio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, olio su tela, inizio XVI secolo

Altre copie da ricordare sono quelle conservate nella chiesa di San Giorgio ad Alzate Brianza (1531), attribuita al pittore comasco Sigismondo de Magistris (1490 ca.- 1548) (fig. 9), quella della chiesa di San Lorenzo Maggiore a Milano attribuita ad Antonio della Corna (fig. 10), ed ancora la copia realizzata dal pittore Andrea Bianchi detto il Vespino e il Copista su commissione del cardinale Federico Borromeo, oggi conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano (fig. 11). Ulteriore copia è quella rinvenuta, agli inizi del 2019, nel Convento dei Cappuccini a Saracena in Calabria (fig. 12), dall’Associazione Culturale Mistery Hunters[3].

Fig. 9 Figura 9: Alzate Brianza, Chiesa di San Giorgio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Sigismondo de Magistris, affresco, 1531

Fig. 10 Figura 10: Milano, Chiesa di San Lorenzo Maggiore, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo attribuita ad Antonio della Corna, affresco, fine secolo XV

Fig. 11 Figura 11: Milano, Pinacoteca Ambrosiana, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, 1611-1616

Fig. 12 Figura 12: Saracena, Convento dei Cappuccini, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, affresco

Tuttavia anche la città di Randazzo possiede una copia di questa meravigliosa opera, celata e abbandonata nell’ex convento dei Frati Minori Osservanti di Santa Maria di Gesù, ridotto ormai a rudere (fig. 13).

Fig. 13 Figura 13: Randazzo, Ruderi dell’ex convento dei Frati Minori Osservanti di Santa Maria di Gesù, secolo XV

L’affresco (fig. 2), di cui è ignoto sia l’autore che la data di realizzazione, purtroppo molto danneggiato e in pessime condizioni di conservazione, si trova sulla parete di fondo di quello che un tempo fu il refettorio del complesso conventuale (fig. 14), luogo in cui i frati consumavano il pasto in comunione spirituale con la preghiera, ascoltando passi evangelici.

Fig. 14 Figura 14: Refettorio dell’ex convento

Lungo una fascia perimetrale posta al di sotto dell’attacco della volta corre un’iscrizione latina a vernice nera, disposta su un’unica linea (fig. 15). Essa, di epoca più recente rispetto all’affresco (1852), recita:

vobis, ne solliciti sitis [a]ni[m]ae vestrae [quid] manducetis [ne]que // – – – – – – [ill]is? Quis autem vestrum co[gitans] – – – – – – ad [s]taturam suam cubitum unum? Et // de vestimento quid solliciti estis 1852 Nolite ergo soliciti esse, dice//[ntes] – – – – – -operiemur? H[aec] – – – – – – [in]d[igentis][4]

Fig. 15 Figura 15: Parte dell’iscrizione latina che corre lungo una fascia perimetrale posta al di sotto dell’attacco della volta

Il testo è ripreso da un passo del Vangelo di Matteo[5] estratto dal Codex Corbeiensis:

«Ideo dico vobis, ne soliciti sitis animae vestrae quid manducetis, neque corpori vestro quid induamini. Nonne anima plus est quam esca: et corpus quam vestimentum? Respicite volatilia coeli, quoniam non serunt, neque metunt, neque congregant in horrea: et pater vester coelestis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cogitans potest adjicere ad staturam suam cubitum unum? Et de vestimento quid soliciti estis? Considerate lilia agri quomodo crescunt: non laborant, nec nent. Dico autem vobis, quoniam nec Salomon in omni gloria sua coopertus est sicut nuum ex istis. Si autem foenum agri, quod hodie est, et cras in clibanum mittitur, Deus sic vestit: quanto magis vos minimae fidei? Nolite ergo soliciti esse, dicentes: Quid manducabimus, aut quid bibemus, aut quo operiemur? Haec enim omnia gentes inquirunt. Scite nim pater vester, quia his omnibus indigentis»[6].

NOTE

[1] La parola “cenacolo” si eredita dal latino Cenaculum (luogo dove si cenava).
[2] Vasari G., Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, Trieste, 1862, p. 943.
[3] Morosi S., Calabria, copia dell’Ultima Cena ritrovata in un convento abbandonato, in Corriere della Sera, 8 gennaio 2019, < https://www.corriere.it/cronache /19_ gennaio_08/calabria-copia-dell-ultima-cena-ritrovata-un-convento-abbandonato-e3abd c16-131b-11e9-bf49-18644da0d07c.shtml?refresh_ce-cp>, agg. 2019.
[4] La trascrizione del testo dell’iscrizione è dato in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni. La punteggiatura è stata rispettata; i dittonghi a lettere inserte æ sono stati trascritti con lettere separate. Le lacune vengono indicate tra parentesi quadre   [ ], così come le integrazioni del testo nelle sezioni lacunose; per le lacune la cui entità non è precisabile, invece, si sono usati sei trattini – – – – – -. Si è inserita una doppia barra obliqua // per segnalare la fine della sezione.
[5] « Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della C.E.I., Roma, CEI-UELCI, 2001, Vangelo secondo Matteo, 6, 25-33.
[6] Eusebii Vercellensis, Evangelium cum variis versionis italicae exemplaribus collatum, in «Patrologiae cursus completus. Series Prima» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1845, Tomus XII, col. 175.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Tossani D., L’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci: Audioquadro, San Lazzaro di Savena (Bo), Area51 Publishing, 2015.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 1: Torino, Biblioteca Reale, Autoritratto di Leonardo da Vinci, 1510-1515,
<https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_da_Vinci#/media/File:Leonardo_self.jpg>, agg. 2019.

Figura 3: Milano, Santa Maria delle Grazie, Ultima Cena, Leonardo da Vinci, 1494-1498,
<https://it.wikipedia.org/wiki/Ultima_Cena_(Leonardo)#/media/File:Leonardo_da_Vinci_-_The_Last_Supper_high_res.jpg>, agg. 2019.

Figura 4: Oxford, Magdalen College, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Giampietrino, olio su tela, 1520 circa, <https://www.inexhibit.com/wp-content/uploads/2017/11/ Giampietrino-Last-Supper-1520-Royal-Academy-of-Arts.jpg>, agg. 2019.

Figura 5: Francia, Ècouen, Musèe de la Reinassance, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Marco d’Oggiono, olio su tela, 1520 circa, <https://www.diocesisora.it/istituto/abitare-il-cenacolo/>, agg. 2019.

Figura 6: San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage , Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo lombardo, olio su tela, XVI secolo, <https://it.wikipedia.org/wiki/Opere_ tratte_dal_Cenacolo_di_Leonardo#/media/File:Leonardo_last_supper_hermitage.jpg>, agg. 2019.

Figura 7: Belgio, Abbazia di Tongerlo, Da Vinci Museum, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo fiammingo, olio su tela, 1500 circa, <https://it.wikipedia.org/wiki/ Opere_tratte_dal_Cenacolo_di_Leonardo#/media/File:Leonardo_da_Vinci_-_Last_Supper_(copy)_-_WGA12732.jpg>, agg. 2019.

Figura 8: Ponte Capriasca, Chiesa di Sant’Ambrogio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, olio su tela, inizio XVI secolo, <https://it.wikipedia.org/wiki/Opere_tratte_ dal_Cenacolo_di_Leonardo#/media/File:Cesare_da_Sesto_-_Ultima_Cena_ (copia).jpg>, agg. 2019.

Figura 9: Alzate, Chiesa di San Giorgio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Sigismondo de Magistris, affresco, 1531, <https://www.chiesadimilano.it/senza-categoria/lultima-cena-di-alzate-brianzaispirata-al-cenacolo-di-leonardoma-con-originalita-32479.html>, agg. 2019.

Figura 10: Milano, Chiesa di San Lorenzo Maggiore, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo attribuita ad Antonio della Corna, affresco, fine secolo XV, <http://www.ultimacena. afom.it/milano-basilica-di-san-lorenzo-maggiore-ultima-cena/>, agg. 2019.

Figura 11: Milano, Pinacoteca Ambrosiana, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, 1611-1616, <https://www.ambrosiana.it/opere/ultima-cena/>, agg. 2019.

Figura 12: Saracena, Convento dei Cappuccini, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, affresco, <https://www.corriere.it/cronache/19_gennaio_08/calabria-copia-dell-ultima-cena-ritrovata-un-convento-abbandonato-e3abdc16-131b-11e9-bf49-18644da0d07c.shtml?refresh_ce-cp>, agg. 2019.

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Accadde oggi 3 ottobre

Il 3 ottobre del 1587 – 432 anni fa – una violenta tempesta colpì la città di Randazzo causando ingenti danni alle case, ai giardini, ai mulini, e distruggendo la chiesa di San Giovanni Battista, antica domus templare, che sorgeva nell’omonimo quartiere. La notizia venne registrata a futura memoria dal presbitero Giovanni Matteo Bordonaro, testimone dell’evento, con queste parole:

«Die 3° (octo)bris prime ind(ictioni)s 1587
Si notifica p(er) futura memoria co(m)mo ala sup(r)a dicta giornata / li fui una gra(n) tempesta seu dilluvio co(s)sa (che) in questa ti(r)ra eta no(n) si sa / et p(er) tal dilluvio seu tempesta li sucesti u(n) tanto da(n)no certo cosa / no(n) si pocsa dire ne scrivere et infra li altri et altri da(n)ni le … / li molini di questa cita et a(n)co tuti li co(n)ciari ultra li tanti et / tanti giardini li quali serria fastidio nominarli et di più la / … bona di Sancto Joa(n)ni abb(a)t(tut)a et p(er) me presbiteru(s) Joa(n)ne(s) Matheu(s) de Bordunaro / registrata fuit»[1]

vol. I, QqG76 Figura 1: Il quartiere di San Giovanni in una pianta litografia della città di Randazzo

DSC01784 Figura 2: Randazzo, L’antico quartiere templare di San Giovanni

NOTE

[1] Documento inedito. Per la trascrizione del testo del documento in generale non siamo intervenuti sulle scelte testuali, riproducendo di norma l’effettiva situazione del testo, rispettando rigorosamente scempiamenti e raddoppiamenti. La j è trascritta i; le abbreviazioni sono sempre sciolte tra parentesi tonde ( ); si sono usati i tre puntini di sospensione … per la parte non decifrabile del documento. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.

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