Accade oggi 18 ottobre

Il 18 ottobre del 1535 – 484 anni fa – Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, reduce dalla vittoriosa impresa tunisina, fece il suo solenne ingresso in Randazzo, a cavallo del suo destriero bianco.

Anthony_Van_Dick_-_Ritratto_equestre_dell'imperatore_Carlo_V Figura 1: Firenze, Galleria degli Uffizi, Ritratto di Carlo V a cavallo, van Dyck, olio su tela, 1620 circa

Del suo passaggio in città rimane traccia in un documento del Libro rosso della chiesa di San Martino[1]:

«Die 18 octobris 1535: octave ind(ictioni)s
Sia noctu (et) manifesto ali posteri como nelo / supradicto tempo passao d(i) q(ui)sta chitati d(i) / Randatio la cesaria maiestà del imperaturi / n(ost)ro Carolo V° venendo cu(m) sum(m)a leticia (et) / triumpho havendo cu(m) la sua virtuti victori / d(i) Carthagini fedifraga (et) i(n) la ecclesia d(i) / Sancto Martino li fonti erano plini d(i) / aqua rossa (et) inanti li porti d(i)la predicta / ecclesia li foru facti certi arch(i) triu(m)phali / (et) tuti quisti cosi foru facti e(s)endo / aucturi et p(ro)curaturi lo venerabili / pres(bi)t(er)i Franchisco Purchello Valete»[2].

Il reverendo Plumari, parlando di tale evento, nel suo manoscritto Storia di Randazzo, riferisce che:

«Dai Manoscritti dè nostri Concittadini, si è venuto a capo di sapere, ch’Egli arrivò in questa nostra Patria nel Dì 18 ottobre di esso Anno 1535: Che la Porta della Città, pella quale entrò questo Augusto, nomata di S. Martino, fù apparata con più Archi trionfali; E che il Civico Magistrato, ch’era andato ad incontrarlo con tutta la Nobilità sino al Piano nomato Gurrita, arrivato, che fù al punto di dover entrare nella Città, gli presentò, dentro una Tazza di Argento, le Chiavi di tutte le Porte della Città. Accompagnato indi dalla così detta Nobile Cavalcata, e dal Popolo giulivo, entrò in // Città, cavalcando sù di un bianco destriero, ed andò ad albergare nell’ampio Real Palazzo, in cui erano soliti abitare gli altri Sovrani antecessori. Fin’oggi si osserva una Fenestra di esso Palazzo, che guarda la Tramontana, quale trovasi chiusa, e murata in venerazione di essersi dalla medesima affacciato il detto Imperatore. […] Dimorò in Randazzo questo Augusto Monarca per lo spazio di altri tre Giorni, avendo ascoltata la S. Messa ogni mattina in ciascuna delle tre Chiese Parrocchiali, celebrata dall’Arciprete di quella Staggione; Ed in questa occasione, avendo trovato indebolito dalla Vetustà l’antico Campanile della Parrocchia di S: Nicolò, quale sembrogli, che minacciava rovina, non approvando Ei, che si demolisse un monumento così pregevole dell’antichità, atteso che vantava l’Epoca di sua costruzione sin dall’Anno 448 […], stimò piuttosto di farlo fortificare con grosse Catene di ferro a spese dell’Eratio suo Imperiale; come fù eseguito».

palazzo relae QqG77 2

 

 

 

 

 

 

 

Figura 2: Randazzo, Palazzo Reale
Figura 3: Rilievo del prospetto del Palazzo Reale fatto realizzare dal reverendo Plumari

Ed aggiunge:

«Dicono pure i nostri Storici né loro Manoscritti, che allo scoprir, che fece esso Imperatore dal punto della // diruta Chiesa di Sto Elia, questa nostra Patria, disse à circostanti le seguenti parole: Come si appella questa Città con tre Torri? Indicando i Campanili delle tre Chiese Parrocchiali; a cui risposero così: Semprecchè la Parola Reale di V. Cesarea Maestà non deve andare indietro, è questa la Città di Randazzo, dalla Maestà Vostra, or ora onorata del Titolo di Città, al chè l’Imperatore soggiunse: Resta accordato»[3].

DSC01850Figura 4: La città di Randazzo vista da dove un tempo sorgeva la chiesa di

Di questa breve ma memorabile visita rimangono anche alcune leggende, ancora vive nella memoria popolare locale.
Una leggenda racconta che l’imperatore Carlo V, compiaciuto per l’accoglienza e le ovazioni del popolo randazzese, mentre era affacciato ad una finestra del Palazzo Reale, pronunciò la leggendaria frase: “Todos caballeros” (Siate tutti cavalieri), che fu intrepretata dal popolo come elevazione dei randazzesi al rango di cavalieri. La stessa finestra, sembra sia stata protagonista muta di un altro evento leggendario. La tradizione narra, infatti, che l’Imperatore mentre era affacciato a quella finestra, scorse una giovane e bella fanciulla bionda, appartenente ad una famiglia nobile randazzese di origini normanne, della quale si infatuò perdutamente e, pare, che dalla loro unione nacque un figlio/a illeggittimo/a.
A ricordo del sbocciare di questo amore i poeti siciliani di allora, dedicarono la seguente quartina in lingua:

“E Carlu Quintu ti ‘ncurunau reggina / quannu passau intra la to’ Rannazzu / ti vossi ‘ntra lu sonnu ppi vicina / ccu illu ti purtau intra lu parazzu”[4] (Carlo Quinto ti incoronò regina / quando passò nella tua Randazzo / ti volle per vicina nel suo sonno / con lui ti portò dentro al palazzo).

NOTE

[1] Per la trascrizione del testo del documento in generale non siamo intervenuti sulle scelte testuali, riproducendo di norma l’effettiva situazione del testo, rispettando rigorosamente scempiamenti e raddoppiamenti. La j è trascritta i; le abbreviazioni sono sempre sciolte tra parentesi tonde ( ). Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[2] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol.1, f. 149v.
[3] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, Vol. II, Libro VII, Cap. V, pp. 357-359.
[4] Agati S., Carlo V e la Sicilia: tra guerre, rivolte, fede e ragion di Stato, Maimone, 2009, p. 132.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO CHIESA DI SAN MARTINO
Libro Rosso, vol.1.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AGATI S., Carlo V e la Sicilia: tra guerre, rivolte, fede e ragion di Stato, Maimone, 2009.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 1: Firenze, Galleria degli Uffizi, Ritratto di Carlo V a cavallo, Antoon van Dyck, olio su tela, 1620 circa, <https://it.wikipedia.org/wiki/File:Anthony_Van_Dick_-_Ritratto_equestre_dell%27imperatore_Carlo_V_-_Google_Art_Project.jpg>, agg. 2019.

Figura 2: Prospetto del Palazzo Reale in un rilievo fatto realizzare dal reverendo Plumari, tratto da Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, Vol. II, Prospetto del Palazzo Reale, nel quale abitarono i Re Aragonesi nella Città di Randazzo. Per gentile concessione della Biblioteca comunale di Palermo, autorizzazione n. prot. 161121/ AREG del 29-02-2016.

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Il “Cenacolo Randazzese”

Il 2019 è l’anno di Leonardo da Vinci (fig. 1): a cinquecento anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 2 maggio 1519, il mondo intero ricorda il grande genio rinascimentale con tanti eventi ed iniziative.

Fig. 1 Figura 1: Torino, Biblioteca Reale, Autoritratto di Leonardo da Vinci, 1510-1515

In occasione di questa importante ricorrenza, colgo l’opportunità per segnalare l’esistenza di un affresco inedito: il «Cenacolo Randazzese» (fig. 2).

Fig. 2 Figura 2: Il “Cenacolo Randazzese”

L’Ultima Cena – il cosiddetto Cenacolo[1] – di Leonardo da Vinci (fig. 3), conservata nel refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, rappresenta in assoluto una delle opere d’arte più importanti di tutti i tempi.

Fig. 3 Figura 3: Milano, Santa Maria delle Grazie, Ultima Cena, Leonardo da Vinci, 1494-1498

Il grande artista immortala un particolare momento descritto nel Vangelo di Giovanni (13, 21): quando Gesù annuncia il tradimento di uno degli apostoli: “In verità vi dico uno di voi mi tradirà”. Leonardo si concentrò soprattutto sulle varie reazioni avute dagli apostoli alla notizia, in modo da dare un significato più personale all’intera opera. Gli apostoli, infatti, sono ritratti nell’atto di mostrare un’ampia varietà di emozioni, dalla sorpresa, fino alla rabbia.
Per realizzare l’opera, Leonardo utilizzò una tecnica sperimentale di pittura a tempera grassa e altri leganti oleosi su intonaco. Questa singolare tecnica, tuttavia si rivelò molto fragile e particolarmente soggetta a deterioramenti dovuti all’umidità, tant’è che già pochi anni dopo esser stato dipinto, il Cenacolo iniziò a rovinarsi. Lo stesso Giorgio Vasari, parlando della copia fatta da fra Girolamo, scrive che nel 1566 durante la sua visita a Milano, vide il Cenacolo «tanto male condotto che non si scorge più se non una macchia abbagliata»[2].
Così nel tentativo di mantenere viva la memoria del capolavoro leonardesco si iniziarono a realizzare numerose copie dell’originale, sia a grandezza naturale (affreschi, tele e tavole), sia su supporti minori (disegni e incisioni). Tra le opere a grandezza naturale la più famosa e la più vicina all’originale è la copia di Giovan Pietro Rizzoli detto il Giampietrino (1495-1549), un allievo di Leonardo, l’opera proveniente dalla Certosa di Pavia (1520 ca.), poi acquistata nel 1821 dalla Royal Academy di Londra, si trova oggi esposta al Magdalen College di Oxford, sebbene sia spezzata nella parte superiore (fig. 4).

Fig. 4 Figura 4: Oxford, Magdalen College, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Giampietrino, olio su tela, 1520 circa

Altra copia, leggermente più piccola di dimensione, è quella attribuita a Marco d’Oggiono (1475 ca.-1524 ca.), anch’egli allievo di Leonardo, dipinta ad olio su tela (549×260 cm, 1520 ca.), che si trova esposta al Musèe de la Reinassance nel Castello di Ècouen, poco a nord di Parigi, di proprietà del Louvre (fig. 5). Anche il Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo ne conserva una copia, attribuita genericamente a un “artista lombardo” del XVI secolo, probabilmente l’unica in cui appare distintamente il soffitto come doveva essere in origine (fig. 6).

Fig. 5 Figura 5: Francia, Ècouen, Musèe de la Reinassance, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Marco d’Oggiono, olio su tela, 1520 circa

Fig. 6 Figura 6: San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo lombardo, olio su tela, XVI secolo

Altre copie meno famose sono quella di un anonimo fiammingo esposta nel Da Vinci Museum dell’abbazia di Tongerlo in Belgio (fig. 7) e la copia di un anonimo allievo di Leonardo (1550 ca.), custodita nella chiesa parrocchiale di Ponte Capriasca in Ticino, vicino Lugano (fig. 8).

Fig. 7 Figura 7: Belgio, Abbazia di Tongerlo, Da Vinci Museum, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo fiammingo, olio su tela, 1500 circa

Fig. 8 Figura 8: Ponte Capriasca, Chiesa di Sant’Ambrogio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, olio su tela, inizio XVI secolo

Altre copie da ricordare sono quelle conservate nella chiesa di San Giorgio ad Alzate Brianza (1531), attribuita al pittore comasco Sigismondo de Magistris (1490 ca.- 1548) (fig. 9), quella della chiesa di San Lorenzo Maggiore a Milano attribuita ad Antonio della Corna (fig. 10), ed ancora la copia realizzata dal pittore Andrea Bianchi detto il Vespino e il Copista su commissione del cardinale Federico Borromeo, oggi conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano (fig. 11). Ulteriore copia è quella rinvenuta, agli inizi del 2019, nel Convento dei Cappuccini a Saracena in Calabria (fig. 12), dall’Associazione Culturale Mistery Hunters[3].

Fig. 9 Figura 9: Alzate Brianza, Chiesa di San Giorgio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Sigismondo de Magistris, affresco, 1531

Fig. 10 Figura 10: Milano, Chiesa di San Lorenzo Maggiore, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo attribuita ad Antonio della Corna, affresco, fine secolo XV

Fig. 11 Figura 11: Milano, Pinacoteca Ambrosiana, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, 1611-1616

Fig. 12 Figura 12: Saracena, Convento dei Cappuccini, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, affresco

Tuttavia anche la città di Randazzo possiede una copia di questa meravigliosa opera, celata e abbandonata nell’ex convento dei Frati Minori Osservanti di Santa Maria di Gesù, ridotto ormai a rudere (fig. 13).

Fig. 13 Figura 13: Randazzo, Ruderi dell’ex convento dei Frati Minori Osservanti di Santa Maria di Gesù, secolo XV

L’affresco (fig. 2), di cui è ignoto sia l’autore che la data di realizzazione, purtroppo molto danneggiato e in pessime condizioni di conservazione, si trova sulla parete di fondo di quello che un tempo fu il refettorio del complesso conventuale (fig. 14), luogo in cui i frati consumavano il pasto in comunione spirituale con la preghiera, ascoltando passi evangelici.

Fig. 14 Figura 14: Refettorio dell’ex convento

Lungo una fascia perimetrale posta al di sotto dell’attacco della volta corre un’iscrizione latina a vernice nera, disposta su un’unica linea (fig. 15). Essa, di epoca più recente rispetto all’affresco (1852), recita:

vobis, ne solliciti sitis [a]ni[m]ae vestrae [quid] manducetis [ne]que // – – – – – – [ill]is? Quis autem vestrum co[gitans] – – – – – – ad [s]taturam suam cubitum unum? Et // de vestimento quid solliciti estis 1852 Nolite ergo soliciti esse, dice//[ntes] – – – – – -operiemur? H[aec] – – – – – – [in]d[igentis][4]

Fig. 15 Figura 15: Parte dell’iscrizione latina che corre lungo una fascia perimetrale posta al di sotto dell’attacco della volta

Il testo è ripreso da un passo del Vangelo di Matteo[5] estratto dal Codex Corbeiensis:

«Ideo dico vobis, ne soliciti sitis animae vestrae quid manducetis, neque corpori vestro quid induamini. Nonne anima plus est quam esca: et corpus quam vestimentum? Respicite volatilia coeli, quoniam non serunt, neque metunt, neque congregant in horrea: et pater vester coelestis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cogitans potest adjicere ad staturam suam cubitum unum? Et de vestimento quid soliciti estis? Considerate lilia agri quomodo crescunt: non laborant, nec nent. Dico autem vobis, quoniam nec Salomon in omni gloria sua coopertus est sicut nuum ex istis. Si autem foenum agri, quod hodie est, et cras in clibanum mittitur, Deus sic vestit: quanto magis vos minimae fidei? Nolite ergo soliciti esse, dicentes: Quid manducabimus, aut quid bibemus, aut quo operiemur? Haec enim omnia gentes inquirunt. Scite nim pater vester, quia his omnibus indigentis»[6].

NOTE

[1] La parola “cenacolo” si eredita dal latino Cenaculum (luogo dove si cenava).
[2] Vasari G., Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, Trieste, 1862, p. 943.
[3] Morosi S., Calabria, copia dell’Ultima Cena ritrovata in un convento abbandonato, in Corriere della Sera, 8 gennaio 2019, < https://www.corriere.it/cronache /19_ gennaio_08/calabria-copia-dell-ultima-cena-ritrovata-un-convento-abbandonato-e3abd c16-131b-11e9-bf49-18644da0d07c.shtml?refresh_ce-cp>, agg. 2019.
[4] La trascrizione del testo dell’iscrizione è dato in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni. La punteggiatura è stata rispettata; i dittonghi a lettere inserte æ sono stati trascritti con lettere separate. Le lacune vengono indicate tra parentesi quadre   [ ], così come le integrazioni del testo nelle sezioni lacunose; per le lacune la cui entità non è precisabile, invece, si sono usati sei trattini – – – – – -. Si è inserita una doppia barra obliqua // per segnalare la fine della sezione.
[5] « Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della C.E.I., Roma, CEI-UELCI, 2001, Vangelo secondo Matteo, 6, 25-33.
[6] Eusebii Vercellensis, Evangelium cum variis versionis italicae exemplaribus collatum, in «Patrologiae cursus completus. Series Prima» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1845, Tomus XII, col. 175.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Tossani D., L’Ultima Cena di Leonardo Da Vinci: Audioquadro, San Lazzaro di Savena (Bo), Area51 Publishing, 2015.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 1: Torino, Biblioteca Reale, Autoritratto di Leonardo da Vinci, 1510-1515,
<https://it.wikipedia.org/wiki/Leonardo_da_Vinci#/media/File:Leonardo_self.jpg>, agg. 2019.

Figura 3: Milano, Santa Maria delle Grazie, Ultima Cena, Leonardo da Vinci, 1494-1498,
<https://it.wikipedia.org/wiki/Ultima_Cena_(Leonardo)#/media/File:Leonardo_da_Vinci_-_The_Last_Supper_high_res.jpg>, agg. 2019.

Figura 4: Oxford, Magdalen College, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Giampietrino, olio su tela, 1520 circa, <https://www.inexhibit.com/wp-content/uploads/2017/11/ Giampietrino-Last-Supper-1520-Royal-Academy-of-Arts.jpg>, agg. 2019.

Figura 5: Francia, Ècouen, Musèe de la Reinassance, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Marco d’Oggiono, olio su tela, 1520 circa, <https://www.diocesisora.it/istituto/abitare-il-cenacolo/>, agg. 2019.

Figura 6: San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage , Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo lombardo, olio su tela, XVI secolo, <https://it.wikipedia.org/wiki/Opere_ tratte_dal_Cenacolo_di_Leonardo#/media/File:Leonardo_last_supper_hermitage.jpg>, agg. 2019.

Figura 7: Belgio, Abbazia di Tongerlo, Da Vinci Museum, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo fiammingo, olio su tela, 1500 circa, <https://it.wikipedia.org/wiki/ Opere_tratte_dal_Cenacolo_di_Leonardo#/media/File:Leonardo_da_Vinci_-_Last_Supper_(copy)_-_WGA12732.jpg>, agg. 2019.

Figura 8: Ponte Capriasca, Chiesa di Sant’Ambrogio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, olio su tela, inizio XVI secolo, <https://it.wikipedia.org/wiki/Opere_tratte_ dal_Cenacolo_di_Leonardo#/media/File:Cesare_da_Sesto_-_Ultima_Cena_ (copia).jpg>, agg. 2019.

Figura 9: Alzate, Chiesa di San Giorgio, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Sigismondo de Magistris, affresco, 1531, <https://www.chiesadimilano.it/senza-categoria/lultima-cena-di-alzate-brianzaispirata-al-cenacolo-di-leonardoma-con-originalita-32479.html>, agg. 2019.

Figura 10: Milano, Chiesa di San Lorenzo Maggiore, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo attribuita ad Antonio della Corna, affresco, fine secolo XV, <http://www.ultimacena. afom.it/milano-basilica-di-san-lorenzo-maggiore-ultima-cena/>, agg. 2019.

Figura 11: Milano, Pinacoteca Ambrosiana, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, 1611-1616, <https://www.ambrosiana.it/opere/ultima-cena/>, agg. 2019.

Figura 12: Saracena, Convento dei Cappuccini, Copia dell’Ultima Cena di Leonardo, Anonimo, affresco, <https://www.corriere.it/cronache/19_gennaio_08/calabria-copia-dell-ultima-cena-ritrovata-un-convento-abbandonato-e3abdc16-131b-11e9-bf49-18644da0d07c.shtml?refresh_ce-cp>, agg. 2019.

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Accade oggi 3 ottobre

Il 3 ottobre del 1587 – 432 anni fa – una violenta tempesta colpì la città di Randazzo causando ingenti danni alle case, ai giardini, ai mulini, e distruggendo la chiesa di San Giovanni Battista, antica domus templare, che sorgeva nell’omonimo quartiere. La notizia venne registrata a futura memoria dal presbitero Giovanni Matteo Bordonaro, testimone dell’evento, con queste parole:

«Die 3° (octo)bris prime ind(ictioni)s 1587
Si notifica p(er) futura memoria co(m)mo ala sup(r)a dicta giornata / li fui una gra(n) tempesta seu dilluvio co(s)sa (che) in questa ti(r)ra eta no(n) si sa / et p(er) tal dilluvio seu tempesta li sucesti u(n) tanto da(n)no certo cosa / no(n) si pocsa dire ne scrivere et infra li altri et altri da(n)ni le … / li molini di questa cita et a(n)co tuti li co(n)ciari ultra li tanti et / tanti giardini li quali serria fastidio nominarli et di più la / … bona di Sancto Joa(n)ni abb(a)t(tut)a et p(er) me presbiteru(s) Joa(n)ne(s) Matheu(s) de Bordunaro / registrata fuit»[1]

vol. I, QqG76 Figura 1: Il quartiere di San Giovanni in una pianta litografia della città di Randazzo

DSC01784 Figura 2: Randazzo, L’antico quartiere templare di San Giovanni

NOTE

[1] Per la trascrizione del testo del documento in generale non siamo intervenuti sulle scelte testuali, riproducendo di norma l’effettiva situazione del testo, rispettando rigorosamente scempiamenti e raddoppiamenti. La j è trascritta i ; le abbreviazioni sono sempre sciolte tra parentesi tonde ( ); si sono usati i tre puntini di sospensione … per la parte non decifrabile del documento. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.

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Un ritrovamento misterioso nell’antico quartiere di San Giovanni: gigante o cavaliere templare?

Nell’articolo precedente vi ho raccontato la leggenda della truvatura del mulino di San Giovanni, ma quella è solo una piccola parte delle storie e dei misteri che circondano l’antico quartiere di San Giovanni, profondamente legato all’Ordine dei cavalieri Templari[1].
Forse non tutti sanno che, fra i tanti misteri che riguardano questo luogo, vi è anche quello di una strana scoperta.
Secondo la testimonianza raccolta dallo storico Francesco Onorato Colonna, uno scheletro umano di straordinaria grandezza sarebbe stato scoperto proprio nel quartiere di San Giovanni. Ed ecco quanto egli scriveva nel suo manoscritto Idea dell’antichità di Randazzo a proposito del rinvenimento dello scheletro gigante:

«Vicino la chiesa di San Giovanni Battista fuori le mura della città dalla parte settentrionale, nel piano della Fontana, si trovò un sepolcro di piombo con un uomo di statura gigantea, quale aveva fisso nel fronte un gran chiodo, ed il cranio era bastante à capir dentro un tummolo ben grande di frumento della misura siciliana. Di questo fatto ne vive la memoria freschissima in tutti quei popoli, che lo viddero»[2].

vol. I, QqG76 Figura 1: Il quartiere di San Giovanni in una pianta litografia della città di Randazzo

Precisiamo che lo storico non vide personalmente lo scheletro gigantesco, ma ne sentì parlare come di un fatto straordinario, ma non unico, dai cittadini di Randazzo.

20160821_002029 Figura 2: Randazzo, Chiesa di San Nicola, La “costola del Saraceno”

Quindi è probabile che la notizia del rinvenimento, nel passare da una bocca all’altra, come spesso succede, sia stata ingrandita e forse in qualche modo anche travisata almeno in parte, perciò non vi è dubbio che quanto riportato dal Colonna deve essere ridimensionato, anche se non è tuttavia da escludere che si sarà trattato di uno scheletro umano di dimensioni molto più grandi del normale, ma non delle inverosimili proporzioni riportate.
Esaminando la descrizione riportata dallo storico, un particolare, comunque, salta all’occhio, ovvero il gran chiodo conficcato nella fronte: particolare questo non indifferente se si considera la similitudine con un rituale funebre gnostico assimilato dai Templari, il quale prevedeva la foratura del cranio. Ebbene nella cattedrale di Amiens si trova il cranio attribuito a san Giovanni Battista, il quale presenta un foro sul cranio; nella cripta di una chiesa templare a Bargemon, in Provenza, si trovano dei teschi che presentano tale foro e le lunghe ossa incrociate ; il cranio di san Giacomo il Giusto, che si trova nella cattedrale di Santiago di Compostela, presenta un foro nella zona temporale; così come il cranio di papa Celestino V (Pietro da Morrone), conservato nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, presenta un foro nella tempia, fatto da un chiodo molato di forma quadrangolare[3].
Pare possibile, quindi, riconoscere in questo scheletro i resti di un cavaliere templare.

Ma i misteri continuano …

NOTE

[1] Militi A. Randazzo segreta, Astronomia, Geometria Sacra e Misteri tra le sue pietre, Acireale-Roma, Tipheret, 2012, pp. 161-168.
[2] Onorato Colonna F., Idea dell’antichità di Randazzo, ms., 1724, p. 35.
[3] Militi A. Randazzo segreta, op. cit., p. 163.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

MILITI A. Randazzo segreta, Astronomia, Geometria Sacra e Misteri tra le sue pietre, Acireale-Roma, Tipheret, 2012.

ONORATO COLONNA F., Idea dell’antichità di Randazzo, ms., 1724.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 1: Il quartiere di San Giovanni in una pianta litografia della città di Randazzo, tratta da: tratta da: PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. I, Pianta litografica della città di Randazzo. Per gentile concessione della Biblioteca comunale di Palermo, autorizzazione n. prot. 161121/ AREG del 29-02-2016.

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La truvatura del mulino di San Giovanni

Fuori dalle mura di cinta di Randazzo, sorgeva l’antico quartiere di San Giovanni, uno dei quartieri più grandi e rilevanti della Città.

panorama randazzo da via pozzo    DSC01784 Figure 1-2: Randazzo l’antico quartiere di San Giovanni

Questo quartiere – che si estendeva dall’odierna via Pozzo sino al ponte vecchio sull’Alcantara, in prossimità della porta Pugliese –

DSC01884 Figura 3: Antico ponte sul fiume Alcantara

ospitava diverse concerie e molti mulini,

DSC08335         DSC08342                    Figura 4: Il mulino “ra funtana ranni” (della fontana grande)

tra cui il mulino ad acqua di San Giovanni, nei pressi dell’omonima Timpa.

mulino di San Giovanni Figura 5: Il mulino di San Giovanni

In un’epoca imprecisata mugnaio di questo mulino è un certo mastro Diego, uomo onesto e di pia fede, succede che in una buia serata invernale, tra pioggia e lampi, gli appare un folletto coperto con un cappuccio rosso che gli svela la presenza di un forziere pieno di tesori nascosto sotto la macina del mulino.

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Mastro Diego tornato a casa racconta il tutto alla bella moglie che lo convince di prendere consiglio dal curato della parrocchia. Così avviene, il prete anzi si offre di aiutare il mugnaio a recuperare il tesoro. I due si recano a notte fonda al mulino, spostano la pesante macina (u centimuru), spostano le basole e scoprono una grande botola con in fondo un massiccio forziere, mastro Diego si cala dentro, il prete gli cala la corda per tirare su la cassa, tutto sembra filare liscio ma al momento che s’inizia a tirare la corda con il forziere esce dal terreno un mostruoso serpente che avvolge il malcapitato. Più il forziere sale piu il serpente stringe, il prete lo incoraggia dicendo pavidamente: “coraggio mastro Diego”, il forziere è quasi su ma il mostro sta per strozzare il poveraccio mentre il prete ripete ” coraggio mastro Diego che a vostra moglie la sposo io”, mastro Diego sentendosi perduto chiama ” Gesù Giuseppe e Maria”, il serpente lo libera e sparisce cosi come il forziere che sprofonda nel terreno. Da qui la tradizione popolare usa la frase ” coraggio mastro Diego” per motteggiare qualcuno che pavidamente incita all’azione mettendo a repentaglio solo la pelle del prossimo.

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Conferenze

“Emblematica sacra e alchimia in un vecchio coro”

Conferenza

Gruppo Astrologico Sirio – Delegazione Veneto CIDA (Centro Italiano Discipline Astrologiche) –, Hotel Sirio, Venezia-Mestre, 7 giugno 2019 ore 20:45 (ingresso no soci € 10,00). Per info

Gruppo Astrologico Tergeste – Delegazione Friuli Venezia Giulia CIDA (Centro Italiano Discipline Astrologiche) –, New Age Center – Saletta Argondia -, Trieste, 30 novembre 2019 ore 17:00 (ingresso libero e gratuito).

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Il vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo: connubio tra Religione e Alchimia

Tra le tante opere d’arte che la chiesa di Santa Maria gelosamente conserva, senza dubbio un posto di assoluto rilievo lo occupa il vecchio coro ligneo.

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Figura 1: Parte del vecchio coro ligneo adattato alla nuova sede

L’opera risale alla fase di rinnovamento e abbellimento degli interni della chiesa, avviati nella seconda metà del XVIII secolo, per adeguare la struttura alle esigenze stilistiche e decorative del momento.
Nel mese dicembre del 1767, il procuratore locale dell’Opera de Quatris, Michele Blandini, volendo dotare la chiesa di un nuovo coro, indiceva un bando, con il quale si invitavano gli eventuali offerenti a presentare le proprie offerte. Ad aggiudicarsi i lavori fu il maestro Tommaso Spitaleri di Troina – già noto in città per aver realizzato nel 1763 il coro ligneo della chiesa di San Nicola – per la somma di onze 99,28 (la somma comprendeva anche la realizzazione delle tre porte della facciata) e il 16 gennaio 1768 sottoscrisse il contratto insieme ai maestri Giuseppe Puglisi e Serafino Abbate di Novara di Sicilia.

DSC05181 Figura 2: Particolare del coro ligneo della chiesa di San Nicola, 1763

Nell’atto di commissione del lavoro si stabiliva che il coro doveva essere realizzato secondo il progetto presentato dallo Spitaleri, maestro principale dell’opera, ossia composto di due ordini, con 22 stalli nell’ordine superiore.
Spitaleri portò a termine l’opera nel mese di dicembre dello stesso anno, con ben sei mesi di anticipo sulla data stabilita.
Tuttavia dopo circa un anno e mezzo sorse un’accesa e lunga controversia tra il maestro Spitaleri e committenti, giacché questi ultimi avanzarono critiche sulla composizione dell’opera lignea che si concluse a sfavore del magister, tant’è che dovette impegnarsi a rifare il coro sacrificando quattro stalli.
L’utilizzo del coro ligneo da parte dei canonici ebbe, però, breve durata: a distanza di mezzo secolo circa dalla sua installazione, in occasione del completo ammodernamento della chiesa (1790-1820), esso fu smontato e trasferito in sedi provvisorie e, infine nel 1823 fu ricomposto nella forma attuale e collocato del corpo della sacrestia, giungendo così fino ai nostri giorni.
Il preciso e dettagliato programma iconografico dei pannelli del postergale, definito dai Canonici, al quale il magister si dovette necessariamente attenere, non lasciava nulla al caso.
La decorazione dei diciotto pannelli è caratterizzata da figure allegoriche, sole o accompagnate da cartigli con citazioni bibliche, incorniciate da volute fogliacee e fiori.

pannello Figura 3: Un Pannello del postergale

Tale struttura compositiva è tipica dell’emblematica, genere letterario di cui fu antesignano il giureconsulto milanese Andrea Alciati (o Alciato), che nel 1531 formulò la prima serie di emblemi costituiti da un titolo o motto (inscriptio), un’immagine a carattere simbolico-allegorico (pictura) e un epigramma o breve testo in prosa (subscriptio).

emblema Alciati Figura 4: Emblematum Liber, Emblema “In astrologos

Trattasi di un piccolo corpus di emblematica sacra, che conobbe il suo massimo sviluppo nel Seicento, in quanto i Canonici ripresero gli emblemi principalmente dal volume del gesuita Henricus Engelgrave, Lucis Evangelicae, e dal volume del frate certosino Nicolás de la Iglesia, Flores de Miraflores.

                       Frontespizio lucis evangelicae           Frontespizio Flores de miraflores        Figure 5-6: Frontespizi del Lucis Evangelicae e del Flores de Miraflores

Questi emblemi che sembrano solo elementi decorativi di impronta religiosa, di fatto nascondono anche un significato profondo legato alla scientia Dei (scienza di Dio), l’Alchimia, dottrina tramandata per secoli in maniera volutamente incomprensibile affinché non si disvelasse a coloro che non erano puri d’animo, umili e illuminati dalla grazia di Dio.
Pratica che non era di certo estranea tra i nobili e i religiosi della città come dimostrano non solo le decorazione scolpite nel marcapiano di Palazzo Lanza, ma anche la statua di Randazzo Vecchio e alcune decorazioni del campanile della chiesa di Santa Maria (ricostruito nella seconda metà del XIX secolo, in modo pressoché fedele al vecchio campanile del XIII secolo).

DSC07981                            Mercurio Figura 7: Uno dei tanti simboli alchemici che               Figura 8: Mercurio
decorano i capitelli del campanile della chiesa

Pertanto siamo di fronte ad un codice, lasciato a futura memoria, patrimonio di pochi, che una volta decriptato è in grado di fornire istruzioni circa le quattro fasi della Grande Opera: nigredo, albedo, citrinitas e rubedo, che portano alla realizzazione del Lapis Philosophorum (Pietra Filosofale), il donum Dei (dono di Dio) che contiene in sé tre grandi proprietà: l’acquisizione dell’onniscienza, la capacità di trasmutare i metalli vili in oro e la Medicina universale, ovvero l’elixir in grado di guarire qualsiasi malattia.

Fig. 104 DSC01971                                                  Fig. 105    mFigura 9: Pannello 4: “Quia respexit”            Figura 10: Engelgrave H., Lucis mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmEvangelicae, Emblema VIII mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmm“Festum Annuntiatae Virginis mmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmmMariae”

Fig. 155 d Figura 11: Nell’alchimia cristiana l’Annunciazione è associata alla fase alchemica dell’albedo o Opera al bianco, seconda fase dell’opus alchemico

Per approfondire: Militi A., Emblematica sacra e alchimia. Gli “emblemi” del vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo, Venezia, 2019.
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Emblematica sacra e alchimia. Gli “emblemi” del vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria in Randazzo

copertina

Genere: Arte
Data di uscita: Febbraio 2019
Formato: 16×22 cm – Brossura, illustrato a colori
Copertina: Flessibile
Pagine: 396 con 2 tavole del Khunrath fuori testo – carta patinata 130 gr
Lingua: Italiana
Prezzo: € 30
ISBN: 9788890539039

 

 

Quarta di copertina     Indice      Anteprima

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Edicola – Cartoleria di Daniele Gullotto, Via Umberto n. 40 Randazzo (CT) (Mappa)

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Emblematica sacra e Alchimia

copertina

Quando ho iniziato questo lavoro, un anno e mezzo fa, la mia intenzione era quella di pubblicare un articolo, il 16 gennaio 2018, sul blog per ricordare meritatamente il 250° anniversario della realizzazione del vecchio coro ligneo della chiesa di Santa Maria, offrendo così un contributo alla conoscenza di un’insigne opera poco nota e quasi dimenticata, a causa della sua collocazione che non consente ai fedeli e ai turisti una meditata fruizione. Pian piano, però, con la raccolta progressiva del materiale e l’analisi degli “emblemi” illustrati nei pannelli degli stalli, nei quali si ritrova l’armoniosa alleanza della Religione e della Scienza alchemica, il progetto iniziale si è trasformato nella stesura di un libro, che si è conclusa proprio nei giorni in cui nell’anno 1768 (dicembre) il magister Tommaso Spitaleri di Troina consegnava il coro ligneo ai Canonici della chiesa.
A breve disponibile!

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Randazzo Vecchio: liber mutus alchemico

Nell’ammirare i monumenti di una città, spesso, ci limitiamo alla loro estetica e/o alla loro storia superficiale trasmessaci dalle guide o dai libri.
Tuttavia, se ci si soffermassimo ad osservarli con un occhio più attento, scopriremo che tali monumenti possono nascondere intriganti segreti, come nel caso dell’enigmatico “Randazzo Vecchio”, che si erge imponente sul suo alto basamento in pietra lavica, dominando la piazza antistante la chiesa di San Nicola in Randazzo, il quale all’apparenza sembrerebbe una normale statua, ma, in realtà, questa scultura, emblema e memoria della storia della città, nasconde, come vedremo, un messaggio segreto, lasciato ben in vista, ma passato del tutto inosservato agli occhi profani.

Figura 1: Randazzo, Piazza San Nicolò

Il monumento, è sempre stato circondato da un alone di mistero legato all’identificazione del personaggio effigiato, molto dibattuta e non risolta, di cui ci siamo occupati in un nostro precedente lavoro (A proposito di Randazzo Vecchio (Rannazzu Vecchio), 2013), dell’avvenimento storico che ha determinato la sua erezione, nonché al suo significato, incomprensibile se non si entra in possesso della chiave adatta, ovvero della regola per decifrarlo o svelarlo.
Innanzitutto occorre ricordare che l’attuale statua è, in realtà, una copia, realizzata negli anni ’30 del 700, commissionata dall’abate Pietro Rotelli (†1765 agosto)[1], a sostituzione della statua originaria, in arenaria, risalente al XII secolo, i cui resti – un leone, un’aquila e un berretto frigio –, attualmente, si trovano murati sulla parete settentrionale della chiesa di San Nicola.

Resti Randazzo Vecchio Figura 2: Resti della vecchia statua in arenaria

Collocata dov’è oggi, nel 1746, essa, però, presenta alcune varianti iconografiche rispetto all’originale, tali da conferire alla statua un significato diverso rispetto a quello dato originariamente alla statua primitiva, poiché il leone, l’aquila e il berretto frigio (che i latini chiamavano pileus) sono emblemi legati al potere e alla regalità.

Resti leone

Particolare aquila

Berretto frigio

       Figura 3: Il leone                                       Figura 4: L’aquila                             Figura 5: Il berretto frigio

Per poter comprendere il significato della “nuova” statua occorre, prima di tutto, considerare il periodo storico in cui essa fu realizzata.
Il XVIII secolo, che la storia letteraria e filosofica definisce «secolo dei lumi», fu un secolo in cui l’astrologia, l’esoterismo e l’alchimia (Ars Regia) suscitavano ancora grande fascino e interesse negli artisti e nei committenti (sopratutto nobili ed ecclesiastici) del tempo.
E proprio l’alchimia sembra essere una delle possibili chiavi di lettura, poiché rinveniamo una simbolica che riconduce alla Magnum Opus, che non possiamo ignorare.
L’alchimia è una scienza esoterica antichissima e universale, in cui la metallurgia, la chimica, la fisica, l’astrologia, la medicina e il misticismo si sono fuse per formare una scuola di pensiero. Uno dei più ardui obiettivi degli Alchimisti era conquistare l’onniscienza, ovvero raggiungere il massimo della conoscenza in tutti i campi della scienza, rappresentato dalla Pietra Filosofale o Quintessenza, il principio capace di rivelare i segreti dell’esistenza e della materia. Essa era disciplina solo per pochi Eletti, pertanto gli alchimisti (“Filosofi”) cercavano di nascondersi e utilizzavano varie allegorie e simboli per criptare il messaggio ermetico.

Blasone dell'Arte reale 2 Figura 6: Blasone dell’Arte Regia

Ma veniamo al significato nascosto della statua.

DSC01877 Figura 7: Randazzo Vecchio

Essa, raffigura un uomo maturo nudo. Nella simbologia alchemica esso rappresenta la “materia prima”, la materia grezza da trasformare.
La figura virile è accompagnata da 4 animali: un leone, due serpenti e un’aquila che rappresentano i 4 elementi: fuoco (leone), aria (aquila), terra e acqua (i due serpenti), i principi fondamentali della vita e in alchimia indispensabili per creare la Pietra Filosofale.
Ai piedi dell’uomo si trova un leone. In alchimia il leone verde simboleggia l’inizio dell’Opera. Esso è inteso come solvente e acido che tutto corrode con un Fuoco Segreto, ovvero un potente elemento in grado di produrre la trasmutazione.

particolare del leone Figura 8:Particolare del leone che sta ai suoi piedi

Intorno alle gambe si attorcigliano due serpenti che simboleggiano lo zolfo, principio dell’infiammabilità, e il mercurio, principio metallico della instabilità, che mescolati alla “materia prima” e scaldati nell’Athanor[2] si trasformano gradualmente, passando attraverso tre fasi – Nigredo, Albedo e Rubedo – in Pietra Filosofale. Un serpente si avvolge intorno alla gamba destra sino a quasi all’altezza dell’ombelico, sede dell’essenza vitale, in alchimia simbolo del fuoco; l’altro, una vipera[3], si avvolge intorno alla gamba sinistra e striscia sino al cuore, sede della Coscienza spirituale.

Particolare serpenti Figura 9: Particolare dei due serpenti

Un’aquila, con gli artigli posati sulle spalle, poggia il suo rostro sulla testa dell’uomo, sede della Coscienza psichica. In alchimia l’aquila allude alla materia dopo la sublimazione e il raggiungimento della Pietra Filosofale.

DSC01199 Figura 10:Particolare dell’aquila

La statua, quindi, nasconde il percorso iniziatico dell’Adepto, comprensibile soltanto ad un piccola élite di iniziati.
A tale proposito sorge spontanea una domanda: gli “Iniziati” appartenevano alla sfera ecclesiastica, come l’abate Rotelli, considerato che Randazzo Vecchio puntava l’indice[4] verso la chiesa?

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Figura 11: Randazzo Vecchio in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto

Va ricordato che nel corso della storia numerosi sono stati gli ecclesiastici, per lo più francescani e domenicani, che si sono dedicati allo studio dell’alchimia, tra essi Bonaventura da Iseo (†1250?), frate francescano, Tommaso D’Aquino (1225-1274), frate domenicano, Alberto Magno (†1280), vescovo, Ruggero Bacone (1214-1294), frate francescano, Raimondo Lullo (1232-1316), Terziario francescano, Athanasius Kircher (1602-1680), gesuita.

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Figura 12: Tommaso d’Aquino. Particolare. Randazzo, Chiesa di San Nicola
Figura 13: Alberto Magno in un affresco di Tommaso da Modena.Treviso, ex convento di San Niccolò, Sala del Capitolo, 1352
Figura 14: Statua di Ruggero Bacone. Museo dell’Università di Oxford
Figura 15: Raimondo Lullo
Figura 16: Athanasius Kircher

NOTE

[1] Protonotario Apostolico e «Procom.rij Ord. rij Subdelegati SS. mae Cruciatae de hac Randatij Civitate». Fiore F.-Lipari G., Le edizioni del XVII secolo della Provincia dei Cappuccini di Messina, Messina, Sicania, 2003, Vol. I: La biblioteca Provinciale, Tomo III, p. 1386.
[2] In alchimia, l’Athanor è un forno utilizzato per fornire un calore uniforme e costante per la digestione alchemica.
[3] La carne di vipera femmina era impiegata nella preparazione della Teriaca, il leggendario farmaco che nell’immaginario alchemico rappresentava un alter ego dell’Elixir Vitae.
[4] Il braccio destro della statua si staccò durante i bombardamenti del 1943, e, fino ad oggi, vani sono risultati i tentativi di ripristinarlo.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

BARCHUSEN J. C., Elementa chemiae, quibus subjuncta est confectura lapidis philosophici imaginibus repraesentata, Lugduni Batavorum, 1718.

BATFROI S., La via dell’alchimia cristiana, traduzione dal francese di Pasquale Faccia, Roma, Edizioni Arkeios, 2007.

CALIFANO S., Storia dell’alchimia. Misticismo ed esoterismo all’origine della chimica moderna, seconda edizione rivista e ampliata, Firenze, University press, 2016.

CANSELIET E., L’alchimia simbolismo ermetico e pratica filosofale, traduzione di Paolo Lucarelli, Roma Edizioni Mediterranee, 1996.

GEBELEIN H., Iniziazione all’alchimia, traduzione di Silvia Candida, Roma, Edizioni Mediterranee, 2006.

FONTI INTERNET

MILITI A., A proposito di Randazzo Vecchio (Rannazzu Vecchiu), 2013,
<http://randazzosegreta.myblog.it/2013/06/06/a-proposito-di-randazzo-vecchio-rannazzu-vecchiu/>, agg. 2017.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie e le illustrazioni riprodotte nell’articolo, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 6: Blasone dell’Arte Regia tratto da: Barchusen J. C., Elementa chemiae, quibus subjuncta est confectura lapidis philosophici imaginibus repraesentata, Lugduni Batavorum, 1718, Partis Tertiae: Alchimia vel Chrysopoeia, tavola 4.

Figura 11: Randazzo Vecchio in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 84.

Figura 13: Alberto Magno in un affresco di Tommaso da Modena.Treviso, ex convento di San Niccolò, Sala del Capitolo, 1352 tratto da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Magno#/media/File:07_Alberto_Magno.jpg>, agg. 2017.

Figura 14: Statua di Ruggero Bacone. Museo dell’Università di Oxford tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Ruggero_Bacone#/media/File:Roger-bacon-statue.jpg>, agg. 2017.

Figura 15: Raimondo Lullo tratto da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Raimondo_Lullo#/media/File:Ramon_Llull.jpg>, agg. 2017.

Figura 16: Athanasius Kircher trato da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Athanasius_Kircher#/media/File:Athanasius_Kircher.jpg>, agg. 2017.

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