Madonna con il Bambino e san Giacomo Maggiore: oltre il visibile

La navata centrale della chiesa di San Nicola di Randazzo ospita un’interessante tavola che raffigura la Madonna con il Bambino e san Giacomo Apostolo detto il Maggiore.

DSC05130 Figura 1: Randazzo, Chiesa di San Nicola, Autore ignoto, Madonna con il Bambino e san Giacomo Maggiore, dipinto a tempera su tavola

Si tratta di un pregevole dipinto a tempera su tavola, di autore ignoto, riferibile, sulla base dell’analisi stilistica e dell’esame di particolari dell’abbigliamento dei personaggi presenti, alla seconda metà del XV secolo. Esso si presenta in mediocre stato di conservazione, con estese perdite di colore soprattutto nella parte inferiore della zona centrale; altre perdite di colore interessano i riquadri narrativi senza tuttavia comprometterne la leggibilità.
La tavola proviene dalla scomparsa chiesa di San Giuseppe.

IMG_0567 foto di Giuseppe manitta Figura 2: La chiesa di San Giuseppe, in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 3: La chiesa di San Giuseppe in una foto degli anni 30

La chiesa sorgeva fuori le mura cittadine nei pressi dell’omonima porta. Fu edificata intorno al XIV secolo e inizialmente era dedicata a sant’Anna, cambiò titolazione nel XVII secolo, quando venne unita alla chiesa di San Giuseppe[1]. Secondo quando scrive il don Virzì, fu in questa occasione che la chiesa, nel 1631, venne abbattuta e ricostruita ex novo, cosa, a nostro avviso, poco probabile in quanto più avanti lo stesso storico riporta che «durante lo sgombero delle rovine inaspettatamente vennero fuori sotto l’intonaco, pezzi di affreschi appartenuti alla vecchia chiesa trecentesca di S. Anna»[2]. Pertanto si è propensi a credere che la chiesa, in quell’anno, non venne ricostruita ex novo, bensì subì importanti interventi di restauri voluti dal rettore Antonio Cariola, come attestava l’iscrizione incisa sull’architrave del portale riportata dal don Virzì[3]. A causa dei danni riportati durante i bombardamenti del 1943, la chiesa fu chiusa al culto e lasciata per anni in stato di abbandono finché venne demolita per far posto ai locali dell’oratorio salesiano.
Della tavola, allo stato attuale della ricerca, non possediamo nessuna documentazione, pertanto non è stato possibile reperire notizie circa il pittore, il committente o altre informazioni relative alla collocazione della tavola all’interno della chiesa. Il tema della tavola lascia facilmente ipotizzare la presenza, nell’edificio sacro, d’un altare dedicato a san Giacomo, legato non soltanto al culto del santo[4] ma anche allo speciale legame che esiste tra san Giacomo e la madre della Madonna, determinato dalla vicinanza della loro festa liturgica, 25 e 26 luglio e da un episodio miracoloso accaduto al tempo di santo Stefano (ca 969/975-1038), primo re d’Ungheria. Racconta, infatti, la leggenda che un giovane di nome Emerico, figlio di un console d’Ungheria, caduto in miseria, dopo aver sperperato la cospicua eredità lasciata dal padre, decise di partire in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia per raccomandarsi al santo. Durante il viaggio affranto scoppiò in lacrime e prostrato a terra chiese perdono a Dio per i suoi gravi peccati e lo pregò di dirgli a quale santo doveva rivolgersi per essere soccorso; allora gli apparve san Giacomo che lo esortò a chiedere aiuto a sant’Anna[5].
La prima menzione della tavola risale al 1906, quando viene ricordata ne Cenni storici. Chiese Monumenti antichità della Città di Randazzo tra le opere presenti nella chiesa di San Giuseppe, come un «trittico con la Madonna sedente col Bambino, e S. Giacomo Apostolo, con quadretti di storia ai lati, dipinti su tavola verso la prima metà del secolo XV»[6].
Successivamente essa descritta come «un trittico della prima metà del secolo XV, rappresenta la Madonna col Bambino e San Giacomo Apostolo, con quadretti di storia ai lati, è nella chiesetta di San Giuseppe»[7] viene menzionata dal De Roberto nella sua monografia Randazzo e la Valle dell’Alcantara, pubblicata nel 1909.
Ed ancora citata dal canonico Vincenzo Raciti Romeo in Randazzo. Origine e monumenti «in S. Giuseppe si ammira un altro trittico della prima metà del quattrocento con la Madonna seduta in trono, S. Giacomo apostolo nel centro, e quadretti storici ai due lati»[8].
Nel 1942 la tavola fu trasferita ad Acireale e collocata nel salone vescovile, in attesa che fosse realizzato il museo diocesano cui era destinata; in questa occasione fu consolidato il supporto ligneo e, molto probabilmente, venne aggiunta anche la cornice a listello inchiodata e incollata sulla superficie pittorica, che andò a nascondere i bordi dei riquadri, dividendo altresì il campo centrale in due zone, separando pertanto la Madonna e san Giacomo. La tavola rimase in tale ubicazione per vari decenni, finché nel 1990 ritornò a Randazzo e venne collocata nella chiesa di San Nicola.
Essa è apparsa per la prima volta nella rivista del Centro Italiano di Studi Compostelliani “Compostella” nel 2009, dove figurava in copertina e corredata da due brevi articoli: uno a cura di Paolo Giansiracusa “San Giacomo di Randazzo: struttura e analisi”[9], l’altro a cura di Giuseppe Arlotta “San Giacomo di Randazzo: iconografia e vicissitudini”[10].
Il dipinto è eseguito su un supporto ligneo realizzato con tre assi di legno disposte verticalmente, misura all’incirca 257 centimetri in altezza e 227 centimetri di larghezza. Le due tavole laterali, rispettivamente larghe centimetri 90, sono unite alla tavola centrale, larga centimetri 47, da 18 inserti a doppia coda di rondine.

supporto dipinto San Giacomo Figura 4: Il supporto pittorico

Esso, a guisa di trittico, presenta al centro, su fondo oro, la Madonna con il Bambino, angeli e san Giacomo Maggiore (attualmente separati da un listello) mentre ai due lati si dispongono rispettivamente cinque riquadri narrativi.
L’esistenza in origine di un terzo sportello andato perduto, simmetrico a quello di san Giacomo ove vi fosse raffigurato santo Stefano, suggerita da Paolo Giansiracusa[11] è improbabile in quanto la struttura del supporto pittorico suffraga l’unitarietà dell’opera.
Alla luce di quanto appena detto, risulta improbabile anche l’ipotesi avanzata da Giuseppe Arlotta, secondo il quale «i dieci quadretti con le scene della Vita del Santo sono stati montati nella nuova cornice alla rinfusa, senza cioè rispettare la sequenza narrativa»[12]; le storie sono state semplicemente raffigurate, dall’ignoto pittore, senza seguire alcun ordine nella disposizione degli episodi. Bisogna tenere presente che non sempre la successione degli episodi segue la sequenza narrativa.
I personaggi del riquadro centrale, sono ritratti esili, delicati e indossano vesti raffinate, rese con enorme cura del dettaglio.
La Madonna, seduta su un trono di forme gotiche, è presentata secondo lo schema tipico della Madre di Dio della Consolazione, ma non rappresentata come al solito a mezzo busto, bensì a figura intera.

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Figura 5: Particolare della Madonna con il Bambino
Figura 6: Madre di Dio della consolatrice

È raffigurata, con il capo lievemente reclinato verso il Bambino che sorregge dolcemente e regale compostezza, con il braccio sinistro, mentre con la punta delle dita della mano destra gli tocca teneramente i piedini. Indossa un sontuoso maphorion blu scuro di velluto auroserico orlato da un bordo rifinito con filettature e girari dorati, e una veste rossa[13], con un raffinato colletto bianco, trattenuta sotto il seno da un cordoncino dorato. Il maphorion, che è chiuso sul petto da un prezioso fermaglio rotondo, le copre anche il capo.

DSC05083 particolare Figura 7: Particolare degli abiti indossati dalla Vergine

Il Bambino, raffigurato nudo, è colto nell’attimo di mettere le dita della mano destra in bocca mentre con l’altra manina regge un oggetto ludico d’oro. É ornato da una collanina, che ha come pendaglio un rametto biforcuto di corallo e da braccialetti di corallo su entrambi i polsi[14].

DSC05083 bambino Figura 8: Particolare del Bambino

La Vergine è affiancata da tre coppie di angeli: la prima offre una coppa d’oro, la seconda è colta in adorazione con le mani giunte e la terza offre un vaso degli unguenti.

DSC05084 angeli Figura 9: Le tre coppie di angeli che affiancano la Vergine

Gli angeli, che indossano raffinate vesti diaconali – di foggia simile – cinte in vita e fregiate d’oro allo scollo, differiscono nei diversi colori delle tuniche (terra cotta scuro, rosso-arancio, blu, rosso), dei nastri (rosso, nero, oro) e delle maniche delle sottovesti (rosso, blu scuro).
Alla sinistra della Vergine è raffigurato san Giacomo, in piedi.

DSC05088 Figura 10: San Giacomo

L’Apostolo è rappresentato come un uomo di media età. I capelli lunghi castani, divisi da una riga centrale e intrecciati alla fine e la barba biforcuta non molto lunga anch’essa castana, lo rendono intenzionalmente simile a Cristo. Indossa una tunica blu scuro guarnita con un bordo dorato sul collo decorato con motivi geometrici, mentre il bordo inferiore è rifinito con filettature e girari dorati[15], così come il bordo dell’ampio manto morbido e ondeggiante color rosso che lo avvolge[16].

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Figura 11: Particolare del bordo del collo della tunica di san Giacomo
Figura 12: Particolare del bordo del mantello

Ai piedi porta un tipo di calzare simile ad un sandalo, con copertura del calcagno e strisce di cuoio laterali raccolte da un nastro di pelle posto lungo il dorso in modo da lasciar libere le dita.

DSC05086 Figura 13: Particolare dei calzari indossati dal santo

Il santo regge con la mano sinistra il bordone del pellegrino e con la destra un libro, aperto – verso chi guarda –, in cui si legge l’iscrizione, in lettere gotiche[17]:

San/cte / Ia[c]o/be i/nte//rce/de p/ro n/obis / om(n)ib(us)

DSC05074 Figura 14: Particolare del libro

Pertanto san Giacomo appare qui come intercessore presso la Vergine e il Bambino. Il forte legame che unisce la Vergine Maria e san Giacomo è remoto. Stando alla tradizione, attestata a partire dal XIII secolo, la Vergine del Pilar appare all’Apostolo, a Saragozza, e lo conforta durante la sua difficile opera di evangelizzazione della Spagna; altre apparizioni avvengono a Iria Flavia e Muxia[18]. Una testimonianza rilevante del ruolo della Vergine si trova nel II libro del Liber Sancti Jacobi[19], che racconta, con dovizia di dettagli, ventidue miracoli operati da san Giacomo: il capitolo XVII narra del pellegrino che, istigato dal diavolo, si evirò e si uccise e fu poi riportato in vita dal santo con l’aiuto della Vergine Maria[20]. Questo miracolo fu in seguito ripreso e ampliato da Iacopo da Varazze, frate domenicano e vescovo di Genova, nella Legenda aurea[21].
I capi della Vergine, del Bambino, degli angeli e di san Giacomo sono circondati da aureole. L’aureola della Madre di Dio e quella dell’Apostolo sono decorate con foglie di quercia e fiori, incorniciate da doppie linee circolari, quella del Bambino porta inscritta nel cerchio dorato una croce rossa, invece quelle degli angeli sono decorati a motivi floreali tranne quella del secondo angelo a destra che è decorata con raggi.

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  Figure 15-18: L’aureola della Madonna, quella di san Giacomo, del Bambino e degli angeli

DSC05084 aureolaFigura 19: L’aureola raggiata del secondo angelo a destra

L’aureola del primo angelo a destra, invece, presenta in alto dei raggi, è possibile che si tratti di una correzione operata dal pittore in corso d’opera per coprire la precedente aureola decorata con raggi.
Un’altra correzione, apportata dal pittore in corso d’opera, riguarda la posizione di una delle due mani dello stesso angelo, testimoniata dalle quattro dita in più, presenti sulla coppa che, molto probabilmente, l’artista dimenticò di coprire.

DSC05083 Figura 20: Particolare del primo angelo a destra

I dieci riquadri che affiancano, l’immagine centrale[22], cinque per parte, rappresentano gli episodi più importanti della vita di san Giacomo e alcuni miracoli post-mortem operati dal santo.
Le scene, come abbiamo già accennato, non seguono un ordine preciso.
Il primo riquadro, in alto a sinistra, seppur molto rovinato, conserva la raffigurazione di san Giacomo in piedi su di una barca, che con la mano sinistra regge il bordone e con la destra, dispensa la sua benedizione, ad un uomo caduto in mare con il suo cavallo. Sulla riva s’intravedono due uomini, in piedi, oranti, di cui quello a destra più alto rispetto all’altro. A destra altri uomini con i loro cavalli sorpresi dal crollo del ponte che stanno attraversando. Sulla sfondo, a destra, una rupe sulla quale si erge una città cinta da mura.

DSC05076 Figura 21: La prima scena narrativa

Gli elementi a disposizione non consentono un’identificazione sicura dell’episodio raffigurato.
Secondo Giuseppe Arlotta la scena è identificabile con l’episodio narrato da Iacopo da Varazze, che cita quale fonte Giovanni Beleth[23], in cui i discepoli di san Giacomo, alla ricerca di un terreno dove seppellire il loro maestro, dopo averne trafugato il corpo e averlo traslato nella penisola iberica, vengono inviati da Lupa da un uomo noto per la sua crudeltà, per alcuni il re di Spagna, questi, però, li fece incarcerare[24]; liberati da un angelo del Signore, mentre l’uomo dormiva, i discepoli si diedero alla fuga inseguiti da alcuni uomini del re a cavallo, che però annegarono in un fiume della Galizia a seguito del crollo del ponte che stavano attraversando[25].
Questa interpretazione tuttavia non è del tutto convincente, poiché la scena raffigurata non trova un preciso riscontro nelle fonti; infatti sia nella Legenda aurea che nel Liber Sancti Jacobi si fa riferimento ad un intervento di Dio e non del santo come raffigurato. La versione dei fatti, fornita dal Liber Sancti Jacobi, molto più particolareggiata rispetto al testo di Iacopo da Varazze, è la seguente:

«I discepoli seguirono il suo consiglio [di Lupa]: alcuni rimasero lì a vegliare il corpo dell’apostolo con il rito funebre, mentre altri si avviarono il più velocemente possibile verso il palazzo reale indicatogli. Appena si trovarono alla presenza del re, lo salutarono rispettando il prescritto cerimoniale e diedero inizio all’incontro spiegandogli chi fossero e perché si fossero presentati al suo cospetto. Il re sembrò inizialmente disposto ad ascoltarli attentamente, con atteggiamento benevolo; poco dopo, però, colto da una singolare inquietudine, iniziò a dubitare sul da farsi e poi, ispirato da diabolica suggestione, si inferocì; ordinò dunque in segreto ai suoi uomini di tendere una trappola ai Cristiani e di ucciderli. I discepoli, però, scoperte le sue intenzioni per volere di Dio, si diedero prontamente alla fuga, il re, informato dell’accaduto, fu colto da un violentissimo accesso d’ira e, furente come un leone rabbioso, iniziò a seguire caparbiamente le tracce dei discepoli di Dio, accompagnato da tutti gli uomini della sua corte. Ma proprio nel momento in cui gli smaniosi persecutori ebbero raggiunto i discepoli, tanto da averli ormai quasi nelle loro mani, questi, confidando in Dio, attraversarono tutti in gruppo un ponte posto su un fiume. In quel preciso momento, per volere di Dio onnipotente, i pilastri del ponte che stavano percorrendo si sgretolarono e la struttura precipitò dall’alto fin nel letto del fiume. E così il verdetto deciso dal giudice, l’Eterno Re, decretò che neppure uno degli uomini che erano nel gruppo degli inseguitori sopravvivesse per poter riferire l’accaduto alla corte reale. I santi discepoli, invece, sentendo il fragore delle armi e delle pietre che precipitavano, girarono indietro la testa, così da poter vedere i grandi progetti compiuti da Dio e poterli in seguito proclamare»[26].

Dunque o la scena raffigurata è frutto di una reinterpretazione più libera del racconto da parte del pittore o del committente oppure è più probabile che essa in realtà rappresenti un intervento miracoloso di san Giacomo non riportato dalle fonti ufficiali, ma sia una leggenda alternativa diffusa oralmente.
Nel secondo riquadro si trova il noto Miracolo dell’impiccato con san Giacomo in piedi, con il bordone e in testa un cappello a falde larghe, che con le mani sostiene i piedi del giovane impiccato, accusato ingiustamente, che pende dalla forca; accanto vi sono i due genitori pellegrini increduli. La scena raffigurata mostra il momento in cui i genitori di ritorno, dopo trentasei giorni, dalla tomba di san Giacomo, sul luogo dell’impiccagione del figlio, trovano questi ancora in vita, perché sostenuto da san Giacomo.

DSC05077 Figura 22: Il Miracolo dell’impiccato

Essa, però, è una versione più tarda del miracolo iacopeo raccontata nel II libro del Liber Sancti Jacopi[27]: infatti, in esso il miracolo, narrato nel V capitolo da papa Callisto è così esposto:

«È opportuno affidare ai posteri il ricordo di alcuni Alemanni che, nell’anno 1090 dall’incarnazione di nostro Signore, si recarono in pellegrinaggio al sepolcro di san Giacomo portando con sé considerevoli ricchezze e, giunti nella città di Tolosa, trovarono ospitalità in casa di un facoltoso albergatore. Tale malvagio individuo, celandosi sotto l’esteriore mansuetudine di un agnello, li accolse con sollecitudine e, offrendogli varie bevande in segno di ospitalità, con l’inganno li indusse ad ubriacarsi. Oh, cieca avarizia! Oh, perverso spirito umano, così incline al male! Poco dopo, quando i pellegrini furono sprofondati in un sonno molto più profondo del solito a causa dell’ubriachezza, l’oste disonesto, spinto dalla cupidigia, nascose furtivamente una coppa d’argento nei bagagli di uno di loro per poterli successivamente accusare di furto e appropriarsi in tal modo del loro denaro. L’indomani, dopo che i pellegrini si furono rimessi in cammino al canto del gallo, quest’oste malvagio li raggiunse con un gruppo di uomini armati, gridando: “Restituitemi, restituitemi l’argento che mi avete sottratto!”. Quelli risposero: “Se troverai qualcosa di tuo in possesso di uno di noi, non avrai che da farlo condannare!”.
Dopo averli perquisiti, l’oste trovò la coppa nei bagagli di due pellegrini, padre e figlio; confiscati ingiustamente i loro beni, li portò dunque in giudizio. Il giudice, mosso da pietà, ordinò però di liberarne uno e condannò l’altro alla pena di morte. Oh, profondità della misericordia! Il padre, volendo liberare suo figlio, si offrì per il supplizio. Il figlio, però, disse: “Non è giusto che un padre perda in malo modo la vita per suo figlio; subisca piuttosto il figlio, al posto del padre, la pena stabilita!”. Oh, santa lotta d’amore! Il figlio fu infine impiccato in cambio della libertà del suo amato padre, così come egli stesso aveva preteso. Questi, invece, riprese il suo cammino verso San Giacomo tra singhiozzi e lacrime. Visitato dunque il venerabile altare dell’apostolo, riprese la via del ritorno e, trascorsi trentasei giorni, si ritrovò ad un crocevia dove ancora era appeso il corpo del figlio. Piangendo e gemendo, gridò con voce degna di compassione: “Sventurato me, figlio mio, per averti generato! Come posso ancora continuare a vivere vedendoti così sospeso?”.
Come sono magnifiche le tue opere, Signore! Il figlio impiccato consolò il padre dicendo: “Non ti affliggere più, amatissimo padre, non c’è motivo. Rallegrati per me, piuttosto, perché adesso sono felice, più di quanto non lo sia mai stato nell’esistenza passata! Mi sostiene san Giacomo tra le sue braccia, infatti, e mi conforta con la pienezza della dolcezza”. Il padre, udito ciò, corse in città e chiamò il popolo perché fosse testimone di un tale miracolo di Dio. Coloro che accorsero, vedendo ora che era ancora vivo colui che da tanto tempo era stato impiccato, compresero che la misericordia di Dio aveva salvato l’uomo ingiustamente condannato a causa dell’insaziabile avidità dell’oste.
Lo deposero dunque con grandi onori dal patibolo. Quanto all’albergatore, invece, egli fu condannato a morte con giudizio unanime, come aveva meritato che accadesse, e fu successivamente impiccato.»[28].

Questo nucleo narrativo si arricchì, a partire dagli inizi del XV secolo, di nuovi particolari: il luogo del miracolo non è più la città di Tolosa ma quella di Santo Domingo de la Calzada, lungo il cammino; il giovane viaggia con il padre e la madre; viene accusato di furto dalla serva della locanda, da lui rifiutata[29].
Nompar Signore di Caumont, durante un viaggio a Compostela nel 1417, riporta, con molti dettagli, la leggenda dell’impiccato, che ha sentito raccontare a Santo Domingo de la Calzada, nel suo diario di viaggio. Il miracolo, raccontato in una forma più drammatica e popolare, e completato con un nuovo prodigio che mostra l’innocenza del colpevole: infatti, il Signore di Caumont racconta che i due genitori, dopo che ritrovarono vivo il figlio impiccato, si recarono dal giudice per raccontargli il fatto e chiedergli di tirare giù dalla forca il figlio perché era ancora vivo; ma il giudice, intento a consumare un banchetto, incredulo, li derise affermando che avrebbe creduto che il loro figlio era vivo solo se il gallo e la gallina, ben arrostiti, che stava per mangiare si fossero messi a cantare. In quel preciso istante, i due volatili arrostiti, resuscitarono e cominciarono a cantare, dimostrando così che i due pellegrini avevano detto la verità[30].
L’episodio del Miracolo del gallo e della gallina risorti[31], è illustrato nel terzo riquadro.

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Figura 23: Il Miracolo del gallo e della gallina risorti

La raffigurazione della versione aggiornata del miracolo dell’impiccato contribuisce a confermare la datazione dell’opera alla metà del XV secolo.
Il quarto riquadro mostra il Martirio di san Giacomo per decapitazione. La scena è ambientata fuori le mura della città di Gerusalemme, e mostra a sinistra il corpo del santo decapitato che giace prono sulle ginocchia con le mani giunte, con la testa recisa a terra; sopra di esso il boia con la sciabola levata sporca del sangue di san Giacomo, accanto ad esso il sommo sacerdote Abiathar e Erode Agrippa, assiso su di un trono dall’alto schienale decorato con motivi a scacchiera, che assistono alla scena.

DSC05079 Figura 24: Il Martirio di san Giacomo

Alquanto singolare e curioso è la presenza di una misteriosa regina affacciata alla finestra della torre, che guarda l’osservatore, la quale non trova riscontro nelle fonti agiografiche e non consente quindi la sua identificazione.
Nella parte inferiore, al di sotto della pittura nera, s’intravedono tracce di lettere, questo lascia supporre la presenza di un’iscrizione.

DSC05079 tracce iscrizione Figura 25: Tracce di un’iscrizione

Le scene narrative spesso erano corredate da iscrizioni esplicative, in latino o in lingua volgare, dell’episodio raffigurato. Ma se si trattava di un’iscrizione esplicativa per quali oscure ragioni venne nascosta? Il suo occultamento è da ascrivere all’identità della misteriosa regina ritratta? Tuttavia, come vedremo, questa non è la sola iscrizione esplicativa che accompagnava le scene narrative ad essere stata occultata.
La scena successiva mostra in primo piano san Giacomo che impone le mani su un uomo orante, genuflesso con le mani giunti e il viso rivolto verso il santo, con accanto altri due uomini, uno seduto e l’altro carponi; dietro, in secondo piano, campeggia, sullo sfondo di un paesaggio caratterizzato da promontori rocciosi e una città fortificata – in alto a destra–, una torre sorvegliata da quattro soldati, uno da un lato e tre d’altro, che giacciono addormentati.

DSC05133 Figura 26: La quinta scena narrativa

A destra, accanto a san Giacomo si intravedono debolissime tracce di un’iscrizione di cui attualmente è possibile individuare solo alcuni caratteri:

- – - – - – IA[- - -] – - – - – -[32]

scena 5 iscrizione Figura 27: Tracce di un’iscrizione(per mettere in evidenza i caratteri, l’immagine è stata elaborata utilizzando tecniche di’image processing)

La scena, per chi scrive, è di difficile interpretazione: si tratta di un episodio che non ha riscontro né nel racconto del Liber Sancti Jacobi né nella Legenda Aurea, probabilmente fu realizzata ispirandosi a un miracolo compiuto da san Giacomo narrato da qualche altra fonte testuale.
Secondo Giuseppe Arlotta la scena rimanda al momento in cui i discepoli di san Giacomo vengono incarcerati da uomo noto per la sua crudeltà[33] e miracolosamente liberati da un angelo mentre l’uomo dormiva[34]. La proposta dello studioso, tuttavia, non sembra in ogni caso plausibile perché di fatto l’episodio da lui suggerito non trova riscontro nella narrazione figurata.

Nel primo riquadro in alto a destra, viene mostrato l’arrivo del corpo di san Giacomo al palazzo di Lupa. La scena mostra in basso a sinistra un carro, trainato dai due buoi sul quale è adagiato il corpo di san Giacomo, che con la mano destra, dispensa la sua benedizione a Lupa, incredula, sul terrazzo del suo palazzo, mentre, all’estrema sinistra, in cima ad una torre vi è una fanciulla dai capelli biondi in veste rossa, che sembra slanciarsi verso il corpo del santo.
Sullo sfondo, al centro, si trova una città fortificata su di una rupe.

DSC05073 Figura 28: L’arrivo del corpo di san Giacomo al palazzo di Lupa

Iacopo da Varazze racconta, in modo succinto rispetto al Liber Sancti Jacobi[35], che i discepoli tornati da Lupa le riferirono quanto accaduto agli uomini del re di Dugio e che la stessa disse loro:

«“Prendete i buoi che tengo in quel luogo, – o in quel monte, – appaiateli e legateli a un carro, e poi portate il corpo del vostro maestro, e costruite il sepolcro come vi parrà”.
Diceva questo, ma il suo pensiero era quello di una vera lupa: sapeva benissimo che i suoi buoi erano in realtà tori selvaggi mai domati, e riteneva perciò che non avrebbero mai potuto essere aggiogati né legati al carro, e quand’anche fossero stati legati al carro, si sarebbero messi a scorrazzare in tutte le direzioni, sfasciando il carro, facendo cadere il corpo e uccidendo i discepoli. Ma nessuna astuzia può andar contro la volontà di Dio: i discepoli infatti, neppur sospettando la malizia di Lupa, si incamminarono su per il monte, ove incontrarono un drago che vomitava fuoco contro di loro: ma gli opposero il segno della croce, e il ventre del drago si squarciò. Fatto il segno di croce sui tori, questi divennero mansueti come agnelli; li aggiogarono, caricarono sul carro il corpo di san Giacomo con la pietra sulla quale era stato adagiato. Senza che nessuno li guidasse i buoi portarono il corpo fin in mezzo al palazzo di Lupa: quando vide questo prodigio, piena di meraviglia, credette e divenne cristiana concedendo poi ai discepoli tutto ciò che chiedevano»[36].

Alquanto singolare è la presenza di uno scudo crociato accanto alla porta d’ingresso del palazzo e una croce potenziata sulla torre a destra. Simboli questi che rimandano all’ordine dei Templari.

DSC05073 scudo e croce Figura 29: Lo scudo crociato e la croce potenziata

Iacopo da Varazze riferisce che Lupa trasformò il suo palazzo in una chiesa che dedicò a san Giacomo. È possibile che il pittore o il committente fosse a conoscenza del fatto che la chiesa, in seguito, fosse appartenuta ai Templari e volle celarlo all’interno della scena in modo da trasmetterlo ai posteri?
A differenza degli altri riquadri, le quattro scene successive seguono un ordine narrativo.
La scena raffigurata nel secondo riquadro, ambientata in un paesaggio roccioso presso la città di Gerusalemme, in alto a destra, rappresenta la disputa tra san Giacomo e Fileto: sulla destra vediamo Fileto, discepolo del mago Ermogene, colto nella discussione con san Giacomo, a sinistra, in piedi su di una roccia, che benedice alcuni uomini imploranti, tra cui un cieco e uno storpio con le stampelle.

DSC05068 Figura 30: La disputa tra san Giacomo e Fileto

Il Liber Sancti Jacopi racconta che:

«[...] Accadde poi che un certo mago, chiamato Ermogene, gli inviasse un suo discepolo, Fileto. Recatosi da Giacomo con alcuni farisei, Fileto tentò di sostenere che Gesù Cristo di Nazareth, di cui Giacomo si dichiarava apostolo, non era il vero figlio di Dio. Ma Giacomo, parlando senza timore grazie allo Spirito Santo, distrusse ogni suo argomento mostrandogli, con la testimonianza delle Sacre Scritture, che Gesù era il vero figlio di Dio. Ritornato da Ermogene, Fileto gli disse: “So che Giacomo, il quale si dichiara servitore ed apostolo di Gesù Cristo di Nazareth, non può essere vinto. Infatti nel suo nome l’ho visto scacciare i demoni dai corpi degli ossessi, restituire la vista ai ciechi, guarire i lebbrosi. Accetta il mio consiglio, dunque, andiamo da lui e chiediamogli perdono. E se non vuoi farlo, sappi che la tua arte magica non ti servirà a nulla e che io tornerò da lui e lo pregherò di accettarmi come suo discepolo.”»[37].

L’Arlotta non riconosce l’episodio è suggerisce erroneamente che la scena «raffigura un gruppo di pellegrini oranti ai piedi di san Giacomo»[38].
La scena nella parte inferiore, a sinistra, ospitava un’iscrizione, che fu quasi del tutto occultata, di cui è possibile individuare solo alcuni caratteri e parole:

C[- - -] – - – - – - [civ]itati liberava

scena 7 iscrizione Figura 31: Particolare

La scritta civitati liberava è da ritenersi, quasi senza dubbio, un’aggiunta posteriore, probabilmente, un ex-voto per una grazia ricevuta in occasione di un’epidemia[39], o una prolungata carestia[40], o una grave calamità naturale[41], di cui san Giacomo era stato intercessore.
Il racconto del Liber Sancti Jacopi prosegue:

«Sentendo parlare così, Ermogene, pervaso dalla collera, legò Fileto con le catene in modo che non potesse più muoversi, e gli disse: “Vedremo se il tuo Giacomo ti libererà da queste catene!”. Allora Fileto inviò immediatamente un suo servo da Giacomo. Quando questi fu giunto e gli ebbe raccontato l’accaduto, l’apostolo gli consegnò immediatamente un sudario per Fileto dicendo: “Riceva questo sudario e dica: il Signore solleva gli oppressi e libera coloro che sono incatenati”»[42].

Il terzo riquadro raffigura, il momento in cui a Fileto imprigionato viene mostrato il sudario mandatogli da Giacomo: la scena mostra il mago Ermogene, seduto su di un trono decorato con lo stemma dello scorpione[43], Fileto, paralizzato dal sortilegio del mago, con le mani legate che guarda verso il suo servo che gli mostra il sudario con il volto di Cristo mandatogli da Giacomo per liberarlo.

DSC05069 Figura 32: A Fileto imprigionato viene mostrato il sudario mandatogli da Giacomo

La narrazione continua raccontando che Fileto, liberato dal sortilegio, si recò correndo da Giacomo burlandosi delle arti magiche di Ermogene. Il mago arrabbiato per essere stato deriso, evocò dei demoni ordinando loro di portargli in catene Giacomo e Fileto per potersi prendere la sua vendetta contro di loro: tutto inutile perché i demoni mentre si avvicinarono al luogo in cui si trovava san Giacomo furono legati con catene infuocate da un angelo di Dio e vennero liberati solo dopo l’intervento dell’apostolo, che ordinò loro di condurre a lui lo stesso Ermogene[44].
Il riquadro successivo illustra il mago Ermogene che viene portato dai demoni dinnanzi san Giacomo: la scena mostra san Giacomo con il bordone, Fileto con le mani giunti che guarda in basso e il mago Ermogene inginocchiato tenuto legato per le mani da un demone mentre altri tre demoni stanno dietro di lui.

DSC05070 Figura 33: Il mago Ermogene che viene portato dai demoni dinnanzi san Giacomo

L’ultima scena, mostra, infine, la conversione e il battesimo di Ermogene: san Giacomo, tende nella mano sinistra l’ampolla con l’acqua lustrale sul capo di Ermogene che, inginocchiato con le mani giunti riceve il battesimo, accanto a questi Fileto, anch’esso inginocchiato con le mani giunte.

DSC05072 Figura 34: La conversione e il battesimo di Ermogene

Anche nella parte inferiore di questi ultimi tre riquadri, seppur molto rovinati, sotto lo strato di pittura nera, s’intravedono tracce di caratteri, che indicano la presenza di un’iscrizione occultata.

DSC05069 tracce iscrizione riquadro DSC05070 tracce iscrizioni DSC05072 tracce iscrizioni

Figura 35: Tracce iscrizione terzo riquadro narrativo
Figura 36: Tracce iscrizione quarto riquadro narrativo
Figura 37: Tracce iscrizione quinto riquadro narrativo

Per mettere in evidenza le iscrizioni che si celano sotto lo stato di pittura nera, i riquadri narrativi sono stati, da chi scrive, ispezionati in via preliminare con una lampada portatile UV corredata di un tubo fluorescente in luce UV (lampada di Wood) e esaminati a luce radente, quest’ultima ha messo in evidenza solo alcune lettere delle iscrizioni occultate.

20160820_235848 scena 4     20160821_000946 luce radente scena 8

Figura 38: Particolare a luce radente della parte inferiore del quarto riquadro narrativo, a sinistra
Figura 39: Particolare a luce radente della parte inferiore del terzo riquadro narrativo, a destra

Pertanto è chiara la necessità di affiancare a questi limitati e parziali esami anche altre indagini diagnostiche non invasive, quali ad esempio la radiografica ai raggi X e la riflettografica infrarossi (IR), che consentono di visualizzare elementi in genere celati alla vista. A tal fine chi scrive sta cercando di avviare un progetto di indagini diagnostiche.

NOTE

[1] Plumari G., Ricerche storiche della città di Randazzo, ms. del 1819 (alcuni fogli del manoscritto presentano una doppia numerazione), Archivio Privato, f. 173, n. 16; Idem, Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. I, Libro III, p. 324, n. 40; Idem, Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca Comunale di Palermo, Qq H 116, nota C, f. 7r.
[2] Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol. 2, p. 123.
[3] Ibidem.
[4] In Sicilia il culto di san Giacomo iniziò a diffondersi a partire dal XII secolo, dopo la conquista normanna, tuttavia, ebbe una maggiore espansione dopo l’arrivo degli Aragonesi nel 1282. A Randazzo la chiesa di San Giacomo fu, per molti secoli, la sede dell’omonima confraternita, una tra le più antiche domus disciplinae jacopee di Sicilia, già esistente prima del 1459, anno in cui risulta pagasse le decime alla Santa Sede. (Arlotta G., Confraternite di San Giacomo in Sicilia, in «Santiago e la Sicilia. Atti del Convegno Internazionale di Studi, Messina, 2-4 Maggio 2003», a cura di Giuseppe Arlotta, Perugia, Edizioni Compostellane, 2008, p. 343).
[5] Gambarini R., Riverente tributo d’ossequj alla gloriosa sant’Anna madre della Gran Madre di Dio, Venezia, 1708, pp. 10-12.
[6] Cenni storici. Chiese Monumenti antichità della Città di Randazzo, Adernò, 1906, Biblioteca Comunale di Randazzo riproduzione in fotocopia, 7.H.146, p. 56.
[7] De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 59.
[8] Raciti Romeo V., Randazzo. Origine e monumenti, s.d., p. 25.
[9] Giansiracusa P., San Giacomo di Randazzo: struttura e analisi, in «Compostella. Rivista del Centro Italiano di Studi Compostellani», n. 30, 2009, pp. 4-5.
[10] Arlotta G., San Giacomo di Randazzo: iconografia e vicissitudini, Idem, p. 6. Una copia dell’articolo si trova affissa, in calce, alla tavola.
[11] Giansiracusa P., San Giacomo di Randazzo: struttura e analisi, op. cit., p. 4.
[12] Arlotta G., San Giacomo di Randazzo: iconografia e vicissitudini, op. cit., p. 6.
[13] Simbolo della regalità acquisita attraverso l’incarnazione di Cristo.
[14] La collana e i braccialetti di corallo indossati dal Bambino hanno un doppio valore: ornamentale e protettivo. Sono degli amuleti, ovvero oggetti ai quali veniva riconosciuta una potenza magica di tipo protettivo. Per gli arabi il corallo era un lasciapassare per l’aldilà, sacro alla dea Iside.
[15] Simili a quelli del maphorion della Madonna.
[16] San Giacomo è vestito a colori invertiti rispetto la Madonna.
[17] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni. L’integrazione di lacuna è stata posta tra parentesi quadre [ ]; con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga e una doppia barra obliqua // per segnalare la fine della sezione.
[18] Bianco R., Culto iacobeo in Puglia tra Medioevo ed Età Moderna. La Madonna, l’intercessione, la morte, in «Santiago e l’Italia. Atti del Convegno Internazionale di Studi, Perugia, 23-26 Maggio 2002», a cura di Paolo Caucci von Saucken, Perugia, Edizioni Compostellane, 2005, p. 136.
[19] Conosciuto come Codex calixtinus, è un’opera elaborata in un periodo compreso tra il 1139 e il 1173. Per l’autore-compilatore del Codex calixtinus si veda: Il Codice callistino. Prima edizione italiana integrale del Liber Sancti Jacobi Codex calixtinus (sec. XII), traduzione e introduzione di Vincenza Maria Berardi, presentazione di Paolo Caucci von Saucken, Perugia, Edizioni Compostellane, 2008, pp. 21-24.
[20] Ivi, Libro II, Cap. XVII, pp. 365-370.
[21] Trattasi di un’ampia raccolta di vite sante e leggende agiografiche, redatta a partire circa dall’anno 1260 fino alla morte dell’autore, avvenuta nel 1298.
[22] È probabile che sia l’immagine centrale che i riquadri siano profilati da un bordino marrone nascosto attualmente dalla cornice lignea, la cui presenza è intuibile nel terzo riquadro narrativo a destra.
[23] Teologo del XII secolo, profondo conoscitore di tradizioni ecclesiastiche e agiografiche.
[24] L’Arlotta riporta erroneamente che i discepoli furono incarcerati da Lupa.
[25] Iacopo da Varazze, Legenda aurea, edizione critica a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Tavarnuzze-Firenze, Sismel Edizioni del Galluzzo, 1998, p. 654.
[26] Il Codice callistino, op. cit., Libro III, Cap. I, p. 385.
[27] La versione del miracolo dell’impiccato riportata nella Legenda aurea è un fedele riassunto del miracolo V, contenuto nel II libro del Liber Sancti Jacobi; Iacopo da Varazze, Legenda aurea, edizione critica, op. cit., pp. 656-657.
[28] Il Codice callistino, op. cit., Libro II, Cap. V, pp. 351-352.
[29] Vázquez De Parga L., Lacarra J. M., Uría Ríu J, Las Peregrinaciones a Santiago de Compostela, Madrid, 1948, Tomo I, Parte Tercera: Las consecuencias sociales y culturales de la peregrinacion, pp. 578-579.
[30] Ibidem.
[31] Un primo accenno al miracolo dell’impiccato e al gallo e la gallina si trova nell’Itinerario Marciano (Da Veniexia per andar a mese San Zacomo de Galizia), datato dalla dottoressa Angela Mariutti alla prima metà del XIV secolo. Paolo G. Caucci von Saucken, Relazioni italiane di pellegrinaggio a Compostella del Quattrocento, in «Actas del I Congreso de la Asociación Hispánica de Literatura Medieval, Santiago de Compostela, 2-6 Diciembre 1985», Edición a cargo de Vicente Beltrán, Barcelona, PPU, 1988, p. 240.
[32] I sei trattini indicano una lacuna la cui entità non è precisabile (corrispondente ad un numero indefinito di righe). I tre trattini tra parentesi quadre indicano la presenza di lettere o parole incomprensibili o illeggibili non quantificabili.
[33] Vedi nota 24.
[34] Arlotta G., San Giacomo di Randazzo: iconografia e vicissitudini, op. cit., p. 6.
[35] «[...] I discepoli, risoluti e illuminati dall’accaduto, ripresero il proficuo cammino verso la dimora della citata matrona [Lupa], alla quale riferirono come il re [di Dugio], furioso per la rabbia, avesse voluto dar loro una morte infelice e come Dio avesse agito contro di lui per punirlo. Le chiesero insistentemente, inoltre, di concedere loro, consacrandolo a Dio, il tempietto in passato dedicato agli idoli e la esortarono fermamente a rinnegare quei simulacri foggiati da mani umane, che non potevano essere utili a lei né d’aiuto al altri; i lori occhi, infatti, non potevano vedere, né le orecchie ascoltare o le narici percepire odori, e dunque essi non potevano giovare in alcun modo a nessuno della sua gente. Ma la mente della matrona, fuori di sé anche per il timore che alcuni suoi parenti o affini avessero potuto trovare la morte nell’annegamento delle truppe reali, e perciò incapace – come accade spesso nelle questioni umane –, di pervenire ad una giusta decisione, iniziò a concepire una vana e bizzarra macchinazione, continuando a reputare falso quanto le era stato riferito. E così, mentre i discepoli ancor più fermamente la sollecitavano con le loro umili richieste affinché concedesse loro una piccola parte della sua terra per seppellirvi le spoglie del santissimo apostolo, la matrona architettò un nuovo e maligno stratagemma. Convinta di poterli assassinare con l’astuzia, dunque, si rivolse loro dicendo: “Poiché mi sembra che sia vostra ferma intenzione ottenere ciò, e che non intendete in alcun modo rinunciarvi, ecco: io possiedo alcuni buoi addomesticati su un monte; servitevi di loro per procedere nel vostro intento e per trasportare tutto quanto vi sembri indispensabile per l’edificazione del tempio. Se vi dovesse mancare il cibo, mi occuperò volentieri di fornirlo a voi e a loro”. Avendo ascoltato tali parole, e non essendosi accorti della falsità della donna, i discepoli dell’apostolo la ringraziarono e si misero in cammino. Giunti sul monte, però, videro qualcosa di inaspettato: nel momento in cui ebbero oltrepassato i valichi di quel rilievo, infatti, un immenso drago, che aveva reso deserte le abitazioni vicine a causa delle sue frequenti incursioni, uscì all’improvviso dalla propria grotta e si lanciò sui santi uomini di Dio vomitando fiamme, pronto ad attaccarli e a minacciarli di morte. Quelli, però, lo sfidarono intrepidi ripensando ai dogmi della fede; rimanendo immobili, infatti, lo allontanarono mostrandogli il baluardo della croce. Il drago, incapace di sopportare la vista della croce del Signore, si squarciò nella parte inferiore del ventre. Terminato lo scontro, i discepoli levarono gli occhi al cielo e resero grazie al Re Supremo dal profondo del cuore. Poi, per scacciare definitivamente da quel luogo la moltitudine dei demoni, benedissero l’acqua e la aspersero ovunque, su tutto il monte. Dopo tale evento quel luogo, un tempo chiamato monte Ilicino, che sta a significare “seducente” perché prima di quell’epoca molti uomini, adescati dal demonio, svolgevano proprio lì i loro riti diabolici, fu da loro denominato Monte Sacro, che significa monte consacrato a Dio.
Poco dopo, però, i discepoli videro correre verso di loro i buoi che gli erano stati malignamente promessi: li osservarono in lontananza mentre, selvaggi e muggenti, squassavano barriere con le corna poste sulla sommità del capo e facevano tremare la terra con gli zoccoli. E quando ormai questi sembravano sul punto di attaccarli lungo i pendii montuosi, minacciandoli di una morte crudele con la loro carica ostile, all’improvviso una grande calma e mansuetudine si impadronì dei buoi, tanto che quegli stessi animali, poco prima in procinto di assalire i discepoli per ucciderli efferatamente, adesso, abbassando il capo, appoggiarono invece spontaneamente le loro corna sulle mani dei santi uomini.
I portatori del santo corpo, accarezzando gli animali selvaggi ora divenuti docili, misero loro immediatamente il giogo e, percorsa una scorciatoia, fecero il loro ingresso nel palazzo della donna al seguito dei buoi ridotti all’ubbidienza. Colta da stupore, quella riconobbe i miracoli che si erano verificati e, spinta da quei tre evidenti e incontestabili segni, acconsentì alla loro richiesta.». Il Codice callistino, op. cit., Libro I, Cap. I, pp. 386-387.
[36] Iacopo da Varazze, Legenda aurea, a cura di Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone, Torino, Giulio Einaudi editore, 1995, p. 537.
[37] Il Codice callistino, op. cit., Libro I, Cap. IX, p. 149.
[38] Arlotta G., San Giacomo di Randazzo: iconografia e vicissitudini, op. cit., p. 6.
[39] Nel corso del XVI secolo, la Sicilia fu colpita per ben tre volte da un ondata di epidemia di peste: 1500, 1522-23 e 1575.
[40] «Le pestilenze erano capaci di indurre uno stato di carestia per effetto delle misure di controllo della circolazione d’uomini e merci per prevenire il diffondersi dell’epidemia. Sarebbe il caso della carestia del 1528-29, quando un’annata penuriosa ma non eccezionalmente negativa si trasformò in una grave carestia». Alfani G., Pestilenze e ‘crisi di sistema’ in Italia tra XVI e XVII secolo. Perturbazioni di breve periodo o cause di declino economico?, in «Le interazioni fra economia e ambiente biologico nell’Europa preindustriale secc. XIII-XVIII, Atti della “Quarantunesima Settimana di Studi”, 26-30 aprile 2009», , a cura di Simonetta Cavaciocchi, Firenze, University Press, 2010, nota 7, p. 221.
[41] Nel marzo 1536 vi verificò una violenta eruzione dell’Etna. Lo storico Fazello (1498-1570), testimone oculare della spaventosa eruzione, così descrisse l’inizio dell’evento eruttivo: «il 23 di marzo del 1536, verso il tramontare del Sole, una nube di fumo nero al di dentro rosseggiante coprì la cima dell’Etna, e poco dopo dal cratere, e da nuove aperture fattesi nel contorno, uscì un gran fiume di lava che verso oriente andò a coprire un lago, dove liquefacendosi le nevi che vi erano si formò un grosso torrente che furioso scese con corso arcuto verso Randazzo sommergendo greggi di pecore, animali e tutto ciò che incontrò». Fazelli T., De rebus Siculis decades duae, 1558, pp. 60-62.
[42] Il Codice callistino, op. cit., Libro I, Cap. IX, p. 149.
[43] In araldica immaginaria questo stemma viene attribuito ai Giudei.
[44] Ibidem.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio padre Josè Enrique Rodriguez Sainz, parroco della chiesa di San Nicola, per avermi permesso di esaminare la tavola.
Ringrazio sentitamente Emanuele Pitinzano per la grande disponibilità, pazienza e cortesia dimostratami. Senza di lui l’esame della tavola con la lampada di Wood non sarebbe stata possibile.
Ringrazio con affetto mia sorella Monia e i miei cari amici, Beppe, Silvana, Salvatore, Maria, Tina e Vincenzo, per aver condiviso con me l’indagine notturna.
Il mio più profondo ringraziamento va a Enzo, mio marito, per la sua presenza e l’impareggiabile supporto.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

ALFANI G., Pestilenze e ‘crisi di sistema’ in Italia tra XVI e XVII secolo. Perturbazioni di breve periodo o cause di declino economico?, in «Le interazioni fra economia e ambiente biologico nell’Europa preindustriale secc. XIII-XVIII, Atti della “Quarantunesima Settimana di Studi”, 26-30 aprile 2009», a cura di Simonetta Cavaciocchi, Firenze, University Press, 2010.

ARLOTTA G., Confraternite di San Giacomo in Sicilia, in «Santiago e la Sicilia. Atti del Convegno Internazionale di Studi, Messina, 2-4 Maggio 2003», a cura di Giuseppe Arlotta, Perugia, Edizioni Compostellane, 2008.

ARLOTTA G., San Giacomo di Randazzo: iconografia e vicissitudini, in «Compostella. Rivista del Centro Italiano di Studi Compostellani», n. 30, 2009.

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VÁZQUEZ DE PARGA L., LACARRA J. M., URÍA RÍU J, Las Peregrinaciones a Santiago de Compostela, Madrid, 1948, Tomo I.

VIRZÌ S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol. 2.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie e le illustrazioni riprodotte nell’articolo, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 2: La chiesa di San Giuseppe, in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p.86.

Figura 3: La chiesa di San Giuseppe in una foto degli anni 30, immagine gentilmente postata dall’avvocato Salvatore Manitta, sul gruppo Facebook “Randazzo Tutti in un Gruppo”, <https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10206568113783338&set=gm.101 53975714020883&type=3&theater>, agg. 2016.

Figura 6: Madre di Dio della consolatrice tratta da: La ricostruzione dell’icona costantinopolitana, in «L’immagine sacra nella Chiesa», <http://www.iconografi.it/?p=304>, agg. 2016.

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Casa Lanza: dimora ermetica

“Nascondi in bella vista quel che è segreto”

Innumerevoli sono i misteri custoditi dagli antichi monumenti della città di Randazzo. Edifici all’apparenza normali, difatti, nascondono antiche conoscenze esoteriche abilmente celate agli occhi dei più, decifrabili solo dagli “iniziati” e che oggi sfuggono alla nostra comprensione. Tra questi troviamo Casa Lanza, uno degli edifici nobiliari più singolari della città.

                     DSC04635      IMG_0421 p. 37
Figura 1: Randazzo, Casa Lanza
Figura 2: Il prospetto principale della casa, in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto

Essa è ubicata nel quartiere di Santa Maria all’angolo tra via Guglielmo Marconi (la vecchia via Granatara) e l’omonima via. Il palazzetto prende il nome dalla famiglia Lanza (o Lancia, o Lancea), che ne fu proprietaria dalla metà del XIV secolo.
La famiglia Lancia, originaria del Piemonte, discende dai marchesi aleramici del Vasto.

Albero genealogico della famiglia Lancia

Il primo a portare l’epiteto Lancia[1], almeno dal 1187[2], fu Manfredi I, figlio di Guglielmo del Vasto marchese di Busca, potente feudatario, ma essendosi fortemente indebitato a causa delle spese militari e dei suoi sperperi, fu costretto, negli anni, ad alienare molti possedimenti. Suo figlio, Manfredi II, cercò di riacquistare potere servendo alla causa imperiale. Egli si rivolse al giovane Federico II di Svevia[3], al servizio del quale acquistò subito una grande importanza. Manfredi fu uno dei primi a ricoprire le nuove cariche create da Federico II: nel 1216 fu nunzio di Federico II in Piemonte, nel 1238 era già vicario generale dell’Impero “a Papia superius”[4] e dilectus fidelis dell’Imperatore, tra la fine del 1240 e l’inizio del 1241 assunse la carica di vicario generale dell’Impero “a Papia inferius”[5] la quale prevedeva anche la podesteria di Cremona. Manfredi fu al fianco di Federico dapprima solo sporadicamente – nell’agosto del 1226 a Sarzana, nel luglio del 1230 a San Germano, fine luglio del 1231 a Melfi – poi la sua presenza, da fine dicembre del 1231, fu assidua: accompagnò Federico a Ravenna e a Venezia e in seguito ritornato lo stesso nel Regno di Sicilia, Manfredi lo seguì: fine luglio e primi di settembre è attestato a Menfi, nei primi giorni di dicembre a Precina. Nel mese di marzo del 1233 seguì Federico nelle operazioni militari contro le città ribelli in Sicilia: un diploma rogato nel mese di maggio lo attesta a Messina. Nel mese di settembre del 1234 fu al suo fianco a Montefiascone per combattere una fazione ribelle al papa. È probabile che, nel 1235, Manfredi accompagnò l’Imperatore anche nella sua spedizione in Germania, poiché nel gennaio successivo ebbe l’incarico di condurre prigioniero in Puglia, il ribelle Enrico, primogenito di Federico, destituito da re di Germania. Solo nel 1238 Manfredi rientra nella regione natia.
Manfredi II fu zio di Bianca Lancia la nimis pulchra, ultima moglie di Federico II, da lui sposata in articulo mortis. Quando il marchese si trasferì al seguito di Federico II, molto probabilmente, fu seguito dalla moglie e da alcuni membri della famiglia, pertanto è probabile che l’incontro tra i due amanti sia avvenuto tra il 1226 e il 1230. Certo è che dalla loro unione nacque, nel 1230 Costanza che prese il nome della madre di Federico II, Costanza d’Altavilla, e nel 1232 Manfredi che riprendeva il nome del prozio.
Galvano Lancia, zio di Manfredi e fratello di Bianca, cresciuto alla corte di Federico II, sotto questi fu nel 1240 giustiziere di Sicilia “citra flumen Salsum”, nel 1242 vicario generale della Marca trevigiana, la quale prevedeva anche la podesteria di Padova, capitano generale dell’impero da Amelia a Corneto e nel 1246 stratigoto di Messina. Morto l’imperatore Federico II, Galvano, si recò a Napoli per aiutare il nipote Manfredi nell’acquisizione del Regno di Sicilia. Nel 1251, Manfredi, per ricompensare lo zio dei servigi che aveva reso a suo padre Federico, gli concesse la contea di Butera e gli restituì le terre di San Filippo d’Argirò e di Paternò.
Allontanato, nel 1252, da Corrado IV, fratellastro di Manfredi, rientrò in Italia solo dopo la sua morte, nel maggio del 1254, diventando il più intimo e fidato consigliere del principe. Nel 1256 venne nominato dal nipote signore del Principato nonché Gran Maresciallo del Regno e capitano generale. Prese parte alla drammatica battaglia di Benevento del 1266, dove Manfredi restò ucciso. L’anno dopo si recò in Germania a sollecitare Corradino, ultimo degli Svevi, affinché scendesse in Italia a rivendicare il Regno di Sicilia; nel 1268 fu con lui vinto a Tagliacozzo, fatto prigioniero e decapitato insieme al figlio Galeotto.
Cubitosa d’Aquino[6], qualche anno dopo la tragica morte del giovane marito Galeotto, si trasferì in Sicilia con i figli, dove furono accolti con grandi dimostrazioni d’affetto dalla cugina Costanza, figlia di Manfredi di Sicilia e dal marito Pietro I di Sicilia.
Corrado, figlio di Galeotto e Cubitosa, detto di Castromainardo, fu un valoroso capitano, rivestì la carica di maestro razionale della Magna Curia e quella di secreto di tutta la Sicilia. Fu signore di Castania e da lui discesero, come vedremo, i futuri baroni del Mojo.
Ugone, figlio di Corrado, fu stratigoto di Messina nel 1340 e padre del miles Blasco, il quale nel 1356, quando la città di Messina fu occupata dalle forze angioine, decise di trasferirsi con la sua famiglia a Randazzo[7].
Il 15 settembre 1357 Federico IV di Sicilia(1341-1377), detto il Semplice, scrisse al nobile Blasco Lancia, affinché spedisse al maestro giustiziere Artale Alagona, la procura che doveasi inviare al re di Aragona per ricevere aiuti dallo stesso. Nel 1359 il sovrano ordina all’incaricato della raccolta del denaro in Randazzo, di assegnare, dal primo settembre, al nobile Blasco la rendita di cento once, in vitalizio, sui proventi della sovvenzione di Randazzo, e con il servizio militare di cinque cavalli armati. Il 20 febbraio 1361 re Federico IV intervenne in merito alla controversia intercorsa tra Blasco Lancia e alcuni mercanti genovesi ai quali il Lancia aveva venduto una certa quantità di formaggio in Randazzo, su chi dovesse corrispondere il diritto alla curia di un tarì a cantaro. Il 16 marzo 1361 Blasco ottiene dal re di essere esonerato dalla contribuzione delle tasse in Randazzo perché cittadino di Messina.
Figlio di Blasco fu Manfredi che sposò Rosa Turtureto, figlia di Tommaso barone del Mojo. Dalla loro unione nacque Blasco che per la morte del padre, il 18 febbraio 1453, venne confermato possessore del feudo del Mojo con l’obbligo del servizio militare, dal viceré Simone Beccadelli di Bologna, arcivescovo di Palermo. Anche Blasco ottenne di restare esente dalla contribuzione di qualsiasi tassa in Randazzo.
A Blasco succedette il figlio Manfredi ricevendo l’investitura del feudo il 16 ottobre 1492; questi però lo cedette al fratello Antonio il quale ricevette l’investitura dal viceré De Acuña il 12 settembre 1493. Anche Antonio reclamò il foro della cittadinanza messinese, ma la sua richiesta fu rifiutata.
Morto Antonio, venne investito del feudo, l’8 giugno 1502, il figlio Pietro.
Pietro morì poco dopo, nel 1506, lasciando erede il figlio Antonio, che ricevette l’investitura il 26 marzo di quell’anno, ma a causa della morte di re Ferdinando ebbe una nuova investitura dal viceré De Luna il 5 febbraio 1517.
Pietro, figlio di Antonio, in occasione delle nozze con Aloisia Spatafora, ricevette dal padre il feudo del Mojo come donatio propter nuptias, per il quale venne investito il 31 luglio 1529. Egli morì nel 1563 e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria di Gesù, in fondo al coro a sinistra, dietro l’altare maggiore, dove il figlio Francesco fece erigere il monumento sepolcrale, andato poi perduto, in sua memoria. Esso, così ci viene descritto dal Federico Lancia di Brolo:

«L’elegante avello posa su una base allungata che in centro porta un angelo caricato d’uno scudo incartocciato e stemmato; e ai due lati è inquartata questa poetica epigrafe:

Exigat imperio quovis mors improba fato
Solvere vix iurat vivere quisquis avet

Ha gaie e svelte linee sàgome modanature, e due scudi incartocciati con in centro la seguente iscrizione:

Petro Lanza strenuo equiti Antonii filio, Petri nepoti, Blasci, Alphonsi regis carissimi militis, pronep. clarissima ex equestri primi Corraldi Castrimainardi domini familia, et animi et corporis magnanimitate ac prestantia suorum nulli secundo, Franciscus Lanza filius supraemum hoc ut sibi fatis datum munus patri suavissimo posuit. Decessit anno MDLXIII, et suae etatis 58».

Francesco sposò nel 1559, in Randazzo, in prime nozze, Isabella Sollima, che morì prematuramente nel 1573 ed egli fece erigere in suo onore – di fronte a quello del padre Pietro – un monumento funebre.

IMG_0424 p. 83Figura 3: Monumento funebre di Isabella Sollima, in in una foto, degli inizi del Novecento, pubblicata dal De Roberto

Federico Lancia di Brolo riferisce che esso, di cui oggi resta solo una fotografia pubblicata dal De Roberto, era «il più elegante di quanti ne esistono in Sicilia di quell’epoca del cinquecento» e così lo descrive:

«Lo zoccolo mostra in centro uno scudo ellittico cimato da vezzosa testolina d’angioletto, orlato da cornici policromiche, e accantonato da ambi i lati da tre satiri annicchiati sotto l’embrice. L’avello ha il fronte spartito in tre cassettoni, su cui svolgesi un fascione a basso rilievo di trofei militari, terminato in due mascheroni leoneschi, e sormontato dallo scudo che porta inquartato nel suo campo l’arme dei Lancia e dei Sollyma. Questo sorge in centro al coperchio a volta, lungo il cui embrice siedono attergate a sinistra una figura muliebre dormiente, a cui piedi posano una maschera e una civetta, e a destra un giovane [seduto con affianco un leone accovacciato N.d.A.] con a piè una maschera e un gallo; simboliche immagini che rammentano per le mosse e pel concetto le Michelangiolesche della cappella Laurenziana dei Medici. In alto ammorsato nel muro sta un altro stemma simile col leone per sopratutto, e nell’abisso la luna ottomana, emblema di gesta navali. Leggesi nei tre scompartimenti dell’arca suddescritta:

Et tenebras splendore vincit
Sola virtus nescit occasum

D.O.M. Isabellae Sollimae Ioannis filia, Nicolai nep. magni illius Antonini pron., pietate insigni pudicitia incomparabili ac morum suavitate illustri, quae cum annis fere XIV unanimi consensu ac sine quaerela cum conjuge amantissimo vixisset diem clausit pridie kal augusti an. MDLXXIII.

E sotto l’embrice in mezzo al basamento:

Franciscus Lancea una adhuc animo vivens ac corpore iterum victurus conjugi dulcissimae immatura morte praereptae pietatis et amoris ergo P. Hoc in tanto moerore solatium consequtus quod cum omnibus ex aequo mors fatalis sit non sero sed christiane mori solidam felicitatem esse plane cognosceret».

Francesco, quando i rappresentanti del Governo volevano infeudare la città di Randazzo, fu inviato a Palermo, come rappresentante della Città, nel tentativo di persuaderli da tale decisione. Le trattative, grazie al suo acume e alla donazione di 4000 scudi offerti dalla città di Randazzo, portarono, il 4 novembre 1577, a un accordo, con il quale venne stabilito che «nunquam possit ipsa civitas Randatii a regio demanio separari».
Alla sua morte volle essere sepolto nel mausoleo della moglie Isabella, ordinando che all’interno della cappella fosse posta la statua marmorea della Vergine Maria con il bambino in braccio, che si trovava nella sua casa di Palermo[8].

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Figura 4: La statua marmorea della Vergine Maria nella sua ubicazione originaria in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 5: Chiesa di San Martino, statua della “Madonna delle Grazie”

Il Lancia di Brolo riferisce che: «questa sacra immagine di casa Lancia, pregevole per magisterio d’arte e per lo singolare suo atteggiamento, con devoto culto il popolo randazzese venera; ne celebra solennemente la festa annuale, e copia di voti e di ceri le apporta». Attualmente la statua della Vergine è conservata nella chiesa di San Martino.

Il palazzetto presenta elementi architettonici ascrivibili al XIV secolo ma fu profondamente e più volte rimaneggiato nel corso dei secoli.
Probabilmente fu il miles Blasco Lancia a farlo erigere quando nel 1356 da Messina si trasferì a Randazzo.
Esso, rappresenta per la sua struttura architettonica il momento di passaggio tra la casa-torre medievale e il palazzetto rinascimentale.
L’edificio si presenta a pianta rettangolare, disposto su due livelli, con strutture murarie esterne in pietra lavica di diverse dimensioni. La facciata principale si affaccia su via dei Lanza.

IMG_0419 p.158Figura 6: Rilievo architettonico di Casa Lanza eseguito dal Leopold

Al piano terra si aprono due portali in conci di pietra lavica con arco a sesto acuto, di diversa grandezza: uno dava accesso diretto all’interno dell’edificio, l’altro (oggi trasformato in finestra) immetteva nei locali di servizio. Fra i due portali si aprono due monofore a feritoia, in conci squadrati di pietra lavica, che conferiscono all’edificio un aspetto severo e difensivo. Il piano nobile è alleggerito da tre ampie finestre a bifora su archi a sesto acuto con oculus centrale, oggi murate. Una cornice marcapiano, in pietra lavica, ad archetti trilobati poggianti su peducci di arenaria, separa il pianterreno dal piano nobile.

DSC04636Figura 7: La cornice marcapiano

I motivi raffigurati sulla cornice marcapiano presentano una particolarità: a fianco dei motivi floreali e fitomorfi troviamo figure antropomorfe (uomo meditante), zoomorfe (testa d’onagro, rana, polpo e capra[9]), geometriche (come la stella) e oggetti inanimati (come la campana e vasi), che richiamano alla mente antiche conoscenze esoteriche e alchemiche.

La campana identifica il suono della vibrazione primordiale che si svolge in sette note musicali e per questo rappresenta l’unione fra il cielo e la terra.

DSC03755Figura 8: La campana

Essa è legata a rituali magici e religiosi: il suo suono ha il potere di allontanare le energie negative e attrarre quelle positive, per questo motivo a essa è riconosciuto il potere di purificare ed esorcizzare. L’oscillare della campana simboleggia gli estremi del bene e del male, di morte e immortalità. Altresì, essa, per via della sua forma, rappresenta la fertilità, come simbolo di riproduzione e rinascita.

Alquanto enigmatica è l’effigie della testa d’onagro con le corna.

DSC03757Figura 9: La testa d’onagro con le corna

L’asino, e il suo parente selvaggio, l’onagro, assume significati simbolici ambivalenti, a seconda delle culture e dell’epoche.
Per gli Ittiti e gli Hyksos, esso era considerato un animale sacro, simbolo di regalità e sapienza, poiché dotato di orecchie lunghe, le quali costituiscono per la dottrina brahmanica, l’organo attraverso il quale si accede alla conoscenza del mondo invisibile.
Presso gli Egizi, questo animale assume una accezione negativa, diventando una bestia infernale e malvagia, simbolo della lussuria, della morte e del mondo sotterraneo in quanto legato al mito isiaco. Secondo il mito, raccontato nei Testi delle Piramidi e da Plutarco nel suo De Iside et Osiride, Seth – rappresentato con una testa d’asino – uccise e smembrò il fratello Osiride in quattordici pezzi che disperse in tutto il mondo.

Egypt_Mythology_SetFigura 10: Luxor, Valle dei Re, Tomba di Thutmosis III, Raffigurazione di Seth

Iside si mise alla ricerca delle membra del marito e ricostruì il suo corpo. L’asino fulvo era una delle entità più temibili tra tutte quelle che l’anima del morto doveva incontrare nel suo percorso verso l’aldilà.
Per i Caldei era messaggero di morte mentre i Greci sacrificavano asini ad Apollo, dio che punì re Mida facendogli crescere le orecchie d’asino, per aver preferito la musica di Pan alla sua: le orecchie asinine qui, diventano simbolo della sapienza dell’iniziato, che raggiunge il massimo sviluppo interiore. Essi associarono l’asino a Saturno, in relazione con la terra, la materia e la fine delle cose.
Gli Ebrei ritenevano questo animale speciale, perché, secondo il Talmud, esso è una delle dieci cose create dal Signore alla fine del sesto giorno della creazione del mondo e per questo destinato ad apparire nei momenti più importanti della loro vita religiosa. Sansone uccise mille Filistei con una mascella d’asino[10]. Famosa è l’asina di Balaam[11], il mago che Dio trasformò in profeta, è l’unica in grado di vedere l’angelo del Signore[12], divenendo così ponte tra i due mondi.
Anche nel mondo cristiano l’asino ha valenza positiva e nel Vangelo è presente in molti episodi: un asino riscaldò, insieme al bue, il bambino Gesù nella grotta; venne cavalcato da Maria durante la fuga in Egitto e da Gesù quando entrò, trionfante, a Gerusalemme, la Domenica delle Palme. Una leggenda medievale vuole che per quest’ultimo episodio, l’animale porti sulla schiena una specie di croce nera.
I Greci giudicavano l’asino un animale libidinoso mentre i Romani usavano il termine asino per definire un uomo poco intelligente.
L’asino, simbolo sia di sapienza come di ignoranza, è altresì simbolo di trasformazione. Nelle Metamorfosi (nel medioevo diventate L’asino d’oro) di Apuleio, Lucio, il protagonista, mutato in asino perché schiavo dei piaceri e dell’ignoranza mista tuttavia a curiosità verso la magia, deve superate svariate prove, per ritornare alla forma umana, grazie all’intercessione di Iside (la Sapienza). L’allegoria è adoperata per indicare che la materia grezza (asino), deve subire un graduale processo di trasformazione affinché raggiunga un livello di coscienza e conoscenza superiore.
Nel Medioevo la figura dell’asino era fortemente divisa tra bene e male. La maggior parte dei bestiari medievali evidenziano la stoltezza e la caparbietà dell’asino, ma anche la sua condiscendenza, altri invece, tra i quali il “Bestiario di Cambridge” attribuiscono a questo animale, più spesso all’onagro, significati demoniaci.
L’immagine cui forse la nostra effigie s’ispira è menzionata nel Liber monstrorum – redatto intorno al VIII secolo, in cui vengono descritti fascinosi mostri umani, belve fantastiche e serpenti prodigio –, il quale riporta «che nei deserti della Persia, insieme con altri incredibili prodigi, ci siano onagri con corna di bue e con corpi smisurati»[13]. La fonte diretta da cui l’ignoto compilatore, attinse la notizia, fu L’Epistola de rebus in Oriente mirabilibus[14]: «Hascellentia Babiloniam profiscentibus habet stadia IX, quae subjacet regionibus Medorum, omnibus bonis plena. Hic locus serpentes habet capita bina habentes, quorum oculi nocte sicut lucerne lucent. Nascuntur et ibi onagri cornua boum habentes, forma maxima hi»[15].
Nell’ambito alchemico l’asino appare quale simbolo della materia prima dell’Opera, la pietra grezza da trasformare.

Assai singolare è altresì la figura antropomorfa che raffigura un uomo in posizione meditativa: seduto a gambe incrociate con entrambe le mani appoggiate su di esse.

DSC03762Figura 11: L’Uomo meditativo

Probabilmente essa rappresenta l’iniziato che ha raggiunto la gnosis, l’illuminazione, la perfezione, la sua completa iniziazione. L’alchimista che ha realizzato l’Opus Magnum, ottenendo la trasmutazione di se stesso.

La rana è simbolo di rinascita e rinnovamento ma anche d’iniziazione e metamorfosi, dal momento che da uovo diventa girino e infine rana.

DSC03764Figura 12: La rana

Essa, essendo un animale anfibio, si lega all’acqua, associata all’idea della vita, e alla terra, correlata alla materia.
In molte culture antiche questo animale era un simbolo positivo.
Nell’antico Egitto, la rana, considerato un animale sacro, era emblema della creazione e della fecondità sia per il suo legame con l’acqua, che con la dea delle nascite Heqet (o Heket), rappresentata sia come una donna con testa di rana, che dall’animale stesso.

HeketFigura 13: Dendera, Mammisi, Raffigurazione della dea Heket

I Greci e i Romani credevano che, in quanto animale anfibio, fosse capace di attraversare la soglia tra due mondi.
Per gli Ebrei, al contrario, la rana è considerata un animale “impuro”.
Nel modo cristiano questo animale assunse un duplice significato: poiché si riteneva che rinascesse ogni anno in primavera, essa, inizialmente, divenne il simbolo della Resurrezione. In seguito acquisì una valenza negativa, ciò derivò dalla rielaborazione sia del racconto dell’Esodo, dove un’invasione di rane costituì la seconda piaga d’Egitto[16], che dall’Apocalisse, dove è associata al male: «dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane»[17]. Sulla scia di quest’ultima, alcuni Padri della Chiesa, per la sua abitudine di sguazzare nel fango e per il suo sgradevole e insistente gracidare, ci videro un simbolo del diavolo o del pensiero eretico. Successivamente divenne anche immagine della lussuria, dell’invidia e dell’avarizia.
Durante il Medioevo questo animale è stato associato con il mondo della magia e della stregoneria.
Nell’ambito alchemico la rana rappresenta la “materia prima”, in quanto elemento legato alla terra.

Il polpo simboleggia l’astuzia e il sapere; simbolo della natura allo stato embrionale.

DSC04630Figura 14: Il polpo

Esso, fin dall’antichità, fu associato alla primigenia comparsa della vita o alla sua perpetuazione.
Nell’antica Grecia il polpo, insieme col granchio e il gambero, fu connesso al segno zodiacale del Cancro, segno in cui cade il solstizio d’estate, associato alla Janua Inferi, ossia la porta dell’Inferno, pertanto talvolta assunse un senso negativo.
Nel simbolismo cristiano, questo animale rappresenta il demonio che raggira le anime con lusinghe, le avvolge nei suoi tentacoli e le divora.
Qui, il polpo è raffigurato con sei tentacoli. Il sei, numero perfetto e dell’armonia, per François Arnauld «evoca la prova iniziatica, la scelta fondamentale che implica l’impegno attivo dell’iniziato a seguire la via dell’elevazione spirituale, senza disperdersi in illusioni»[18].

La stella a sette punte è posta sopra un arco, che simboleggia la volta celeste. La stella rappresenta la ricerca della conoscenza.

DSC03766Figura 15: La stella a sette punte

Il simbolo della stella a sette punte o Eptagramma chiamata anche stella di Venere, è un segno esoterico la cui interpretazione risulta molto complessa.
L’Eptagramma si lega al simbolismo del numero sette – numero sacro per eccellenza – e rappresenta le sette sfere celesti, le sette gerarchie angeliche, le sette note musicali, che rappresentano insiemi perfetti, l’Armonia.
Esso è il simbolo del “Tutto” poiché fusione tra cielo (tre) e terra (quattro), tra divino e uomo. Nel simbolismo esoterico il suo centro rappresenta la comunicazione tra mondi diversi.
La stella a sette punte è chiaro simbolo dell’Opera alchemica. Essa, è presente in una delle formelle della cattedrale di Amiens, in Piccardia.

champagne_amiens_astre_ipgFigura 16: Cattedrale d’Amiens. L’astro dai sette raggi

Il bassorilievo illustra una scena d’iniziazione: il Maestro indica ai tre discepoli una stella a sette punte, per il Fulcanelli l’astro ermetico «la stella tradizionale che serve da guida ai Filosofi e indica loro la nascita del figlio del sole», egli conclude, altresì, ricordando l’arcano motto di Nicolas Rollin, cancelliere di Filippo il Buono, dipinto, nel 1447, sul rivestimento dell’ospedale di Beaune, di cui fu il fondatore. Questo motto, presentato alla maniera di un rebus – Seulle ★(a sette punte) – secondo Fulcanelli «manifestava la scienza del suo possessore col segno caratteristico dell’Opera, l’unica, la sola stella»[19].
Il monaco benedettino, Basilio Valentino, alchimista medievale, nel suo Azoth, la raffigura inscritta in un cerchio, all’interno del quale si trova la frase: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (V.I.T.R.I.O.L.), che vuol dire “Visita l’interno della terra e rettificando troverai la pietra nascosta”.

lesdovzeclefsdep00basi_0350 p. 179

Figure 17-18: Immagini alchemiche che rappresentano il V.I.T.R.I.O.L.

Un invito a trovare dentro sé stessi il proprio perfezionamento interiore per raggiungere la “Pietra dei Filosofi”, la Conoscenza, la Saggezza.
Per l’alchimista Thomas Vaughan (alias Eugenio o Ireneo Filalete), la materia della Pietra Filosofale «quando cade la notte, brilla come una stella e illumina le stanze oscure»[20].

La capra è un animale dal forte valore simbolico ed esoterico.

DSC03776Figura 19: La capra

Presente in tutte le culture del mondo, ha assunto, fin dall’antichità, un duplice significato, sia positivo che negativo.
Presso molti popoli dell’antichità la capra era considerata un animale sacro, simbolo di abbondanza e di fertilità.
Nella mitologia greca la capra Amaltea fu la nutrice del piccolo Zeus che la madre, Era, aveva nascosto nell’isola di Creta per proteggerlo dal padre Crono che divorava i propri figli. Zeus, divenuto adulto e re degli Dei, la immortalò fra le stelle della costellazione del Capricorno e a una delle sue corna, che si era spezzata, diede il potere di procurare, agli uomini cibi, bevande e prosperità. Il corno rotto di Amaltea divenne così la cornucopia, simbolo dell’abbondanza. La capra era uno degli animali sacri a Dionisio, figlio di Zeus e Semele.
Nella l’antica Creta, la Dea Madre era generalmente raffigurata come una capra che allatta un bambino, mentre alcuni popoli delle sponde orientale e settentrionale del Mediterraneo, fecero di questo animale, per l’acutissima vista, uno degli emblemi dell’Iniziazione.
Per la legge ebraica la capra è un animale “puro”, quindi può essere macellato per essere mangiato e, in passato, usato per i sacrifici.
Nella religione cristiana questo animale assunse un significato negativo e venne associato al demonio, spesso raffigurato con sembianze da caprone antropomorfo.
In alchimia la capra è simbolo della Grande Opera.

I tre vasi, di cui uno a forma di cuore, rappresentano sia il crogiolo alchemico[21], chiamato anche Athanor, che le tre fasi dell’opera alchemica[22].

DSC03778Figura 20: I tre vasi

“La materia prima”, mescolata con lo zolfo e il mercurio, era posta dall’alchimista in un crogiolo e fatta cuocere nel forno alchemico, dove si trasformava gradualmente, passando attraverso tre fasi – Nigredo, Albedo e Rubedo – in Pietra Filosofale.

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Figure 21-22: Crogioli alchemici

In definitiva, appare evidente che il committente, depositario di conoscenze riservate ai pochi, volle celare un qualche messaggio ermetico decifrabile solo da chi era in grado di poterlo leggere e comprendere.

NOTE

[1] Secondo alcuni cronisti e storici l’appellativo “Lancia” gli era stato attribuito perché, in gioventù, Manfredi (I) era stato lancifero presso la corte dell’imperatore Federico Barbarossa. Il cronista piemontese Antonio Astesano, trattando della cessione di Castagnole e Loreto fatta da Manfredi marchese di Busca alla città di Asti, nel 1206, racconta, altresì, perché Manfredi fu detto Lancia: «Affinché non ti sia celato (o lettore) perché Manfredi marchese di Busca sia stato detto Lancia apprendilo da queste mie parole; mentre questo giovinetto era paggio portatore della lancia dell’Imperator Federico Barbarossa e di giorno e di notte seguivalo sempre, una volta mentre cavalcava dentro forti selve durante una buja notte, fu colto dal sonno, e la lancia che sempre inalberata tenea si ruppe fra i duri rami del bosco. E perché allora per accidente la lancia gli si ruppe in mano, come se avesse contro fieri nemici pugnato, fu dalla gente d’arme a lui compagna soprannominato Lancia, quasi per ischerzevole detto; ma cotal nome gli restò appiccato per sempre». (Lancia di Brolo F., Dei Lancia di Brolo. Albero genealogico e biografie, Palermo 1879, p. 27 nota 1) Altri, invece, avanzano la suggestiva ipotesi che l’epiteto fosse stato già dato a qualche membro della famiglia che partecipò alle Crociate e che riportò la Sacra Lancia (Ivi, p. 27).
[2] Il marchese, appare per la prima volta come Manfredum Lanceam, in un documento datato 14 febbraio 1187, riportato dal Codice Astese. Merkel C., Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana nell’epoca Sveva, Torino, 1886, pp. 16-17.
[3] É probabile che Manfredi abbia incontrato Federico II, nel 1212, quando questi in viaggio verso Francoforte, dove sarebbe stato incoronato re di Germania, passò dal Piemonte.
[4] Federico II, nel 1238, divise la Lombardia in tre Vicariati: il primo detto a Papia superius, il secondo a Papia inferius e il terzo fu quello della Marca trevigiana. Il vicariato da Pavia in su sottopose alla giurisdizione di Manfredi le città di Pavia, Vercelli, Tortona, Novara, Asti ed Alba nonché i marchesi e i castellani che nella stessa regione avevano feudi imperiali. Ivi, pp. 159-160.
[5] Da Pavia in giu.
[6] Figlia di Tommaso d’Aquino, figlio di Adenolfo, e Margherita, figlia naturale di Federico II di Svevia.
[7] Così scriveva re Federico IV di Sicilia ai secreti di Randazzo: «Civitatem Messanam ejus patriam occupatam per hostes nostros antiquos cum suis amplis facultatibus in ea positis dereliquit, nostramque sequtus est excellentiam in adversis [...] et culmini nostro gessit cum tota animi puritate, grataque satis et accepta servitia per eum praestita dictis dominis progenitoribus et fratri nostro regibus, atque nobis.
Ante occupationem dictae civitatis per ostes et rebellos nostros cum ejus uxore et familia recessit, et in terra Randatii commoravit usque ad praesens». Lancia di Brolo F., Dei Lancia di Brolo, op. cit., p. 122.
[8] «Dicta ejus capella integre expediatur, et ibi mittatur imago gloriosae virginis matris Mariae lapidis marmoreae, ad praesens existens in hac urbe Panormi in domo in qua habitat». Ivi, p. 180.
[9] La fessura ben visibile dello zoccolo indica chiaramente che si tratta di una capra.
[10] La Sacra Bibbia, Edizione ufficiale della C.E.I., Roma, CEI-ULCI, 2001, Giudici 15, 14-16.
[11] Alcuni autori antichi, tra cui Origene, tendono a identificare Balaam con Zarathustra.
[12] Sulla medesima asina Abramo avrebbe portato sul monte la legna destinata al sacrificio di Isacco e su essa la moglie e i figli di Mosè sarebbero andati nel deserto. Collin de Plancy J., Dictionnaire Infernal, Paris, 1863, ad vocem Ane, p. 33.
[13] Liber monstrorum, introduzione, edizione, versione e commento di Franco Porsia, Bari, Dedalo libri, 1976, pp. 224-225.
[14] Stilata tra il VI e il VII secolo, è conosciuta anche con i titoli di Lettera all’imperatore Adriano sulle Meraviglie dell’Oriente o di Epistola Premonis regis ad Traianum imperatorem.
[15] Faral E., Une source latine de l’Histoire d’Alexandre. La lettre sur les merveilles de l’Inde, in «Romania. Recueil trimestriel consacré a l’étude des langues et des littératures romanes», 43e année, Paris, 1914, p. 354.
[16] La Sacra Bibbia, op. cit., Esodo 8, 1-11.
[17] Ivi, Apocalisse di Giovanni 16, 13.
[18] Arnauld F., Numerologia. Significato dei numeri e loro interpretazione, seconda edizione, Rifreddo (Cuneo), Edizioni R.E.I., 2015, p. 30.
[19] Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali e l’interpretazione esoterica dei simboli ermetici della grande opera, Roma, Edizioni Mediterranee, 2005, p. 251.
[20] Philalethen E., Lumen de lumine Oder Ein neues Magisches Licht, Hamburg, 1693, p. 80.
[21] Trattasi di un vaso aperto, una ciotola, un mortaio o un calderone aperto all’esterno ma capace di contenere della materia.
[22] Il numero delle fasi dell’opus alchemico varia, a seconda dei trattati, da tre a cinque.

FONTI ARCHIVISTICHE

Archivio di Stato di Palermo, Fondo Regia Cancelleria, Vol. 4, ff. 177v- 178r.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

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COOPER J. C., Dizionario dei simboli: tradizionali di tutto il mondo, traduzione e cura di Silvia Stefani, Padova, Franco Muzzio Editore, 1987.

FARAL E., Une source latine de l’Histoire d’Alexandre. La lettre sur les merveilles de l’Inde, in «Romania. Recueil trimestriel consacré a l’étude des langues et des littératures romanes», 43e année, Paris, 1914.

FULCANELLI, Il mistero delle cattedrali e l’interpretazione esoterica dei simboli ermetici della grande opera, Roma, Edizioni Mediterranee, 2005.

GUÉNON R., Simboli della scienza sacra, Traduzione di Francesco Zambon, Milano, Adelphi, 1975.

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LANCIA DI BROLO F., Dei Lancia di Brolo. Albero genealogico e biografie, Palermo 1879.

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MASPERO F., Bestiario antico, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 1997.

MERKEL C., Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana nell’epoca Sveva, Torino, 1886.

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SAN MARTINO DE SPUCCHES, F., La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di sicilia dalla loro origine ai nostri giorni (1925), Palermo, 1927, vol. V, quadro 597.

SELLA Q., Codex Astensis qui de Malabayla communiter nuncupatur, Roma, 1887, vol. I.

FONTI INTERNET

CARDINI F., Mostri, belve, animali nell’immaginario medievale: L’asino, <http://www.mondimedievali.net/Immaginario/Cardini/asino.htm >, agg. 2016.

IERACE G. M. S., L’ano dell’asino, <http://www.associazioneletarot.it/page.aspx?id=489>, agg. 2016.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 2: Il prospetto principale della casa, in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 37.

Figura 3: Monumento funebre di Isabella Sollima, in in una foto, degli inizi del Novecento, pubblicata dal De Roberto, tratta da: Ivi, p. 83.

Figura 4: La statua marmorea della Vergine Maria nella sua ubicazione originaria in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: Ivi, p. 81.

Figura 6: Rilievo architettonico di Casa Lanza, tratto da: Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 158.

Figura 10: Luxor, Valle dei Re, Tomba di Thutmosis III, Raffigurazione di Seth, immagine tratta da: <https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Egypt.Mythology.Set.jpg>, agg. 2016.

Figura 13: Dendera, Mammisi, Raffigurazione della dea Heket, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Heket#/media/File:DendaraMamisiKhnum-10.jpg>, agg. 2016.

Figura 16: Cattedrale d’Amiens. L’astro dai sette raggi, tratta da: Fulcanelli, Le mystère des Cathédrales et l’interprétation ésotérique des symboles hermétiques du grand oeuvre, Paris, 1926, Pl. XXVII.

Figure 17-18: Immagini alchemiche che rappresentano il V.I.T.R.I.O.L., tratte da: Basile Valentin, Azoth. Ou le Moyen de faire l’Or caché des Philosophes, Parigi, 1659, pp. 146, 179.

Figure 21-22: Crogioli alchemici, immagine tratta da: Idem, Les Dovze clefs de philosophie de frère Basile Valentin, traduction francoise, Paris, 1660, clef VI; Adam McLean, Il vaso alchemico come simbolo dell’anima, <http://www.kuthumadierks.com/pageopen.asp?r=trio&id=176>, agg. 2016.

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La chiesa e il convento di San Francesco dei Frati Minori Conventuali a Randazzo

A padre Giacomo Rosa di Randazzo (1472-1548)
«huomo di molta eruditione, e di molta fama»

L’Ordine dei Frati Minori Conventuali[1] fu fondato da Francesco d’Assisi (1182-1226) a Rivotorto, presso Assisi, il 16 aprile 1208-1209[2]. Nel 1209 San Francesco insieme ai suoi primi compagni si presentò a papa Innocenzo III, ottenendo l’approvazione a vivae vocis oracolo[3] della Formula vitae[4], la primitiva Regola (o protoregola) – basata su alcuni passi evangelici – ed il permesso di predicare e di condurre vita comune in povertà. Solo più tardi, papa Onorio III, in seguito al Concilio Lateranense IV, riconobbe ufficialmente l’Ordine approvandone la Regola definitiva[5] con la bolla pontificia Solet annuere, emanata il 29 novembre 1223[6].
In forza dell’assenso di papa Innocenzo III, l’ordine francescano iniziò a diffondersi anche in altre regioni d’Italia. Tradizionalmente i frati Minori arrivarono in Sicilia intorno al 1212 stabilendosi nella città di Messina, dove l’archimandrita dei Basiliani del SS. Salvatore mise a loro disposizione la chiesetta di San Leone, circa tre miglia dalla città. Qualche anno più tardi, nel 1216, i frati si avvicinarono alla città, stabilendosi a ridosso delle mura urbiche, presso la chiesa di Sant’Orsola, accanto alla quale costruirono il loro convento[7]. Il primo accenno della presenza dei francescani in Sicilia è quello di Jacques de Vitry, vescovo di San Giovanni d’Acri, il quale in una sua missiva dell’ottobre del 1216, scrisse che i frati Minores «s’incontrano una volta l’anno nel luogo stabilito per gioire nel Signore e mangiare insieme. Qui, avvalendosi del consiglio di uomini buoni, formulano e promulgano le loro sante leggi e confermate dal papa. Dopo di che si disperdono durante tutto l’anno per la Lombardia, la Toscana, la Puglia e la Sicilia»[8].
La Vita Prima di Antonio (1195-1231) ci informa che i frati Minori messinesi, nella primavera del 1221, ospitarono Antonio di Padova, che reduce dall’infelice missione in Terram Saracenorum, a causa di una furiosa tempesta, fu costretto ad approdare sulla costa messinese. Stremato e in precarie condizioni di salute per via della febbre malarica contratta durante la missione, venne curato dai francescani messinesi[9]. Tradizioni tardive, riferiscono di un non ben documentato ritorno in Sicilia, in anni successivi[10], durante il quale Antonio avrebbe fondato diversi conventi[11].
Inizialmente gli insediamenti siciliani fecero parte della Provincia Calabriae[12] e solo in un secondo momento, ante 1236[13], probabilmente nel Capitolo di Assisi del 1230, venne disposto il loro accorpamento in una Provincia autonoma. In ogni caso la sua autonomia è certa dal Capitolo di Anagni del 1239, presieduto da papa Gregorio IX[14]. Dalla Series Provinciarum Hispanica (ca. 1263-1270), contenuta nel codice Londinese 24,641, pubblicata dal Golubovich, apprendiamo che la Provincia Sicilie era suddivisa in quattro Custodie[15] comprendenti 15 loca (conventi)[16]. A tali Custodie nel Capitolo Generale di Pisa del 1272, ne venne aggiunta una quinta[17].
Il Provinciale Ordinis Fratrum Minorum[18], redatto tra il 1334 e il 1339[19], ci fornisce il numero, il luogo e il nome sia delle Custodie che degli insediamenti della provincia francescana di Sicilia. Da esso apprendiamo che mentre le Custodie restano fissate a cinque, gli insediamenti francescani da quindici passarono a venticinque, così suddivisi: Custodia di Messina: Messina, Catania, Randazzo, Taormina, Patti; Custodia di Palermo: Palermo, Termini, Cefalù, Corleone, Polizzi, Castelbuono; Custodia di Siracusa: Siracusa, Lentini, Noto, Ragusa, Caltagirone; Custodia di Agrigento: Agrigento, Licata, Gela, Piazza, Enna; Custodia di Trapani: Trapani, Marsala, Salemi, Mazzara[20].
Non è certo quando i frati francescani s’insediarono a Randazzo.
Una tradizione, non storicamente provata, fa risalire la fondazione del convento di San Francesco al XIII secolo, attribuendola a Sant’Antonio di Padova[21], attribuzione poco credibile in quanto, come accennato in precedenza, Antonio, durante la sua permanenza in Sicilia, era in precarie condizioni di salute per cui difficilmente avrebbe potuto attendere alla fondazione del convento. Mentre un suo ritorno in Sicilia, sarebbe inconciliabile con la cronologia antoniana[22].

1001425_700903073257535_646192432_n  Figura 1: Randazzo, Convento e chiesa di San Francesco in una cartolina di inizio XX secolo

Lo storico francescano fra Pietro Ridolfi da Tossignano (†1601), attribuisce erroneamente, la fondazione del cenobio a Elisabetta di Carinzia (ca. 1303-ca. 1352), regina di Sicilia, madre di Ludovico (1335/37-1355) e Federico IV[23] di Sicilia (1341-1377), che dopo aver ottenuto il permesso da papa Clemente VI, di poter costruire un locus[24] ai piedi del monte Etna, nel 1334, fa erigere, a Randazzo, il convento dedicato a San Francesco[25].
In realtà le notizie rese dal Ridolfi sono storicamente inesatte in quanto la regina Elisabetta, nel 1334, non avrebbe potuto impetrare la volontà di erigere il cenobio randazzese a Clemente VI, perché esso fu assurto al soglio pontificio il 7 maggio del 1342, tant’è che il Wadding (1588-1657), appurata l’incongruenza di tale datazione, avanza la data del 1343[26].
Ad ogni modo, le date indicate dal Ridolfi e dal Wadding risultano contraddette sia dal Provinciale, risalente al 1334, che da un documento notarile redatto il 15 settembre del 1320, dal notaio De Pandolfo Simone, in cui risulta che il frate francescano Filippo Russello da Messina, con il consenso del Guardiano del convento dei Minori di Randazzo, riceve da Fiore, vedova di Tommaso de Balsamo, la somma di 2 once in esecuzione di un legato testamentario disposto dal suo defunto marito[27]. L’atto risulta di estrema importanza in quanto attesta che il convento a quella data era già stato fondato e posto sotto la guida di un Guardiano.
Lo storico conventuale Filippo Cagliola (1603-1653), in polemica con il Ridolfi e il Wadding per le contraddizioni riscontrate, riporta le date del 1226 e del 1308. La data del 1226, lo storico francescano la vide incisa su una trave del convento, mentre quella del 1308 si trovava incisa sul bordo della vecchia campana del campanile della chiesa[28].
In assenza di prove contrarie, non c’è motivo di dubitare su tale cronologia, quindi alla luce di quanto finora esposto, si può supporre che il complesso conventuale sia stato costruito intorno al 1226 e terminato probabilmente nel 1308, poiché è noto che la campana costituisce l’arredo generalmente posto per ultimo in una chiesa. Ciò tuttavia, non esclude l’eventualità che la regina Elisabetta, durante il suo soggiorno in Città, abbia ampliato e abbellito il convento. Altri interventi si ebbero intorno al 1610 e al 1637, come testimoniano la data posta sopra la serliana del prospetto settentrionale e la data incisa sulla chiave di volta dell’arco a tutto sesto di pietra lavica che dà accesso alla scalinata che conduce ai piani superiori.

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Figura 2: Serliana del prospetto settentrionale
Figura 3: La data del 1610 incisa sopra la serliana
Figura 4: L’arco in pietra che dà accesso alla scalinata, sulla cui chiave di volta è incisa la data del 1637

Tra il 1307 e il 1310, il convento di San Francesco ospitò il beato Gerardo Cagnoli.

BeatoGerardoCagnoli  Figura 5: Il Beato Gerardo Cagnoli

Bartolomeo da Pisa[29] (†1401) nel De conformitate vitae beati Francisci ad vitam Domini Iesu, composto tra il 1385 e il 1390, riporta che Gerardo nacque a Valenza (Alessandria), dopo la morte dei genitori, abbracciò la vita eremitica e visse da pellegrino, mendicando e visitando i santuari. Prima tappa del suo pellegrinaggio fu Roma, poi si recò a Napoli e, infine, passò in Sicilia, dove si stabilì sulle falde dell’Etna. Colpito dalla fama di santità del francescano Ludovico d’Angiò (1274-1297), vescovo di Tolosa, Gerardo decise di abbandonare la vita eremitica ed entrò nell’Ordine dei Minori a Randazzo, dove fece il noviziato e visse per qualche tempo. Durante la sua permanenza presso il convento, il Beato si rese autore di un avvenimento prodigioso. Racconta, infatti, Bartolomeo da Pisa che nel giorno di Pasqua il cuoco del convento si ammalò ed il guardiano Alphacum de Messana[30], ordinò che a sostituire tale mansione fosse frate Gerardo, il quale mentre stava in una cappella a pregare, accettò la commissione abbassando il capo. Il frate, però, si trattenne in chiesa sino all’ora Terza, in cui si cantava la messa. Vedendolo frate Corrado[31], procuratore del convento, andò a lamentarsi con il Guardiano, chiedendo spiegazioni sul perché in una festa così importante ancora non era stato acceso il fuoco nella cucina. Il Guardiano s’infuriò e recatosi nella cappella trovò frate Gerardo che proseguiva nelle sue orazioni con gran pace e tranquillità del suo animo, e domandatogli il perché non avesse ubbidito al suo ordine, il Beato lo rassicurò dicendogli di stare tranquillo che ai frati non sarebbe mancato da mangiare, e se ne andò in cucina chiudendosi dentro. Qui aiutato da un bellissimo giovane, visto da alcuni frati che lo spiavano attraverso il buco della serratura, in pochissimo tempo preparò tante vivande. Dopo il pasto i frati testimoniarono che non avevano mai mangiato così tante pietanze ne migliori di quelle. Essendosi diffusa la fama del miracolo che qui aveva compiuto, venne trasferito al convento di Palermo, dove visse per trentacinque anni, sino alla morte [32].
Dallo spoglio dei documenti notarili[33], conservati presso i diversi archivi, è emerso un forte legame fra molte famiglie nobili randazzesi e il convento francescano destinatario di lasciti in denaro, come si evince dalle molte disposizioni testamentarie. Vari documenti, invece, riguardano l’affitto di case o vigne date in enfiteusi.
L’11 luglio 1416, il nobile Michael de Manueli, abitante di Randazzo, disponeva un legato testamentario a favore della chiesa di San Francesco per 3 tarì[34].
Il 17 aprile 1452, Matteo Blandino, procuratore del convento di san Francesco, concedeva in enfiteusi una casa solerata, sita nel quartiere di San Nicola, al nobile Antonio Lanza per il censo annuo di 10 tarì[35].
Il 29 dicembre 1452, Ruggero Pollicino, barone di Tortorici, residente in Randazzo, dettava il proprio testamento e disponeva di essere sepolto nella chiesa di San Francesco, accanto alla prima moglie. Ed ancora, che l’erede, quale che esso sia, era tenuto a costruire un altare nella detta chiesa, sul quale dovrà apporre un vessillo con l’arma della famiglia Pollicino. Il barone, inoltre, lasciava a favore del convento di San Francesco, due legati: uno di 6 rotoli di cera e l’altro di circa 2 once per le processioni [36]
Il 31 ottobre 1460, il magister Antonio Barbo, guardiano del convento di San Francesco di Randazzo, stipulava una società «ad negociandum in arte cordarie» con Josep Prones, giudeo, abitante della stessa terra. Il Prones consegnava al Guardiano la somma di 1 oncia e 18 tarì per l’acquisto della canapa da lavorare per poi vendere il prodotto, una volta finito. Alla scadenza della società, fissata per la festa di San Giovanni Battista, il Barbo s’impegnava a dare al suddetto Prones metà del guadagno e di restituire la somma consegnatagli[37].
Il 15 settembre 1464, il magister Nicolao de Gangio, vicario provinciale dell’ordine dei Minori, ed Antonio Barbo, guardiano del convento di San Francesco di Randazzo, concedevano, col consenso degli altri frati, in enfiteusi per 29 anni una vigna, sita in contrada Boccadorzo, a mastro Manfredi de Cristoforo, della stessa terra, per un censo annuo di 22 tarì e solo per il primo anno anche una salma di mosto entro la fine dell’anno. Inoltre, il de Cristoforo aveva l’obbligo di portare delle migliorie alla vigna[38].
Il guardiano Antonio Bardo figura come testimone in diversi atti notarili[39].
Il 13 novembre 1494, il magister Guillielmus Pellicanus, dottore in sacra teologia[40] e guardiano del convento, col consenso dei frati: Antoninus de Nastasio, Masius de Luchis, Laurentius de Messana, Nicolaus Rustica, Iohannes de Sancto Angelo, Angelus de Fasiu, Simon de Sancto Angelo e Bernardinus Lurridanij, concedeva a Bilele, moglie di Francisci de Zambiraris, abitante di Randazzo, di edificare una cappella con l’altare nella chiesa di San Francesco. La cappella verrà edificata «rumpendi muru» settentrionale della chiesa. Bilele, inoltre, s’impegnava di abbellire la cappella con congrui ornamenti e qui chiedeva di essere sepolta con i suoi eredi[41].
Il 4 settembre 1529, la chiesa di san Francesco riceveva un altro legato testamentario da parte del presbitero Mateus Milia, abitante di Randazzo[42].
Seguono altri legati come quello di Vincio Romeo che voleva fossero celebrate tante messe in suffragio della sua anima presso la cappella dove verrà sepolto, destinando al convento 1,6 once; ed ancora quello di Pietro Oliviero e sua moglie che il 3 aprile 1610, lasciarono in legato 5 once annuali e quello di Consalvo Romeo Gioeni, barone di Carcaraci, che il 4 giugno 1634, lasciava in legato 12 once annuali col capitale di 240 once affinché si celebrasse una messa quotidiana perpetua nella Cappella di Santa Maria degli Angeli[43].
Si ha notizia di due Capitoli provinciali celebrati a Randazzo. Uno nel 1603 in cui fu eletto Ministro Provinciale Maraffus di Messina, l’altro nel 1612, in cui fu eletto Bonaventura Cossus di Troina[44]. L’assemblea capitolare era un gran evento per la città che l’ospitava, in quanto le Costituzioni Urbane disponevano che, durante il Capitolo, anche il popolo doveva essere coinvolto[45] non solo con la predicazione di abili oratori ma anche con dispute pubbliche di diverse discipline[46]. A Randazzo si celebrarono anche sei Congregazioni annuali: quella del 12 maggio 1555, del 21 novembre 1564, del 10 agosto 1586, del 7 giugno 1596, del 10 agosto 1599 e del 5 maggio 1613[47].
Nel Capitolo provinciale del febbraio 1618, celebratosi ad Enna, il Ministro Generale Giacomo Montanari, stabilì che i libri che si trovavano nelle camere dei frati dovevano confluire nella biblioteca comune, retta da un bibliotecario; definì le sedi di studio degli studenti professi: Catania, Castroreale e Randazzo per la Custodia di Messina; fissò, inoltre, il numero dei frati che potevano essere ricevuti in ogni convento: per il convento di Randazzo dieci[48].
Nel 1624 Randazzo, come le altre città siciliane, fu nuovamente colpita da un’epidemia di peste bubbonica[49]. Secondo la tradizione storiografica, l’anno seguente, la Città sarebbe stata liberata dal terribile flagello per il voto fatto dal Magistrato Municipale a Santa Rosalia, il quale in segno di riconoscenza, con il consenso del popolo, commissionò un quadro della Santa e fece erigere un altare dedicato alla stessa nella chiesa di San Francesco[50].
Durante la rivolta del 1647, causata dal crescente malcontento popolare a seguito di una grave crisi finanziaria che aveva provocato l’aumento del prezzo del grano e del pane[51], il convento ebbe un ruolo di rilievo. Il 2 giugno, fra Placido Gritaglia, guardiano del convento, scrisse al viceré Pedro Fajardo, marchese di Los Vélez, riferendogli delle «miserie estreme nelle quali si retrova al presente questa città di Randazzo, così in generale come in particolare, per la calamità di tempi e scarsezza di denari», che «sono arrivate al colmo e sono da piangersi con lacrime di sangue»[52]. Il 5 giugno, per evitare che il clima di tensione creatosi nella città potesse sfociare in un tumulto popolare, i Giurati e alcuni “gentiluomini” tra cui il marchese di Roccella, si riunirono nella sala capitolare del convento per definire le richieste da sottoporre al viceré[53]. Tuttavia la tensione in città continuava a salire tant’è che i “primati della città” furono costretti a rifugiarsi all’interno di questo convento[54].
Al tempo in cui il Cagliola compose l’ Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum Conventualium (1644) il convento, che lo storico definisce «pulcherrimes» (bellissimo), era ornato da un chiostro quadrato.

chiostro antica cartolina  Figura 6: Il chiostro dell’ex convento in una cartolina di inizio XX secolo

Esso si dedicava principalmente alla formazione musicale dei giovani. La chiesa, dapprima dedicata a Santa Maria Maddalena e in seguito intitolata a San Francesco, era grande e molto antica[55]. Il Cagliola riporta, inoltre, che nell’anno che visitò il convento, il guardiano era Padre Maestro Iacobus Messana di Randazzo, dottore in Sacra Teologia[56], uomo di grande moralità, che governava saggiamente il convento nonostante fosse afflitto da dolori articolari che gli indebolivano il corpo. Ed ancora, riferisce che qui fu sepolto il Maestro Franciscus Longonbardus di Messina, due volte Ministro Provinciale[57]: nel 1551 e nel 1559[58].
Dal Regesto dei conventi esistenti in Sicilia nel 1650, pubblicato dal Cucinotta, rileviamo che, a quella data, il convento ha dieci camere e due chiostri, mentre la chiesa è bisognosa di tetto e pavimento.

DSC04619  Figura 7: Giardino meridionale dell’ex convento

I maggiori introiti provenivano dai censi, stimati in duecentosettanta scudi siciliani. Nel convento erano presenti nove religiosi: sei sacerdoti, un chierico e due laici[59].
Il Regio decreto n. 3036 del 7 luglio 1866 di Soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose e la legge n. 3848 del 15 agosto 1867, per la liquidazione dell’Asse ecclesiastico, tolsero il riconoscimento di ente morale a tutti gli ordini, le corporazioni e le congregazioni religiose di carattere ecclesiastico e tutti i beni degli enti soppressi vennero acquisiti e incamerati dal demanio statale. I fabbricati conventuali, incamerati dallo Stato vennero concessi ai Comuni e alle Province, previa richiesta di utilizzo per pubblica utilità entro il termine di un anno dalla presa di possesso. Pertanto il convento di San Francesco fu chiuso e il fabbricato ceduto al Comune che, dopo alcuni lavori di adattamento, l’adibì a «sede Municipale con tutti gli Uffici del Comune ai quali si aggiunsero l’Ufficio delle Regie Poste e Telegrafi e del Telefono; La Procura mandamentale, la Conciliazione e, nella sala Consiliare, il Teatro comunale ed il cinema»[60], mentre la chiesa fu retta per tanti anni dal guardiano del convento, dopo la sua morte, fu retta da padre Francesco Mineo da Randazzo, ex sacerdote Cappuccino, ed in seguito fu assegnata, dai vari vescovi di Acireale, ai Padri Cappuccini che dal 1892 erano ritornati nel proprio convento e che, ancora al tempo di padre Magro, vi svolgevano tutte le funzioni sacre[61].
Durante i bombardamenti anglo-americani del Luglio-Agosto 1943, sia il convento che la chiesa subirono gravi danni. Racconta padre Magro, testimone oculare dell’evento, che «la Chiesa fu tutta rasa al suolo, distruggendo tutto ciò che in essa si conteneva, non rimanendo nulla delle Statue, degli altari marmorei, della magnifica Custodia, dei Quadri; spezzate le campane e caduto in parte il campanile, rimanendo pericolante il resto che bisogno abbattere; Rimase la Sacrestia, ma in condizioni pericolose. Il fabbricato Municipale ossia il Convento fu sconquassato dalle numerose bombe scoppiate in pieno e crollò con tutte le colonne il lato accanto alla Chiesa; la cisterna rimase intatta». Lo stesso padre Magro conclude scrivendo: «il fabbricato del Municipio si sta rifacendo e presto sarà completo. Si rifarà la Chiesa? Sarebbe il voto di tutto il popolo, ma!»[62].
L’aspetto attuale dell’ex convento è dovuto all’ultimo intervento di restauro conservativo eseguito nel 1983. I lavori interessarono non solo i locali dell’ex convento ma anche il prospetto settentrionale, sul quale vennero aperti, al piano terra, tre archi e quattro finestre con archi a sesto ribassato mentre, al primo piano, vennero realizzati, in asse con gli archi, tre porte finestre con balconi a petto.

Palazzo comunale   Figura 8: Il prospetto settentrionale dopo i lavori di restauro

L’ex complesso conventuale si articolava in vari corpi di fabbrica disposti attorno a tre lati del chiostro.

IMG_4993  Figura 9: Il complesso conventuale di San Francesco in una mappa catastale urbana di Randazzo del 1877

Esso, a pianta trapezoidale, è caratterizzato, al pianterreno, da un porticato, con volte a crociera, sostenuto da grandi archi a tutto sesto, impostati su trenta colonne monolitiche in basalto, la cui base poggia su un muretto, che separa il cortile centrale dal deambulatorio conventuale.

DSC04612  Figura 10: Il Porticato con volte a crociera

Le pareti affacciate sul cortile sono decorate da nove finestre riquadrate in pietra lavica, che si aprono rispettivamente sul lato settentrionale e quello meridionale, e otto serliane: tre sul lato orientale e cinque su quello occidentale. Al centro del chiostro vi è una vera di pozzo, di forma ottagonale, realizzata in pietra lavica e arenaria, posta su un ampio basamento circolare. Il pozzo a detta di padre Magro «quando mancava l’acqua potabile, dissetava una gran quantità di gente»[63].

chiostro palazzo municipale 2  Figura 11: Veduta del chiostro con la vera di pozzo al centro

Le pesanti manomissioni e le demolizioni subite dal complesso dopo la soppressione degli Enti religiosi, rendono difficile comprenderne l’originale organizzazione interna. Tuttavia, considerato che il modello architettonico dei conventi francescani si richiama a quello dei monasteri cistercensi, si può facilmente supporre che intorno al chiostro, sul lato orientale e su quello meridionale, sorgevano i locali più importanti del convento: la sala capitolare[64], la sala dei frati[65], il refettorio, la cucina e la dispensa[66], mentre il lato settentrionale era delimitato dalla chiesa, dalla sacrestia e dal campanile.
Un vestibolo collega il chiostro al giardino meridionale, consentendo anche l’accesso alla scalinata che conduce al piano superiore dove un tempo di trovavano le celle dei frati, gli alloggi del Guardiano e, probabilmente, la foresteria che accoglieva i frati visitatori.

DSC04614  Figura 12: Il vestibolo

Una descrizione di come era la chiesa di San Francesco, ci è fornita da padre Magro:

«La Chiesa, dedicata a S. Francesco, ha nella Sagrestia una grande volta a crociera del secolo XII, molto sciupata per l’umidità e sull’Altar Maggiore una Grandissima Custodia di legno scolpito e dorato, lavoro monumentale di stile barocco del secolo XVIII.
Si venera con gran devozione una Statua di legno dell’Immacolata, un’altra della stessa materia di S. Antonio Abate ed una del S. Cuore di Gesù. Vi sono anche due buoni quadri, uno con S. Bonaventura ed altri Santi Francescani con prevalente figura di S. Rosalia da Palermo, ed uno con S. Francesco di Assisi. Vi è anche un grande Crocefisso, al quale è dedicato un Altare. La Chiesa, sia per le varie devozioni, sia perché in luogo centrale, è frequentatissima da numerosi fedeli. [...] Prima che fosse stata per l’ultima volta ingrandita ed abbellita questa Chiesa che ora non è più, conteneva diverse Cappelle dalla parte settentrionale di cui ancora si vedevano le vestigie attigue alla Chiesa ove tuttora esistono due alberi di alloro»[67].

Dal XV secolo questa chiesa divenne luogo di sepoltura delle famiglie randazzesi più illustri. Fra le prime la nobile famiglia Pollicino.
Dettagliate informazioni su alcune sepolture della chiesa ci vengono fornite dal menzionato padre Magro, il quale le ricava da un vecchio manoscritto:

«Nella Cappella Maggiore, detta altrimenti Cappellone ossia antico Coro vi era un sepolcro con monumento della Nobile Famiglia Pollicino. La concessione del locale è stata fatta dai PP Fra Nicolò da Gangi Titolare della Custodia di Messina e Fra Giovanni da Siracusa Guardiano di questo Convento, come si legge negli Atti del Not. Antonio Pellicano in data 12 agosto 1435, Ind. XIII con le seguenti parole: “…concessero al Magnifico Roggerio De Pollicino Regio Milite, Signore e Barone della Terra di Turturici che valesse e potesse fabbricare un altare dentro la Chiesa di esso Monastero dietro l’Altare Maggiore a mano sinistra a l’agnuni di la Tribona in capite monumenti dicti Baronis per celebrarsi l’infrascritte Messe, nec non che valesse e potesse fabbricare una sepoltura … accanto la fossa seu sepoltura di Salvo Raysi in frontespitio dell’antica sepoltura di detto barone. Quale sepoltura si deve fare ad effetto di seppellire i Figli spuri e naturali di esso Barone”.
Nello stesso Coro, sotto il finestrone, dirimpetto all’Altare Maggiore stava sepolto il Nobile Antonio Romeo figlio secondogenito del Nobile Mazzullo. Era familiare della Regina Maria moglie del Re Martino Juniore, passò da Messina a Randazzo dove si domiciliò, sposò e morì nel 1444. In una lapidetta di pietra bianca che era nel muro di detto Coro sotto il finestrone era incisa la seguente iscrizione: “Hic est Sepoltura Nobilis Antonii Romeo, qui obiit anno 1444”.
Nello stesso Coro era un altro antico sepolcro della Illustre Famiglia Spatafora, col tumulo appoggiato al muro a mano destra, di porfido rosso, della quale Cappella, altare maggiore e sepoltura venne confermata la concessione a D. Francesco Spatafora Principe di Maletto e Marchese di Roccella, dal Rev.do Padre Maestro Giacomo Messina randazzese Guardiano del Convento, presso il Not. Giov. Francesco Di Martino a 22 aprile 1632 Ind. XVa, Atto che poi ebbe conferma dal Rev.do Maestro Geronimo Geloso Provinciale dei Conventuali, nella Congregazione tenutasi in Caltanisetta e registrata agli atti del Not. Francesco Volo a 2 maggio 1632.
Nell’antica Cappella di S. Antonio di Padova vi era il sepolcro del Magnifico Antonio Zumbo pro se et suis, per concessione presso il Not. Antonino Currenti il 3 settembre 1575 Ind. VIa.
Nella stessa Cappella era un’altra sepoltura del Magnifico Paolo De Oliverio concessagli con Atto presso il Not. Giovanni Napolitano [...].
Nella vecchia Cappella di S. Maria degli Angeli vi fu sepolto il Regio Milite Nicolò De Antiochia.
Viera anche lì la tomba della Nobile Famiglia Romeo per concessione fatta a Vincio Romeo secondogenito del Nobile Tommasullo figlio di Antonio [...].
Nell’antica Cappella del Patriarca S. Francesco era la tomba della Nobile Famiglia Squarciapino, per concessione fatta al Dottor D. Sebastiano Squarciapino, per gli Atti del Not. Antonino Ruggeri il 3 giugno 1599 Ind. XIIa.
Nella soppressa cappella di S. Girolamo era il sepolcro della nobile Famiglia Omodei ovvero Homodei passata in Randazzo con Re Pietro I d’Aragona l’anno 1282. Nell’arco era scolpito su pietra di Siracusa lo stemma gentilizio. Questa tomba e Cappella passarono alla Famiglia Bonina, come dal Testamento del Nobile Guglielmo Bonina, presso il Not. Simone Vitale, a 23 gennaio 1504 Ind. VIIIa;in seguito passò alla Nobile Famiglia Scala, come si trova nel Testamento del Magnifico Signorino Scala, presso il Not. Giovanni Napolitano, a 17 gennaio 1595 Ind. IX ed ivi fu anche sepolto il Magnifico D. Filippo Scala e Sessa suo pronipote, per disposizione testamentaria, presso il Not. Paolo Ribizzi a 19 luglio 1701 Ind. IXa.
Nella stessa Cappella era la tomba della Famiglia Augusta come dagli Atti del Not. Pietro Dominedò a 12 dicembre 1616 Ind. XVa.
A piedi dell’antico Altare di S. Maria Maddalena era la sepoltura della Nobile Famiglia Orioles dei Baroni di S. Piero Patti, per concessione presso il Not. Girolamo Catania li 8 maggio 1627 Ind. Xa.
A piedi dell’Altare dei SS. Cosma e Damiano la sepoltura della Nobile Famiglia Messina, per concessione fatta al Magnifico Pietro Paolo Messina, presso il Not. Girolamo Messina, a 11 giugno 1613 Ind. XIIIa»[68].

Tra i francescani nativi di Randazzo, è degno di ricordo padre Giacomo Rosa. Egli nacque nel luglio del 1472. Nulla sappiamo sui primi rapporti di Giacomo con i frati Minori, viene spontaneo pensare che il giovane fu, probabilmente, avviato alla vita francescana dai frati Minori Conventuali del luogo. Certo è che trascorse la sua vita fuori dalla città nativa. Dotato di un’elevata proprietà di linguaggio, definito da un suo contemporaneo «huomo di molta eruditione, e di molta fama», nel 1520, gli fu affidato l’incarico di oratore annualista al San Francesco di Piacenza. Durante la sua permanenza nel convento di Piacenza conobbe il piccolo Cornelio Musso (1511-1574), futuro vescovo di Bitonto, che diverrà suo discepolo e lo seguirà prima a Carpi e poi in diversi altri luoghi. Nel 1522 padre Rosa insieme al suo giovane discepolo si recano a Venezia, dove predicano l’Avvento ai Frari.

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Figura 13: Venezia, Basilica dei Frari
Figura 14: Interno della basilica, navata centrale
Figura 15: Presbiterio

L’anno seguente, il 20 maggio, festa di san Bernardino da Siena, padre Rosa e fra Cornelio sono a Treviso dove predicano a San Francesco. I registri del convento francescano di Conegliano registrano il loro passaggio il 10 luglio e il 16 agosto di ritorno dal Friuli.
Fu professore di Metafisica nell’Università di Padova nell’anno accademico 1522-23.
Sebbene incline principalmente alla predicazione, padre Rosa ricoprì anche ruoli delicati e importanti. Nel 1530 fu inviato nella qualità di inquisitore, a Capo d’Istria[69].
Prese parte alla prima fase del Concilio di Trento (1545-47), in qualità di teologo. All’inizio della VII sessione (3 marzo 1547), si ammalò gravemente e decise di stabilirsi a Padova, la città che più d’ogni altra amava, presso il Santo, ove lo colse la morte il 17 maggio 1548, amorevolmente assistito dal suo ormai celebre discepolo monsignor Musso[70]. Fu sepolto nella Basilica di Sant’Antonio, nel chiostro del Noviziato.

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Figura 16: Padova, Basilica di Sant’Antonio, Chiostro del Noviziato
Figura 17: Chiostro del Noviziato, Sullo sfondo, a destra, il monumento funebre di padre Giacomo Rosa, esposto al Sole di mezzogiorno

Monsignor Musso, in segno di stima ed affetto verso il suo illustre maestro, fece erigere un monumento funebre in sua memoria.

3  Figura 18: Monumento funebre di padre Giacomo Rosa

Il testo dell’iscrizione si deve al poeta padovano Francesco Paciviano che convertì in buon latino epigrafico i pensieri e i sentimenti suggeriti dal monsignore Musso[71].
Esso, disposto su 26 righe, così recita[72]:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Iacobo Roseo Theologo Mino/ritae Patria <D>andac<i>o[73] Natione Siculo ani/mi candore christianae religionis stu/dio morum integritate doctrina pruden/tia et charitate insigni qui variis laborib(us) / aerumnis et morbis in Concilio Tridentino / confectus hic tandem quod semper opta/verat dormivit in D(omi)no Cornelius / Mussus Placent(inus) Ep(i)s(copus) Botuntinus illi uni / proxime et secundum Deum virtutes / honores fortunas o(mn)ia deniq(ue) accepta / referens
tamq(uam) Patri de se optime me/rito perpetuum sanctissimae educa/tionis monumentum posuit / Mortali optasset tecum Cornelius una / Carcere ad aethereas Rosa redire domos / non licuit quando ergo tibi summa o(mn)ia debet / formasti enixu quem Pater ipse pio / cum numq(uam) posset meritas tibi reddere grates / virtutis tantae tempus in omne memor / hunc tumulum extruxit morientem flevit acerbum / vulnus adhuc animo nocte dieq(ue) gerit / Vixit ann(os) LXXV mens(es) X / obiit Ann(o) D(omi)ni 1548 / XVI K(a)l(endis) Jun(ii)

Traduzione:

«A Dio ottimo massimo, a Giacomo Rosa teologo minore conventuale, randazzese di patria, siciliano di nazione, insigne per il candore dell’animo, per l’applicazione alla religiosa cristiana, per integrità di costumi, per dottrina, prudenza e carità, il quale, sfiancato da tante fatiche, traversie e malattie durante il concilio di Trento, finalmente si addormentò nel Signore qui dove aveva sempre desiderato [di finire i suoi giorni]. Cornelio Musso di Piacenza, vescovo di Bitonto, a lui solo attribuendo prossimamente dopo Dio, virtù, onori, successi e tutto ciò che ricevette, eresse questo, come monumento perpetuo della perfetta educazione ricevuta come al padre meritevolissimo. Cornelio avrebbe desiderato lasciare con te, o padre Rosa, la stessa terra (reputata un carcere) e ritornare alle dimore celesti. Non fu permesso, anche se ti deve tutto quello che tu formasti piamente da padre, non potendo mai ringraziarti quanto meriteresti. Il tempo, memore di così grande virtù, costruì la tomba e pianse chi è morto prematuramente, porta ancora la ferita nell’animo giorno e notte. Visse 75 anni, 10 mesi. Morì l’anno del Signore 1548, il 17 maggio»[74].

Sul basamento monsignor Musso fece incidere, disposto su due righe, un versetto del libro di Giobbe (14,14):

Expecto donec veniat / immutatio mea[75]

Si ricordano ancora:

«Ven. Fra Benedetto da Randazzo Laico della Provincia monastica di Sicilia il quale fu per alcuni anni tra i Riformati e poi passò tra i Conventuali distinguendosi nella continua preghiera e di giorno e di notte, nella carità verso i poveri e grande esempio ed esattissima osservanza della Regolare Disciplina. Morì nell’anno 1592 e il suo sepolcro fu glorificato di singolari prodigi, come si legge negli annali dei PP. Conventuali. [...]
Padre Maestro Fra Giovanni Battista Dilettoso fu anch’egli soggetto di molto conto che fece grande onore come a sé e all’Ordine anche alla sua Patria Randazzo. Apprese le scienze più importanti in Padova, Bologna, Ferrara ed in altre Città d’Italia. Fu celebre oratore nella nostra Sicilia predicando su pulpiti d’importanza come Caltagirone, Troina, Trapani, Lipari, Ragusa, Noto, Catania, Siracusa e Girgenti. Fu anche esaminatore sinodale di Mons. Ciaffaglione Arc. Di Messina e Teologo e Convisitatore della Diocesi»
[76].

NOTE

[1] In latino Ordo Fratrum minorum Conventualium.
[2] Chronica XXIV Generalium Ordinis Minorum, in «Analecta Franciscana», Tomus III, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1897, pp. 3-4.
[3] A viva voce ma con validità canonica.
[4] L’approvazione papale della Formula vitae, viene ricordata nel prologo della Regola non bollata, approvata nel capitolo generale celebrato ad Assisi nel giorno di Pentecoste (23 maggio) del 1221. Böhmer H., Analekten zur Geschichte des Franciscus von Assisi, Tübingen und Leipzig, 1904, p. 1.
[5] In seguito detta Bollata.
[6] Sbaraleae J. H., Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum, Romae, 1759, Tomus I, Honorius papa III, XIV, pp. 15-19.
[7] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum Conventualium S. Francisci. Manifestationes novissimae, sex explorationibus complexae, Venetiis, 1644, ristampa a cura di Filippo Rotolo, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1984, p. 43.
[8] Böhmer H., Analekten zur Geschichte des Franciscus von Assisi, op. cit., p. 98: «Homines autem illius religionis semel in anno cum multiplici lucro ad locum determinatum conveniunt, ut simul in Domino gaudeant et epulentur, et consilio bonorum virorum suas faciunt et promulgant institutiones sanctas et a domino papa confirmatas. Post hoc vero per totum annum disperguntur per Lombardiam et Thusciam et Apuliam et Siciliam».
[9] Gamboso V., Vita prima di S. Antonio o «Assidua» (c. 1232), Padova, EMP-Edizioni Messaggero, 1981, pp.300-303.
[10] Il primo a fare allusione a tale ritorno fu il Clareno (†1337).
[11] Al Santo di Padova viene attribuita la fondazione dei cenobi di Cefalù, Patti e Taormina. Palomes L., Dei Frati Minori e delle loro denominazioni. Illustrazioni e documenti al capo XX, Vol. II della Storia di S. Francesco d’Assisi, seconda edizione, Palermo, 1897, p.58.
[12] Francesco nel Capitolo generale di Assisi del 1217, istituì 11 Province: Tusciae, Marchiae Anconitanae seu Picenae, Mediolanensis seu Lombardiae, Terrae Laboris, Apuliae, Calabriae, Germaniae seu Teutoniae, Franciae seu Parisiensis, Provinciae, Hispaniae, Syriae seu Terrae Sanctae. Golubovich G., Series Provinciarum Ordinis Fratrum Minorum saec. XIII-XIV, in «Archivum Franciscanum Historicum», Annos I, Claras Aquas, prope Florentiam, 1908, pp. 2-5.
[13] Secondo il Golubovich la provincia siciliana fu decretata autonoma, probabilmente, prima del 1236, come risulterebbe da una lettera papale indirizzata in quell’anno al Ministro e ai frati Minori della diocesi di Messina, riportata dallo Sbaraglia nel Bullarium Franciscanum (op. cit., Gregorius IX, CXCVI, p. 191). Ivi, p. 12.
[14] Ibidem.
[15] Circoscrizioni territoriali.
[16] Golubovich G., Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell’Oriente francescano, Quaracchi presso Firenze, 1913, Tomo II, Tabula III, p. 241.
[17] Golubovich G., Series Provinciarum Ordinis Fratrum Minorum, op. cit., Tabula II, p. 18.
[18] Il Provinciale fu incluso Paolino da Venezia (†1344) vescovo di Pozzuoli, nel suo manoscritto Satyrica gestarum rerum, regum atque regnorum et summorum pontificum historia (in breve Satyrica historia).
[19] Per quanto riguarda la datazione del Provinciale vedi: Golubovich G., Biblioteca bio-bibliografica, op. cit., pp. 101-102.
[20] Provinciale Ordinis Fratrum Minorum vetustissimum secundum Codicem Vaticanum nr. 1960, edidit Conradus Eubel, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1892, pp. 69-70.
[21] Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. II, Appendice VII, p. 643.
[22] De Kerval L., Sancti Antonii de Padua vitae duae quarum altera hucusque inedita, Paris, 1904, nota 2, pp. 33-34.
[23] In alcuni elenchi dei re di Sicilia, viene riportato con il numerale III, perché in realtà il numerale di questo re di Sicilia, dovrebbe essere III, ma egli decise di assumere il numerale IV perché suo nonno, Federico, prima di lui aveva assunto il numerale III anziché il II, in omaggio al suo antenato, l’imperatore Federico II di Svevia.
[24] Il termine “locus” indica un convento.
[25] Il locus Randacii figura erroneamente sotto la Custodia Drepani (Trapani) anziché in quella di Messanae (Messina). Rodulphio P., Historiarum Seraphicae Religionis libri tres, Venetijs, 1586, Liber secundus, f. 282v: «Locus Randacij, anno 1334 nàm Regina Elisabeth mater Regis Friderici Tertij, habuit facultatem à Clemente Sexto construendi locum ad radices montis Ethnae. Itaque construxit locum sub titulo Sancti Francisci».
[26] Waddingo L., Annales Minorum seu trium Ordinum a S. Francisco institutorum, Romae, 1733, Tomus VII, p. 316, XIII: «[...] Randacii aliud extruxisse Elisabetham Reginam, Ludovici ac Friderici III. Regum genitricem, impetrata prius facultate a Clemente VI, idque factum asserit anno 1334. Sed mendum esse in notis judicaverim, atque ita transponendas, 1343. neque enim sub illo anno fedit Clemens VI. qui anno 1342 assumptus est ad pontificatum.».
[27] Archivio di Stato di Messina, Fondo Pergamene, Ospedale di Santa Maria la Pietà.
[28] Il Cagliola riporta che di recente la vecchia campana si era rotta e che i frati la rifusero.
[29] Spesso confuso con Bartolomeo “domini Albisi”.
[30] Il nome del guardiano, Alferio da Messina, viene riportato in: Chronica XXIV, op. cit., p. 490.
[31] Il nome del procuratore viene riportano in: Ibidem.
[32] Bartholomaeo de Pisa, De conformitate vitae Beati Francisci ad vitam Domini Iesu, in «Analecta Franciscana», Tomus IV, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1906, pp. 297-301; Chronica XXIV, op. cit., p. 490; Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., pp. 145-146.
Intorno all’anno della morte del Beato non tutti i biografi sono dello stesso parere. Bartolomeo da Pisa e il Martirologio Francescano riportano l’anno 1343, altri, invece, riportano il 1342 o il 1345.
[33] Non ancora concluso.
[34] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol.1, f. 56r, «Item in eccl(es)ia S(an)cti Francisci tarenos tres».
[35] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfredo, scaf. 1, cass. 1, vol. 4, cc. 27v-29v (1452); Ventura D., Randazzo e il suo territorio tra medioevo e prima età moderna, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1991, p. 175.
[36] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfredo, scaf. 1, cass. 1, vol. 4, cc. 3-10v (1452); Ventura D., Randazzo e il suo territorio, op. cit., pp. 92-94.
[37] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Pietro, scaf. 1, cass. 1, vol. 6, foglio volante (1460). Ventura D., Randazzo e il suo territorio, op. cit. p. 210.
[38] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Pietro, scaf. 1, cass. 1, vol. 7, cc. 9r-10r (1464). Ventura D., Randazzo e il suo territorio, op. cit. p. 324.
[39] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Pietro, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 47r (1455); Ivi, vol. 5, c. 233r (1456); Ivi, vol. 8, c. 26r (1467).
[40] Egli aveva ottenuto il magistero presso il rinomato studio di S. Francesco di Bologna, nel 1487. Piana C., Ricerche su le Università di Bologna e di Parma nel secolo XV, Quaracchi presso Firenze, 1963, p. 180.
[41] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Palermo Nicola, scaf. 1, cass. 5, vol. 22 (1494).
[42] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol.1, f. 71r.
[43] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43, Seconda Parte: Randazzo Sacra, cc. 86-87, p. 312.
[44] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 40.
[45] Constitutiones Urbanae Ordinis Fratrum Minorum S. Francisci Conventualium, editae Constantio J. B., Venetiis, 1757, Cap. VIII, Tit. XXXI, n. 4, p. 148.
[46] Ivi, n. 5, p. 148: «Toties insuper diversarum facultatum disputationes publicae a studiorum illius Provinciae Professoribus juxta ipsorum Gymnasiorum dignitatem, et ordinem habeantur [...]».
[47] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 41.
[48] Ciccarelli D., La circolazione libraria tra i francescani di Sicilia, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1990, vol I, p. XIII.
[49] La città fu seriamente colpita dalla pestilenza del 1347 e da quella del 1575-80. Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol II, Libro VIII, pp. 380-390.
[50] Ivi, p. 425.
[51] Per approfondire vedi: Palermo D., La rivolta del 1647 a Randazzo, in «Mediterranea. Ricerche storiche», Anno III, n. 8, 2006, pp. 485-522.
[52] Ivi, p. 491.
[53] Ivi, p. 492.
[54] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol II, Libro VIII, p. 463.
[55] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 79.
[56] Ivi, p. 37.
[57] Ivi, p. 80.
[58] Ivi, p. 32.
[59] Cucinotta S., Popolo e clero in Sicilia nella dialettica socio-religiosa fra Cinque-Seicento, Messina, Edizioni Storiche Siciliane, 1986, p. 446.
[60] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Seconda Parte: Randazzo Sacra, c. 85, p. 311.
[61] Ibidem.
[62] Ivi, c. 87, p. 313.
[63] Ivi, c. 86, p. 311.
[64] La sala capitolare era il luogo più importante del convento dopo la chiesa. Qui i frati si riunivano ogni giorno per ascoltare la lettura dei capitoli della Regola – da questo il nome di Sala del Capitolo–, si dava l’estremo saluto ai defunti e si svolgevano le riunioni comunitarie riguardanti il convento, come l’elezione del guardiano, l’ammissione al noviziato, le punizioni, gli acquisti e le vendite dei terreni. Essa frequentemente era posta sul lato orientale del chiostro.
[65] Anche questo locale spesso si trovava sul lato orientale del chiostro. Esso era il luogo di lavoro. Qui aveva sede lo scriptorium e la biblioteca.
[66] Questi luoghi, di solito si trovavano sul lato meridionale del chiostro.
[67] Ivi, c. 85, p. 311.
[68] Ivi, cc. 86-87, pp. 311-313.
[69] Cagliola P., Almae Siciliensis Provinciae, op. cit., p. 189.
[70] Costa F., Profili di oratori siciliani dell’Ordine dei Minori Conventuali nel secolo XVI, in «Francescanesimo e cultura in Sicilia (secc. XIII-XVI)», Palermo, Officina di Studi Medievali, 1987, pp.258-260.
[71] Zaramella V., Guida inedita della Basilica del Santo. Quello che della Basilica del Santo non è stato scritto, Padova, Centro Studi Antoniani, 1996, pp. 696-698.
[72] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni e distinguendo tra u e v in base al valore fonetico assunto dal singolo segno. Le lettere attualmente perdute ma note perché trascritte da altri studiosi sono state trascritte con l’uso della sottolineatura. Con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni; le aggiunte e correzioni di lettere si danno tra parentesi uncinate < >. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[73] Randacio: l’inserimento di una D in luogo della R è certamente un banale errore del lapicida in fase di trasposizione del testo su pietra.
[74] Nella traduzione del testo, resa da padre Zaramella, si è provveduto a correggere dandace con randazzese. Ivi, pp. 697-698.
[75] «Aspetto finché arriverà la mia trasformazione [in corpo di luce]». Ibidem.
[76] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Seconda Parte: Randazzo Sacra, c. 85, pp. 310-311.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO DI STATO DI MESSINA
Fondo Pergamene
Ospedale di Santa Maria la Pietà.

ARCHIVIO CHIESA DI SAN MARTINO
Libro Rosso, vol.1.

ARCHIVIO DI STATO DI CATANIA
Fondo notarile di Randazzo
notaio Marotta Manfredo, vol. 4.
notaio Marotta Pietro, voll. 5, 6, 7, 8.
notaio Palermo Nicola, vol. 22.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

BARTHOLOMAEO DE PISA, De conformitate vitae Beati Francisci ad vitam Domini Iesu, in «Analecta Franciscana», Tomus IV, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1906.

BÖHMER H., Analekten zur Geschichte des Franciscus von Assisi, Tübingen und Leipzig, 1904.

CAGLIOLA P., Almae Siciliensis Provinciae Ordinis Minorum Conventualium S. Francisci. Manifestationes novissimae, sex explorationibus complexae, Venetiis, 1644, ristampa a cura di Filippo Rotolo, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1984.

Chronica XXIV Generalium Ordinis Minorum, in «Analecta Franciscana», Tomus III, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1897.

CICCARELLI D., La circolazione libraria tra i francescani di Sicilia, Palermo, Officina di Studi Medievali, 1990, vol I.

Constitutiones Urbanae Ordinis Fratrum Minorum S. Francisci Conventualium, editae Constantio J. B., Venetiis, 1757.

COSTA F., Profili di oratori siciliani dell’Ordine dei Minori Conventuali nel secolo XVI, in «Francescanesimo e cultura in Sicilia (secc. XIII-XVI)», Palermo, Officina di Studi Medievali, 1987.

CUCINOTTA S., Popolo e clero in Sicilia nella dialettica socio-religiosa fra Cinque-Seicento, Messina, Edizioni Storiche Siciliane, 1986.

DE KERVAL L., Sancti Antonii de Padua vitae duae quarum altera hucusque inedita, Paris, 1904.

GAMBOSO V., Vita prima di S. Antonio o «Assidua» (c. 1232), Padova, EMP-Edizioni Messaggero, 1981.

GOLUBOVICH G., Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell’Oriente francescano, Quaracchi presso Firenze, 1913, Tomo II.

GOLUBOVICH G., Series Provinciarum Ordinis Fratrum Minorum saec. XIII-XIV, in «Archivum Franciscanum Historicum», Annos I, Claras Aquas, prope Florentiam, 1908.

MAGRO L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43.

PALERMO D., La rivolta del 1647 a Randazzo, in «Mediterranea. Ricerche storiche», Anno III, n. 8, 2006.

PALOMES L., Dei Frati Minori e delle loro denominazioni. Illustrazioni e documenti al capo XX, Vol. II della Storia di S. Francesco d’Assisi, seconda edizione, Palermo, 1897.

PIANA C., Ricerche su le Università di Bologna e di Parma nel secolo XV, Quaracchi presso Firenze, 1963.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

Provinciale Ordinis Fratrum Minorum vetustissimum secundum Codicem Vaticanum nr. 1960, edidit Conradus Eubel, Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, 1892.

RODULPHIO P., Historiarum Seraphicae Religionis libri tres, Venetijs, 1586.

SBARALEAE J. H., Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum, Romae, 1759, Tomus I.

VENTURA D., Randazzo e il suo territorio tra medioevo e prima età moderna, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1991.

WADDINGO L., Annales Minorum seu trium Ordinum a S. Francisco institutorum, Romae, 1733, Tomus VII.

ZARAMELLA V., Guida inedita della Basilica del Santo. Quello che della Basilica del Santo non è stato scritto, Padova, Centro Studi Antoniani, 1996.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie e le cartoline sono dell’autrice.

Figura 4: Il Beato Gerardo Cagnoli, tratta da: <http://www.diocesialessandria.it/ public/PageImages/BeatoGerardoCagnoli.jpg>, agg. 2016.
Figura 8: Il complesso conventuale di San Francesco in una mappa catastale urbana di Randazzo del 1877: Montera C., Una città… e le sue «recenti» vicende urbanistiche, in «Randazzo notizie», Anno II, n. 4, Gravina di Catania, 1983, p. 8.

RINGRAZIAMENTI

Sono estremamente grata alla dottoressa Marzia Ciato, per il materiale che mi ha fornito, per avermi gentilmente permesso l’accesso al chiostro del Noviziato e per avermi consentito di fotografare il monumento funebre di padre Giacomo Rosa.
Per i libri e il materiale a stampa ringrazio il personale della Biblioteca Nazionale Marciana (Venezia), in particolare la dottoressa Pagan Cristina, e quello della Biblioteca San Francesco della Vigna (Venezia).

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Monumento funebre di Flavia Romeo: com’era com’è

Il monumento funebre della nobildonna Flavia Romeo, è un’opera scultorea risalente alla prima metà del Seicento e conservata nella chiesa di San Nicola a Randazzo.
In origine il monumento, si trovava all’interno della cappella di Santa Maria delle Grazie nella chiesa di San Domenico.

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Figura 1: Randazzo, Chiesa di San Nicola, Monumento funebre di Flavia Romeo
Figura 2: Il monumento funebre nella sua ubicazione originaria in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto

Nel secondo dopoguerra, a seguito dei danni subiti dai bombardamenti aerei, la chiesa fu demolita e il monumento fu smontato e trasferito nella chiesa di San Nicola.
L’aspetto attuale del monumento funebre non è completo, in quanto i due putti che reggono lo stemma della famiglia Romeo, non furono assemblati e oggi giacciono abbandonati e dimenticati in un angolo della chiesa.

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Figure 3-4: I due putti che un tempo ornavano il monumento funebre della nobildonna

DSC03243  Figura 5: Stemma della famiglia Romeo sorretto da uno dei due putti

Le due iscrizioni, in latino, incise sul monumento sepolcrale così recitano[1]:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Flaviae Romeo / soboli unicae dilectionis[2] nexu
parentu(m) / cordibus coniunctissimae[3] / Laura Basilet a[4] mater / vividissimi[5] amoris monumentum

Et ne unius ignis flamma[6] / divisos erumperet in giros / Iacobum[7] Astorinum / dolori[8] vivam et lacrimis[9] / at nu<m>quam[10] filiae et viri amoribus
sup(er)stite(m)
[11] / h<a>ec[12] mestissime[13] posuit / anno d(omi)ni 1635

DSC05039 DSC05038
Figure 6-7: Le due iscrizioni latine, incise sul monumento funebre

A proposito dell’iscrizione, il Vagliasindi Polizzi riporta che essa venne «fortemente discussa dai celebri latinisti: Priore Mangiò da Savoca Domenicano, Barone Antonio Fisauli Garagozzo, Avvocato Don Saverio Licari, ed il Giudice Mario Reggio da Castiglione. Dopo varie traduzioni ed interpretazioni, fu la discussione esposta all’Abbate Paolo Vagliasindi, visitatore dei Basiliani, che la diè vinta al Signor Licari, ma questi documenti andarono smarriti, o bruciati da mano ignorante»[14].

Mi auguro che al più presto i due putti vengano restaurati e ricollocati al loro posto per ridare al monumento funebre il suo aspetto originale.

NOTE

[1] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni e distinguendo tra u e v in base al valore fonetico assunto dal singolo segno. Le lettere attualmente perdute ma note perché trascritte da altri studiosi sono state trascritte con l’uso della sottolineatura. Con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni. Le correzioni di lettere di danno tra parentesi acute < >. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[2] Dilectionis: dilectioni (Plumari; Magro).
[3] Coniunctissimae: conjunctissimae (Plumari); coniuntissime (Vagliasindi Polizzi).
[4] Basilet a: Basilotta (Plumari; Magro); Basiletta (Vagliasindi Polizzi).
[5] Vividissimi: viridissimi (Vagliasindi Polizzi).
[6] Flamma: flama (Vagliasindi Polizzi).
[7] Iacobum: Jacobum (Plumari; Vagliasindi Polizzi; Magro).
[8] Dolori: doloris (Vagliasindi Polizzi).
[9] Lacrimis: lacrymis (Plumari; Magro).
[10] Nunquam: numquam (Magro).
[11] Superstitem: superstem (Plumari; Magro).
[12] Haec: hec (Vagliasindi Polizzi); hic (Magro).
[13] Mestissime: moestissime (Vagliasindi Polizzi); modestissime (Magro).
[14] Vagliasindi Polizzi P., Cenni storici, Chiese, Monumenti, Antichità della Città di Randazzo, Adernò, 1906, Biblioteca Comunale di Randazzo riproduzione in fotocopia, 7.H.146, p. 33.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

MAGRO L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43, Seconda Parte: Randazzo Sacra, c. 102, p. 329.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. II, Appendice VI: Iscrizioni sepolcrali nelle chiese di Randazzo, p. 635.

VAGLIASINDI POLIZZI P., Cenni storici, Chiese, Monumenti, Antichità della Città di Randazzo, Adernò, 1906, Biblioteca Comunale di Randazzo riproduzione in fotocopia, 7.H.146, pp. 33-34.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 2: Il monumento funebre nella sua ubicazione originaria in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratto da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 83.

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Etna: 480 anni fa una delle più violente eruzioni

23 marzo – 22 aprile 1536 / 23 marzo – 22 aprile 2016

DSC08278Sono passati 480 anni dalla violenta e disastrosa eruzione dell’Etna del 1536, e proprio oggi ne ricorre il suo anniversario.
Lo storico Fazello (1498-1570), testimone oculare della spaventosa eruzione, così descrive l’inizio dell’evento eruttivo: «il 23 di marzo del 1536, verso il tramontare del Sole, una nube di fumo nero al di dentro rosseggiante coprì la cima dell’Etna, e poco dopo dal cratere, e da nuove aperture fattesi nel contorno, uscì un gran fiume di lava che verso oriente andò a coprire un lago, dove liquefacendosi le nevi che vi erano si formò un grosso torrente che furioso scese con corso arcuto verso Randazzo sommergendo greggi di pecore, animali e tutto ciò che incontrò»[1].

Testimoni oculari dell’avvenimento furono anche padre Matteo Selvaggio[2], Filoteo degli Omodei[3], Arezzo[4] e i monaci del monastero di San Nicolò l’Arena.

Di seguito si riporta quando scritto sull’eruzione dal Massa e dal Recupero.

Etna eruzione del 1536 (cliccare per aprire il file)

NOTE

[1] Fazelli T., De rebus Siculis decades duae, 1558, pp. 60-62.
[2] Silvagium M., Opus pulchrum et studiosis viris satis iucundum de tribus peregrinis seu De colloquijs trium peregrinorum [...], Venetiis, 1542, c. 157r.-158v.
[3] Homodeis A. P., Aetnae topographia, incendiorumque Aetnaeorum historia, Venetiis, 1591, pp. 8-15.
[4] Aretii C. M., De situ insulae Siciliae libellus, Panhormi, 1537, c. XXIIIIr.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

ARETII C. M., De situ insulae Siciliae libellus, Panhormi, 1537.

FAZELLI T., De rebus Siculis decades duae, 1558.

HOMODEIS A. P., Aetnae topographia, incendiorumque Aetnaeorum historia, Venetiis, 1591.

MASSA G. A., La Sicilia in Prospettiva, Palermo, 1709.

RECUPERO G., Storia naturale e generale dell’Etna, Catania, 1815, Tomo Secondo.

SILVAGIUM M., Opus pulchrum et studiosis viris satis iucundum de tribus peregrinis seu De colloquijs trium peregrinorum [...], Venetiis, 1542.

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Il sistema difensivo della città di Randazzo

Randazzo sorge tra il monte Etna e le propaggini meridionali dei monti Nebrodi, adagiata su un banco lavico preistorico in lieve declino, collocato nel punto di confluenza tra il fiume Alcantara e il torrente Annunziata[1], di forma grosso modo triangolare, con i lati definiti da alte pareti a strapiombo, tranne sul lato meridionale, che fino al 1536, era lambito dal corso del fiume Piccolo. Questa particolare condizione naturale di difendibilità fu, in epoca antica, rafforzata con la costruzione delle mura urbiche.

DSC04417  Figura 1: Randazzo, Veduta di un tratto delle mura sul lato meridionale della città, presso Piazza Loreto

Le mura, fortificavano tutta l’area oggi occupata dal centro storico. Di esse rimangono visibili oggigiorno solo alcuni tratti consistenti, che necessitano al più presto di un intervento di restauro.

tracciato mura oggi Figura 2: Immagine satellitare della città. In rosso i resti dell’antica cinta muraria

Il circuito murario seguiva l’andamento del banco lavico sfruttando le particolari difese naturali offerte dai tre corsi d’acqua che circondavano la città.

Mura e i tre fiumi Figura 3: Veduta satellitare elaborata di Randazzo. In rosso il tracciato dell’antica cinta muraria

Esso si estendeva originariamente per quasi tre chilometri; i tratti attualmente visibili hanno un’altezza compresa, a seconda della conformazione del terreno, fra i cinque e i dieci metri circa, ed uno spessore di circa due metri. L’apparato murario fu interamente costruito in pietra lavica, per la maggior parte legata con malta, impiegata in diverse forme: non sbozzata – di pezzatura prevalentemente medio piccola, in alcuni tratti con disposizione regolare –, grossolanamente sbozzata su una faccia e blocchi squadrati, ad eccezione di alcuni blocchi squadrati di arenaria, utilizzati per le imposte e gli archi di alcune porte e dell’angolata di nord-est, e di laterizi utilizzati nell’arco della porta di San Giuseppe, nella parte inferiore della cortina muraria orientale.

porta aragonese lato interno porta s.giuseppe interno cinta muraria da s.giorgio Figura 4: Parte interna della porta Aragonese
Figura 5: Parte interna porta di San Giuseppe
Figura 6: Particolare dell’angolata di nord-est della cortina urbica

Arco porta s.giuseppe     DSC02249
Figura 7: Arco in laterizio della porta urbica di San Giuseppe
Figura 8: Paramento murario esterno del lato orientale

Lungo il perimetro della cinta muraria, si aprivano dodici porte, delle quali, oggi, ne rimangono solo quattro.

La città si sviluppò principalmente in epoca basso medievale, ma tuttora le sue origini si perdono tra le nebbie dell’antichità. Sulla nascita di Randazzo, i pareri degli studiosi sono discordi. Alcuni, come il reverendo Plumari, fanno risalire la sua nascita alla fine del I secolo a. C., quando l’imperatore Augusto (63 a. C. – 14 d. C.), durante un suo soggiorno in Sicilia, tra la fine del 22 e l’inizio del 21 a. C., decise di far ricostruire l’antica città di Triocala, situata secondo l’erudito, nella vicina contrada di Demna Bianca (Donna Bianca), rimasta distrutta subito dopo le guerre servili. Secondo la tradizione, la nuova città, Triocla, fu cinta di mura, edificate a spese dell’Imperium Romanum[2]. Anche l’ingegnere militare Lanzerotti, confermò la datazione proposta dal reverendo Plumari, perché a suo parere, le mura urbiche erano del tutto simili a quelle della città di Taormina, edificate all’epoca di Augusto[3]. Altri invece ne collocano la nascita intorno all’XI secolo, ai tempi della conquista della Sicilia da parte dei normanni e fanno risalire l’impianto della cinta muraria alla seconda metà del XII secolo. Alcuni piccoli saggi di scavo[4], tuttavia, attestano che il sito su cui sorse la città era già frequentato dalla tarda Età del Rame con continuità durante il periodo greco e del Basso Medioevo. I diversi coltelli in ossidiana, un frammento di ascia-martello in arenaria e frammenti di ceramica assegnabili alla facies culturale di Malpasso, permettono di attestare una frequentazione del luogo durante la tarda Età del Rame. L’epoca greca è attestata dal rinvenimento di alcuni frammenti ceramici a vernice nera, databili tra il IV e il III secolo a. C.[5]. Per il periodo compreso tra la fine del I secolo a. C. e l’XI d. C., al momento, non abbiamo nessuna attestazione archeologica. Tuttavia, una prova potrebbe essere fornita, da un recente studio archeoastronomico eseguito dalla sottoscritta. Analizzando l’aerofotoframmetria di Randazzo, si evince che la porta di San Giuseppe ha un azimut[6] pari a 180 gradi; tracciando da questa porta una linea polare, la stessa incrocia la cinta muraria esattamente dove un tempo si apriva la porta Buxemi; questo porta ad ipotizzare che queste due porte segnassero, un tempo, l’asse Nord-Sud, ovvero il Cardo della Città, nonostante lo stesso non si sia conservato in vista. La porta Aragonese con la porta di Santa Caterinella si presume determinassero, invece, l’asse Est-Ovest, ovvero il Decumanus.

Cardo e Decumanus  Figura 9: Cardo e Decumanus della città

Da recenti studi archeoastronomici, eseguiti sull’architettura romana, è emerso che i Romani orientavano astronomicamente sia le città che il castrum (campo militare). Vitruvio, architetto vissuto nel I secolo a.C., nel suo trattato De Architectura, enumera norme precise per la costruzione della città. Nei riti per orientare la città, il Flamen[7] stava in piedi al centro del sito dando le spalle al Sole e con le braccia distese orizzontalmente; l’ombra, che veniva proiettata dal suo corpo al mezzogiorno locale, indicava l’asse Nord-Sud, cioè il Cardo, mentre la proiezione delle sue braccia sul terreno indicavano l’asse Est-Ovest, cioè il Decumanus.

Figura 14  Figura 10: Proiezione dell’ombra del Flamen al mezzogiorno locale

Dai rilievi topografici eseguiti dal dottor Filippo Bertolo, utilizzando una stazione totale Trimble 5503 DR 200, si è rilevato che la porta Aragonese risulta avere un azimut pari a 106 gradi. Dal momento che questa direzione è inclusa entro l’amplitudine ortiva del Sole, vale a dire nella parte dell’orizzonte orientale compreso tra i punti del sorgere del Sole ai solstizi[8], si può presumere che essa fosse stata orientata verso l’alba, sull’orizzonte naturale locale, del giorno della fondazione della città.

Amplietudine ortiva sole  Figura 11: Punti di levata del Sole, durante l’anno

Dai calcoli astronomici effettuati si rileva che il Sole in quella direzione, nella seconda metà del I secolo a. C., si levava due volte durante l’anno, una in Febbraio e l’altra in Ottobre. Considerato che poteva trattarsi di un luogo di fondazione romana – ed era consuetudine dei Romani orientare, come detto precedentemente, l’urbs, ed altresì nel mese di ottobre non celebravano feste importanti ed in febbraio solennizzavano le feste dedicate ai defunti che poco si conciliano con la fondazione di una città –, l’aver scelto un’orientazione intermedia, tra la direzione della levata del Sole agli equinozi e ai solstizi, porta a presumere che la porta poteva esser stata orientata verso un punto astronomicamente rilevante, anche se non di natura solare. Da un’attenta analisi del cielo visibile dalla porta, andando a ritroso nel tempo, infatti, si riscontra che essa fu orientata verso la parte dell’orizzonte naturale locale, in cui nella seconda metà del I secolo a. C. sorgeva la costellazione di Orione, ed in particolare verso il punto di prima visibilità della stella di prima grandezza Rigel o Beta (β) Orionis e della stella Saiph o Kappa (κ) Orionis quando esse sono in levata eliaca[9], in quanto per una singolare coincidenza, in quel periodo, l’azimut di prima visibilità delle due stelle era per entrambe di 106 gradi. Costellazione, questa di Orione, che fu tenuta molto in considerazione da svariate civiltà in quanto designava i diversi cicli dell’anno agricolo. Secondo i calcoli astronomici, nella prima decade di luglio del 19 a. C.[10], un osservatore, posto presso la porta, vedeva levarsi sull’orizzonte naturale locale prima la stella Rigel e alcuni giorni dopo la stella Saiph.

Figura 16 Figura 12: La costellazione di Orione visibile dalla porta Aragonese nel I secolo a. C.

La cosa è molto interessante in quanto Rigel aveva la sua levata eliaca nella decade in cui i Romani festeggiavano la festa di Poplifugia che significa Volo del popolo. Festa, di cui non sono note le origini, in onore del dio Giove, che, guarda caso, in quei giorni era visibile dalla porta, in alto a Sud-Est, contemporaneamente al pianeta Venere e alla Luna; ad ovest, inoltre, era visibile la costellazione dell’Aquila. È noto a tutti che l’aquila, animale sacro a Giove, fu l’emblema dell’Impero Romano e delle loro legioni; simbolo di rinascita. È possibile che la scelta di questa particolare orientazione astronomica sia stata voluta per celebrare probabilmente la rinascita della città di Triocala[11]. L’analisi archeoastronomica orienta dunque per una cronologia dell’impianto originale intorno alla fine del I secolo a. C.. Nel corso dei secoli, tuttavia, la cortina urbica subì vari rimaneggiamenti e restauri che gli conferirono l’aspetto attuale, senza alterare la struttura originaria della stessa: tra l’XI e il XIII secolo, essa venne dotata di un camminamento di ronda – al quale si accedeva mediante dei gradini in pietra –, largo circa un metro e mezzo, protetto da merlatura di tipo guelfo e rinforzata da otto torri.

cinta muraria dal castello   porta aragonese interno 2
Figura 13: Camminamento di ronda
Figura 14: Porta Aragonese, Resti dei gradini che portavano al camminamento di ronda

La tradizione storiografica ci tramanda che nell’estate de 1210 Federico II di Svevia (1194-1250) insieme alla giovane moglie Costanza d’Aragona (ca 1183-1222), abbia visitato Randazzo: nell’occasione lo stupor mundi rimasto compiaciuto per la salubrità del clima, decise di fermarsi fino alla fine di ottobre e di far edificare le otto torri di difesa delle mura, prediligendo il Maschio come propria dimora nei suoi successivi soggiorni in Città.

DSC01855  Figura 15: Il Maschio delle mura

Altre torri sono attestate all’interno dell’abitato: un atto notarile, redatto dal notaio Manfredi Marotta, difatti, attesta l’esistenza nel 1452, di una turris magna ubicata nel quartiere di San Nicola vicino alla Piazza Soprana e al portico di San Francesco, di proprietà della famiglia Pollichino[12]. Tra la seconda metà del XIV e gli inizi del XVI secolo, la cortina urbica subì alcuni interventi di restauro: nel 1356, nel 1406 e nel 1539. Tra il 1355 e 1356, l’Università della terra di Randazzo restaurò un tratto di mura con la calce sottratta con la forza a Francesca, vedova di Giacomo di Finara[13]. Dai capitoli approvati, nel 1406, da re Martino I a favore dell’Università di Randazzo, apprendiamo che alcune parti delle mura erano crollate, altre necessitavano al più presto di riparazioni, così come le porte urbiche: alcune crollate, altre invece avevano le serrature rotte, pertanto, i Giurati non possedendo tutto il denaro necessario per provvedere al restauro delle mura e delle porte, chiesero un aiuto economico al re[14]. Nel 1539, dopo l’occupazione militare della città da parte dei soldati spagnoli, divenuti ribelli all’imperatore Carlo V, il popolo sentì la necessità di restaurare le mura[15]. Altre informazioni sulla cinta muraria è possibile ricavarle, con i dovuti accorgimenti, dalle fonti iconografiche e cartografiche, che comprendono alcune vedute e piante della città. Una rappresentazione di Randazzo, a cavallo fra il XV e il XVI secolo, ci viene offerta da un particolare de La salvezza di Randazzo, un dipinto posto sopra la porta meridionale della basilica minore di Santa Maria, attribuito, dalla storiografia locale, a Girolamo Alibrandi (1470 ca.-1524 ca.).

DSC02026  Figura 16: Basilica minore di Santa Maria, Ignoto, Veduta di Randazzo nel dipinto La salvezza di Randazzo

La città è raffigurata pressoché ellittica, ben protetta dal sistema difensivo costituito dalla cinta muraria merlata e dalle torri. La porta che si apre sulle mura potrebbe essere identificata con la porta di San Martino. All’interno delle mura si ergono le tre chiese parrocchiali affiancate dai rispettivi campanili e altri edifici sacri. Purtroppo, la raffigurazione del centro abitato è fedele solo in piccola parte alla realtà, in quanto la veduta è assai idealizzata e presenta alcuni errori (per esempio la posizione del campanile della chiesa di San Martino e quello della basilica minore di Santa Maria), molte omissioni (per esempio mancano le porte urbiche che si aprivano sul lato settentrionale e il castello Svevo) e forzature (le torri si concentrano solo su un lato della città).
Discorso simile vale per la veduta di Randazzo offerta dal dipinto La salvezza di Randazzo realizzato da Antonio Bova (1641-1711), conservato nella chiesa dell’Annunziata.

DSC03703 Figura 17: Chiesa dell’Annunziata, Antonio Bova (1641-1701), veduta di Randazzo nel dipinto del La salvezza di Randazzo

Anche in questo caso la città è cinta da mura merlate di tipo ghibellino che però, sono totalmente idealizzate così come gli edifici raffigurati.
La Pianta litografica della città di Randazzo, acclusa alla fine del secondo volume della Storia di Randazzo del reverendo Plumari, offre una descrizione completa e realistica della città alla metà del XIX secolo.

IMG_5175 Figura 18: Pianta litografica della città di Randazzo

L’acquarello è ricchissimo di dettagli e corredato da una legenda esplicativa nella quale sono riportati i nomi degli edifici numerati sul disegno stesso. Il disegno rappresenta la città in una visione prospettica da nord. La cinta muraria è resa con notevole accuratezza, sia nel tracciato che nei particolari: vengono rappresentate le cinque porte urbiche che si aprivano sul lato settentrionale, e quella del Carmine che si apriva sul lato meridionale, il che rende questa pianta la miglior fonte di informazione per ricostruire il tracciato delle mura. L’acquerello, inoltre, raffigura il fiume Alcantara, indicato con l’antico idronimo Onobola[16], e l’antico corso del fiume Piccolo, indicato con l’idronimo Cantara. In realtà, il fiume Piccolo altro non era che il fiume Flascio.

12825307_10207759540654095_691048293_nFigura 19: Fiume Flascio

Esso nasce dalle pendici del monte del Moro, nel territorio del comune di Tortorici, e si sviluppa in direzione Est e poi Nord-Sud fino alla sua immissione nel lago Gurrida.

percorso attuale fiume Flascio      12833286_10207759537214009_1012516955_n
Figura 20: L’attuale corso del fiume Flascio
Figura 21: Il lago Gurrida

Il corso del fiume ha subito ben due radicali cambiamenti nel corso della sua storia geologica[17]. Anticamente il corso del fiume Flascio si sviluppava in direzione Est, poi Nord-Sud ed infine, presso l’odierna contrada Casitta, deviava verso Ovest e s’immetteva nel torrente Saracena.

Percorso Flascio antico      DSC01746 Figura 22: Antico corso del fiume Flascio
Figura 23: Il torrente Saracena

Intorno al 2000-2500 a.C. in seguito ad una colata lavica[18] che sbarrò il suo alveo, deviò il corso verso Est e, attraversando le odierne contrade di San’Elia, Donna Bianca, costeggiando il monastero di San Francesco di Paola e il lato di mezzogiorno della città di Randazzo, si immetteva nel fiume Alcantara.

Percorso Flascio dopo eruzione 2000 a.c.  Figura 24: Corso del fiume Flascio dopo la colata lavica del 2000-2500 a. C.

Successivamente, il 23 marzo 1536, la colata lavica, emessa dal cratere di monte Pomiciaro, ostruì nuovamente l’alveo del fiume determinando la formazione del lago Gurrida.

Percorso Flascio dopo colata lavica 1536 Figura 25: Corso del fiume Flascio dopo la colata lavica del 23 marzo 1536

La Pianta dello abitato di Randazzo realizzata, nel 1852, dall’architetto Rosario Pennisi, offre una puntualizzazione esauriente della situazione della città alla metà del XIX secolo.

IMG_4606Figura 26: Pianta dello abitato di Randazzo, Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 152, autorizzazione prot. n. 1027 del 01-03-2016

Nel rilievo cartografico sono rappresentati alcuni edifici religiosi[19] nonché il tracciato della cinta muraria e le porte urbiche: San Martino, Pugliese[20], Aragonese, Carmine[21], San Francesco di Paola, San Giuseppe e Santa Maria di Gesù.  Il tracciato delle mura, però, presenta un’inesattezza in quanto il convento di Santa Maria di Gesù era ubicato fuori le mura della città e non al suo interno come rappresentato nel rilievo[22].
Il destino dell’apparato difensivo di Randazzo, segue quello della maggioranza delle città italiane: durante il XIX secolo, essendo venute ormai meno le esigenze difensive, alcuni tratti di mura furono demoliti intenzionalmente per favorire l’espansione urbanistica della città.
La più importante opera di demolizione si verificò tra il 1853 e il 1877, come si evince da una mappa catastale datata 1877, quando venne abbattuto un ampio tratto murario, tra la porta di San Giuseppe fino quasi la porta di San Martino; vennero, inoltre, demolite la porta di San Francesco e quella di Santa Maria di Gesù mentre la porta del Carmine era già stata demolita al tempo del reverendo Plumari (ante quem 1849).

IMG_5177Figura 27: Mappa catastale del 1877, la linea rossa indica il tracciato murario ancora esistente, la linea azzurra l’antico alveo del torrente Annunziata

Successive demolizioni sono occorse negli anni successivi. Padre Luigi Magro, ci riferisce che: «nel settembre 1947, dovendosi fabbricare lo stradale che dall’Annunziata, in Città, porta alla Piazza di San Francesco di Paola, scavando il terreno per fare la massicciata, proprio dalla Via Umberto, salendo per Via Margherita, si scoprirono le fondazioni delle antiche Mura della città che, misurate dall’autore delle presenti memorie, erano superiori ai tre metri di spessore»[23].

Le porte urbiche

L’accesso alla città di Randazzo, originariamente, era possibile attraverso quattro porte poste alle uscite del Cardo e del Decumanus (vedi figura 9).

La porta che si apre ad Est, un tempo veniva appellata Porta degli Ebrei, perché fino al 1492 adiacente ad essa si trovava il ghetto ebraico.

IMG_0310 de Roberto p. 23 porta aragonese DSC06651
Figura 28: La porta Aragonese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 29: La porta urbica ai nostri giorni
Figura 30: Croce incisa sullo stipite della porta

In seguito fu detta Porta di Santa Maria dato che apparteneva all’omonimo quartiere e successivamente fu detta di San Giuliano in quanto in prossimità della medesima, fuori le mura, vi era una chiesetta dedicata a questo santo; fu anche denominata Porta del Mosto, poiché in passato i cittadini che volevano introdurre il mosto e il vino in Città erano obbligati ad accedere da questa porta, al fine di far pagare loro il dazio riscosso dai Gabellieri; infine fu denominata Porta Aragonese in quanto, secondo la tradizione, Pietro III d’Aragona[24], nel 1282, dopo averla fatta restaurare assieme alle mura, fece apporre tra lo stemma della Città, il leone rampante, ed un altro ancora oggi non identificato, lo stemma della Real Casa di Aragona in Sicilia[25].

DSC06652  Figura 31: I tre stemmi affissi sopra la porta urbica

Quest’ultimo, però, fu adottato come insegna reale per la prima volta da Giacomo II (1267-1327), figlio di Pietro III, incoronato re di Sicilia nel 1285, e rimase poi come stemma della Real Casa di Aragona in Sicilia fino al 1412. Per tal motivo, è probabile, a nostro avviso, che gli stemmi sulla porta, furono apposti dall’Università di Randazzo nel 1406 in quanto le spese per il restauro delle mura e delle porte urbiche furono sostenute in parte dai Giurati e in parte da re Martino I (1374-1409).

Martino_il_Giovane_re_di_Sicilia  Figura 32: Ritratto di Martino I il Giovane

La porta che si apriva ad Ovest, di cui non si conosce il nome con cui fu originariamente indicata, fu denominata, in tempi più recenti, Porta di Santa Caterinella, così chiamata per la vicinanza dell’omonima chiesetta ubicata fuori le mura. La porta, di cui resta oggi ricordo nel toponimo della via Santa Caterinella, al tempo del reverendo Plumari, risultava già demolita mentre esisteva ancora il varco per cui si scendeva al fiume, rappresentato sia nella Pianta dello abitato di Randazzo sia nella mappa catastale del 1877.

IMG_0319  Figura 33: Particolare della mappa catastale del 1877

La porta che si apre a Sud, un tempo veniva appellata Porta della Sciarotta, per via di una piccola sciara che si era formata in seguito alla colata lavica detta della Pignata.

porta s.giuseppe esterno  Figura 34: Porta di San Giuseppe, parte esterna

Fu anche chiamata Porta dei Sogli in quanto da essa si introduceva in Città la pietra per edificare; successivamente fu detta Porta di Sant’Anna per la vicinanza dell’omonima chiesetta; infine, quando in questa chiesa, in seguito alla demolizione della chiesa di San Giuseppe[26], fu trasferita la statua del Patriarca, la stessa e la porta furono denominate di San Giuseppe.

Per porta di San Giuseppe  Figura 35: Cartolina d’epoca in cui si vede la porta urbica e la chiesa di San Giuseppe

La porta che si apriva a Nord, fu detta Porta di Buxemi. Si presume che essa abbia preso il cognome della famiglia che abitava nelle vicinanze della stessa; in seguito fu chiamata dal popolo Porta della Fontana Vecchia in quanto sottoposta ad essa vi era la fontana grande detta del Roccaro. Nel gennaio 1847 una forte tempesta distrusse la porta e parte delle mura comprese tra il convento di San Domenico e la chiesa di Santa Margherita.

DSC08329  Figura 36: Fontana del Roccaro

Nei pressi della porta sorgeva un antico ponte, crollato a causa di una piena.

DSC01829  Figura 37: L’antico ponte che sorgeva nei pressi della porta di Buxemi

A queste ne vennero aggiunte in seguito altre cinque, quattro sul lato settentrionale e una sul lato occidentale.

Figura 38: Mappa interattiva (cliccare sui puntini verdi per visualizzare nomi e immagini delle porte urbiche)

Sul lato settentrionale, vennero aperte:
la Porta dell’Erba Spina, dall’omonima fontana che vi era al tempo dell’Omodei «con un gran stagnone ed una beveratura per i cavalli, d’acqua sommamente fredda, con alcuni molini da grano»[27]; in seguito fu detta Porta del Quartararo perché vicino, probabilmente, vi era l’abitazione di un artigiano che realizzava quartare[28]; oggi resta solo la gradinata che conduceva a detta porta.

DSC02043  Figura 39: La gradinata che conduceva alla porta dell’Erba Spina

La Porta della Fontana Nuova, la cui origine fu legata all’esistenza, in passato, di una piccola fontana, che si trovava sottoposta ad essa; in seguito fu detta Porta di Santa Maria in quanto ubicata in prossimità dell’omonima chiesa.
La Porta Pugliese dal popolo detta Porta Pugrisa, probabilmente denominata così per la presenza sul posto di una famiglia che portava questo cognome.

IMG_0311 de Roberto p. 23 porta pugliese da fuori le mura porta pugliese particolare
Figura 40: La porta Pugliese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 41: La porta urbica, prima del recente restauro della gradinata fuori le mura
Figura 42: Dettaglio del sistema di chiusura superiore del fornice

Originariamente fu detta Porta Martinetti dal nome di una contrada vicina, al di là del fiume; fu detta anche del Ponte Nuovo, in quanto nei pressi della stessa sorgeva il «ponte grande di Randazzo, di bella fabbrica, tra la città ed il monte altissimo di san Marco»[29].

DSC01884  Figura 43: Ruderi del Ponte Nuovo

Da questa porta si faceva accedere alla Città il bestiame destinato al macello. Nel 1299 essa fu testimone muta dello scontro tra i randazzesi, fedelissimi di re Federico III, e il duca Roberto d’Angiò (1277-1343), detto il Saggio; durante l’assedio, sotto una pioggia di pietre, restarono uccisi alcuni ufficiali francesi e il Duca fu costretto a ritirarsi.
La Porta della Giustizia, così denominata in quanto da essa venivano fatti uscire, dalla Città, i fuorilegge condannati a morte, detenuti nel carcere della città[30], per essere giustiziati sulla Timpa di San Giovanni. Successivamente fu chiamata Porta della Fiera poiché da essa veniva introdotto il bestiame per il mercato che si teneva per la festa di San Giovanni Battista. Nel 1406 la porta risulta già crollata insieme a parte delle mura, probabilmente a seguito di un devastante temporale[31]. Oggi resta solo la gradinata che conduceva a detta porta.

DSC02039  Figura 44: La gradinata che conduceva alla porta della Giustizia

Sul lato occidentale venne aperta la Porta della Dogana, detta anche Porta di San Martino per la vicinanza dell’omonima chiesa.

IMG_0309 de Roberto p. 38
Figura 45: La porta di San Martino in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 46: La porta urbica oggi

Nel 1535, l’imperatore Carlo V da essa fece il suo ingresso in città. Nel 1539 i suoi battenti furono dati alle fiamme dai soldati spagnoli, divenuti ribelli all’imperatore Carlo V. Ritiratosi i saccheggiatori, i battenti furono rifatti anche se non fortificati «da quella moltitudine di chiodi che aveano gli antichi»[32]. L’arco, invece, venne ricostruito nel 1753, come ricorda la data incisa sulla chiave di volta, in occasione della visita del duca De La Viefuille, viceré di Sicilia.

DSC03968  Figura 47: Chiave di volta dell’arco con incisa la data: 1753

In questa occasione venne rimossa anche la lapide in arenaria, ormai divenuta illeggibile, che, secondo la tradizione storiografica, era stata fatta apporre da Pietro III d’Aragona, nel 1282, insieme allo stemma della Real Casa di Aragona. L’iscrizione recitava:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Petro ab Aragoniae Regibus Siciliae Primo / S(enatus) P(opulus) Q(ue) TR(iocla) / P(artu) A(nno) MCCLXXXII / Senatoribus / Petro Spatafora barone Jachii / Damiano Statafora barone Spanionis / Nicolao de Antiochia ex baronibus Capicii / Jo(hannes) Manfredo Pollichino barone Turturichi / Francisco Homodei barone Malecti / Corra{l}do Lancea barone Sinagrae[33]

Successivamente fu chiamata dalla Sovraintendenza dei Ponti e Strade Porta di Palermo, in quanto per la medesima passava la Strada Rotabile Regia che da Palermo conduceva a Messina, intersecando la Città[34]. Padre luigi Magro ci riferisce che in «occasione della Guerra Italo-Tedesca contro gli Anglo-Americani, quando la Sicilia veniva invasa nel luglio 1943, i Tedeschi tolsero i pezzi che formavano l’arco per rendere più agevole il passaggio dei grandi autocarri e carri armati, però tanto la porta quanto le mura di cinta hanno resistito alle molteplici esplosioni di bombe americane lanciate a profusione»[35]» . Un primo intervento di restauro fu eseguito, subito dopo la seconda guerra mondiale, fu in quell’occasione che ai lati della stessa vennero affissi i resti dei due leoni stilofori che un tempo si trovavano affissi «nel Piano di questa Collegiata Parrocchiale Chiesa di S. Martino». Un secondo recente intervento di restauro, interessò la parte interna della porta.

Tra il XVI e il XVIII secolo, vennero realizzate le ultime tre porte urbiche sul lato meridionale della cortina urbica.

Figura 48: Mappa interattiva (cliccare sui puntini verdi per visualizzare nomi e immagini delle porte urbiche)

Nel 1539 durante i lavori di restauro delle mura, fu aperta la Porta di Santa Maria di Gesù, per agevolare l’ingresso alla città dei religiosi che abitavano nel convento dei Minori Osservanti. Essa fu demolita durante i lavori di ampliamento dell’attuale piazza San Pietro.
Nel 1559 per agevolare i fedeli che frequentavano la chiesa del convento dei padri Carmelitani fu aperta la Porta del Carmine. Essa fu abbattuta al tempo del reverendo Plumari, per consentire l’allargamento della strada Regia Rotabile da Palermo a Messina e, sostituita inizialmente da due pilastri che in seguito furono rimossi insieme a delle strutture che servivano per la Fiera dell’Annunziata[36]. Detto varco fu quindi appellato dalla Sovraintendenza dei Ponti e Strade Porta di Messina.
La dodicesima, ed ultima, porta urbica, fu aperta nel 1622 di fronte alla chiesa di San Francesco di Paola da cui ne prese il nome. A ricordo di questo evento, sulla porta fu posta una lapide commemorativa che recitava:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Philippo Austriae III / Rege / Philiberto-Emmanuele
Siciliae Viceregnante / Anno Domini / 1622
[37]

Le torri

Delle otto torri che rinforzavano la cortina muraria ne restano oggi solo tre: il castello Svevo, la torretta rompitratta sul lato settentrionale e la torre situata nel settore sud-occidentale, la parte più alta della città, la quale ancora riporta il toponimo Torre.

Figura 49: Mappa interattiva (cliccare sulle torri per visualizzare le immagini)

Nel lato occidentale della cortina urbica, a strapiombo sul torrente Annunziata, si erge maestoso il Castello Svevo, in passato conosciuto anche come Regio Castello.

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Figura 50: Il Regio Castello in una foto degli inizi del Novecento
Figura 51: Castello Svevo, prospetto principale

Esso è ubicato nel quartiere di San Martino, il più antico dei tre quartieri e sede del potere cittadino, in quanto ivi sorgevano il Palazzo Reale e le abitazioni della locale nobiltà di un tempo.

Palazzo reale     palazzo gatto quartiere s.martino
Figura 52: Palazzo Reale
Figura 53: Palazzo nobiliare

Secondo la tradizione storiografica, Federico II di Svevia, che amava soggiornare in città, fece del Regio Castello la propria dimora. La mancanza di documenti ci impedisce di conoscere chi fu l’architetto a cui l’Imperatore affidò l’edificazione del Castello.
Da recenti studi archeoastronomici, risulta che l’edificio è orientato verso il punto di tramonto del Sole, all’orizzonte naturale locale, nel giorno del 26 dicembre (calendario giuliano) del XIII secolo; questa data risulta molto significativa in quanto è il giorno di nascita di Federico.
Non stupisce neanche che egli abbia fatto innalzare le otto torri, in quanto a tutti è noto il legame del sovrano con il numero otto. Per fare alcuni esempi: nasce a Iesi il 26 (la somma di queste due cifre fa otto) dicembre 1194; fu incoronato ad Aquisgrana il 26 (la cui somma fa otto) dicembre 1208 in una cappella ottagonale; fece edificare Castel Del Monte (forma ottagonale) e la torre ottagonale di Enna[38]; morì nel 1250, la cui somma fa otto; visse 56 anni un multiplo del numero otto; e solo alla fine del 1700 si scoprì che si fece seppellire con un anello formato da uno smeraldo circondato da otto petali d’oro. Numero che fu inserito anche nella torre centrale del Regio Castello, dove il coronamento della parte superiore dei lati orientale ed occidentale è caratterizzato da un motivo di otto archetti a tutto sesto[39].
Un’iscrizione posta sulla sommità del portale d’ingresso fornisce alcune preziose informazione sulla storia del Castello.

DSC03618  Figura 54: L’iscrizione posta sul portale d’ingresso del castello

Il testo, disposto su dieci linee, così recita:

D(eo) O(ptimo) M(aximo) / Quas prius sub Phi`l´ippo II / Ci(vitatis) iurati aere pu(bblico) pu(bblicas) carceres extruxerunt / Nunc proprys su(m)ptib(us) in augustiore(m) forma(m) redactas / Castru(m) Regiu(m) Regio diplomate sibi suis(que) perpetuo co(n)cessu(m) / Philippo IIII Feliciter Regnante / d(on) Fran(cisco) de Mello Comite Asumariae Regni vices gere(n)te / d(on) Carol(us) Romeo d(on) Vince(n)nty ex d(on) Bartholomeo filio nepos / ia(m) medy grani recens eiusde(m) Castri Prim(us) Baro ac Regi(us) Miles / iustitiae et Urbis Praesidium ac Decus MDCXXXX[40]

Dunque, nella seconda metà del XVI secolo, durante il regno di Filippo II di Spagna (1527-1598)[41], i giurati della città, a spese pubbliche, trasformarono il castello, in pubblico carcere. Successivamente durante il regno di Filippo IV di Spagna (1605-1665)[42] l’Università della Terra di Randazzo, per non perdere la sua demanialità, fu costretta a vendere lo stesso, per pagare al Regio Fisco il contributo richiesto[43]. Esso fu acquistato da don Carlo Romeo, figlio di Vincenzo e nipote di Bartolomeo. Egli lo fece restaurare, a sue spese, restituendogli il suo aspetto di maestoso castello, acquisendo così il titolo di Barone del Castello di Randazzo.
Il castello rimase di proprietà della famiglia Romeo fino al 1738, anno in cui fu ceduto, insieme al titolo, a don Mattia Vagliasindi per il figlio Michelangelo.
Successivamente, a seguito della soppressione in Sicilia della feudalità, la famiglia Vagliasindi cedette il castello, in enfiteusi, al Comune di Randazzo, dietro il pagamento del canone annuo di 20 once, riservandosi, però, il titolo.
Il castello fu nuovamente adibito a carcere fino al 1973, anno in cui fu dichiarato malsano e inabitabile[44]. Dell’orrore di tale carcere ci racconta Lionardo Vigo, di passaggio da Randazzo nel luglio del 1833:

19 luglio a 15 ore

Le carceri……. io non so visitare un paese senza versare una lagrima su le case di forza: l’orrore, la melanconia di quelle mura hanno un’arcana eloquenza pel mio cuore. – Queste sono un fortilizio del medio evo – tetre fuori, come entro: sulla porta è una grande aquila di marmo bianco; sono deserte: = quell’aquila abbandonata, quello spaventoso silenzio, quei feri, quelle catene….. non parlano un linguaggio, che ravvicina più idee, più passioni, più secoli?
L’atrio recondito della tortura, i macigni per attorcervi le corde, l’altissimo perno delle carrucole, tutto è vivo: dalle mie ossa salendo un fremito mi ricerca l’anima tutta, che conturbata riposa sulla immagine di Beccaria, che vien l’ultima, ma la più dolce e cara.
– Cavati nell’umida pietra, su cui sorge l’edificio, sono tenebrosi sotterranei pertugi, che furono stanza agl’imputati: non sono cinque palmi lunghi, quattro alti: ai rinchiusi era negato tutto, sin l’aria: concedeasi solo dalla pietà feroce un tozzo di pane, un bicchier d’acqua….. Poteansi scolpire su’ catenacci, che li chiudevano, le parole di morte della città dolente – fuggite ogni speranza.
È poco che si aperse una di quelle buche; vi si rinvenne incadaverita una monaca….. forse imputata di sortilegio…… Ma come morì? chiedeva nel mio raccapriccio al custode – se la scordarono forse; – forse!
E si scorda vivo sepolto un’essere, il quale ha diritto alla vita quanto i malvagi stessi, che ivi lo chiusero….. ed ha grandi diritti alla pubblica compassione, perché era infelice!
Ricuso visitare la camera dei teschi (cammira di li crozzi). – Ho bisogno vivissimo d’aria e di luce: ascendo il palco superiore: respiro. – La vastità de’ campi e del cielo mi solleva; abbasso gli occhi sur un involto di cenci luridi di sangue: è il cadavere di un neonato, figlio dell’incesto, vittima del parricidio: il padre lo ebbe dalla figlia, e nato lo diede di sua mano alla morte. – Questo gruppo di misfatti mi fece rabbrividire di raccapriccio: vedete quanto siamo civili!
[45]

L’aspetto che oggi ha il Castello Svevo è dovuto ad un restauro effettuato agli inizi degli anni Novanta.
Esso dal 1998 ospita il Museo Archeologico “Paolo Vagliasindi”.
Il complesso è caratterizzato da un corpo centrale più elevato e due corpi laterali.
Sul lato orientale si apre il monumentale portale con stipiti ed arco a tutto sesto in pietra lavica, unico accesso al castello.

DSC03616  Figura 55: Il portale del prospetto principale

Sopra il portale campeggia la lastra lapidea sovrastata dallo stemma di Filippo IV di Spagna.

DSC03616 stemma  Figura 56: Lo stemma di Filippo IV di Spagna

Un’altra iscrizione recita:

O voi che // intrati // usciti di / speran / za / di / fug[46]

Un ammonimento per i carcerati che si accingevano ad entrare in questa tetra e sinistra prigione, che mai avrebbero avuto occasione di fuggire.
La parte sommitale del complesso si caratterizza per la presenza di una merlatura continua lungo i tre corpi di fabbrica, quella del corpo centrale poggia su un coronamento ad archetti ciechi.

L’attuale poderoso palazzo che sorge in via Torre, altro non è che l’antica torre situata all’angolo sud-occidentale della cortina muraria.

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Figure 57-58: La torre angolare di sud-ovest

Essa si erge nella parte più alta della città e per la sua particolare e strategica posizione dominante, in passato, dovette svolgere un importante ruolo difensivo e di controllo del territorio.
A causa della mancanza di documenti non è possibile ricostruire le vicende storiche della torre, certo è che quando venne meno la sua funzione difensiva, essa, dopo diversi rimaneggiamenti, fu adibita a dimora gentilizia, come si evince dallo stemma posto sull’arco della bifora del primo piano della facciata.

DSC01889  Figura 59: Stemma gentilizio posto sull’arco della bifora 

Il complesso attualmente, è composto da due corpi di fabbrica rettangolari affiancati, il più alto termina con merlatura aggettante su beccatelli e archetti, mentre il più basso era affiancato da un terzo corpo, demolito dopo il 1933, come si evince da una cartolina d’epoca che ritrae il palazzo sullo sfondo.

970888_10151519182106975_400947102_n  Figura 60: Cartolina d’epoca con la torre sullo sfondo

Sul lato settentrionale della cortina urbica, tra il monastero di San Giorgio e la porta dell’Erba Spina, si erge una torretta rompitratta, a pianta semicircolare, impostata su una roccia.

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Figura 61: Lato settentrionale della cinta muraria, nei pressi del monastero di San Giorgio, con la torretta rompitratta in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto
Figura 62: La torretta rompitratta, oggi

Sempre sul lato settentrionale del circuito murario, tra la porta di Buxemi e la porta della Giustizia, fino al secolo scorso, si trovava un edificio conosciuto nel XVI secolo come “Torrazza”, che altro non era come ci riferisce padre Luigi Magro che la «torre che ora è rimasta unica tra le torri della Città ed era, come lo è tuttora, sulle antiche mura mantenendo ancora i merli che la sovrastavano»[47].
Essa, quando perse la sua originale funzione militare, divenne la residenza gentilizia della famiglia Russo. Successivamente la torre fu ceduta alla nobile famiglia Floritta, la quale, il 20 aprile del 1519, con atto rogato dal notaio Vincenzo de Luna, la cedette ai padri domenicani i quali la inglobarono nel loro nuovo convento[48].
A seguito dei danni subiti durante i bombardamenti del luglio-agosto del 1943, la torre venne demolita e al suo posto fu costruita una struttura pubblica.
Dell’antica Torrazza non rimane altro se non una fotografia, dei primi del Novecento, pubblicata dal De Roberto nella sua opera Randazzo e la Valle dell’Alcantara.

IMG_0301 de Roberto p. 82  Figura 63: L’antica Torrazza immortalata dal De Roberto

DOCUMENTI

NOTE

[1] Nella cartografia ufficiale il torrente è indicato con l’idronimo Vallone del Gurrida. Il suo antico idronimo era Cantara, l’erudito Antonio Filoteo degli Omodei nella sua Descrizione della Sicilia, riporta che il fiume Cantara «Discende per due ruscelli, ambidue sopra Randazzo, dal sinistro lato dell’Appennino, e per il destro d’essa città; l’uno da esso Appennino, sopra la città circa tre miglia, al dritto quasi di Tortorice, in una valle profonda, da una fonte detta Saliciazzo, e lasciando nel sinistro lato le antiche ruine di Randazzo il vecchio, e dalla destra un paese detto Roccabellia, cala giù come un ruscello per quella valle; ed un altro, ma picciolo, dalla parte di ponente sopra la città di Randazzo, circa a tre altre miglia, cagionato da molti fonti, che da certi monti di là dalla città per la parte di tramontana vi discendono, che unitisi insieme fanno un rivo, che scendendo giù ed accostandosi alla città, vi passa sotto le mura ed il piano di San Giovanni; ed arrivando alle fontane vecchia e nuova della città circa un tiro di balestra, giù si congiunge con l’altro; e quivi, pigliando il nome di Randazzo, insieme arrivano al ponte grande di Randazzo», Omodei A. F., Descrizione della Sicilia nel secolo XVI, in «Biblioteca storica e letteraria di Sicilia», a cura di Gioacchino di Marzo, vol. XXIV, VI della seconda serie, Palermo, 1876, pp. 47-48. Nel XIX secolo era noto con l’idronimo Vallone, Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 626.
[2] Ivi, vol. I, Libro III, cap. I, p.270.
[3] Ivi, p. 266.
[4] Purtroppo, fino ad oggi, all’interno della città sono stati effettuati solo tre saggi di scavo archeologico. Essi sono stati eseguiti dall’associazione SiciliAntica in collaborazione con la Soprintendenza di Catania. Il primo, nel 1998, è stato effettuato all’interno del monastero di San Giorgio ed ha interessato due aree: la prima, un locale attiguo al campanile, l’altra una piccola zona del giardino. Il secondo, nel 2000, in occasione dei lavori per la sistemazione della pavimentazione della via Dei Lanza. Il terzo, infine, nel 2001, in occasione dei lavori per la sistemazione della pavimentazione nei pressi del campanile della chiesa di San Martino.
[5] Scarpignato G., Randazzo (CT) – Attività di scavo e ricerca archeologica, <http://www.siciliantica.it/scavi_archeologici/randazzo.htm>, agg. 2016.
[6] La distanza angolare, misurata in senso orario, tra il punto cardinale Nord e qualsiasi punto sull’orizzonte astronomico locale è detto Azimut. Convenzionalmente, il Nord ha azimut pari a 0 gradi, l’Est avrà un azimut pari a 90 gradi, il Sud a 180 gradi e l’Ovest a 270 gradi.
[7] Sacerdote.
[8] Alla latitudine di Randazzo va da un azimut astronomico pari a 59 gradi al solstizio estivo fino ad un azimut di 119 gradi al solstizio invernale.
[9] Quando la stella, appena sorta, si trova pochi gradi sopra l’orizzonte locale prima del sorgere del Sole.
[10] Per effetto della precessione degli equinozi la data e l’azimut della levata eliaca di una stella variano.
[11] Militi A., Randazzo segreta. Astronomia, Geometria sacra e Misteri tra le sue pietre, Tipheret, Acireale-Roma, 2012, pp. 44-48.
[12] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 4, cc. 3v-10v (1452).
[13] Vedi Documenti, I.
[14] Vedi Documenti, II.
[15] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 628.
[16] Il nome attuale del fiume Alcantara deriva dal termine di origine araba al Qantarah “il ponte”, in riferimento ad un ponte romano che sorgeva nei pressi della foce del fiume. Lo storico greco Tucidide lo chiama Akesine. Mentre lo storico Appiano di Alessandria lo chiama Onobola.
[17] Bacino Idrografico del Fiume Alcantara, in «Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (P:A:I:)», Regione Siciliana Assessorato Territorio e Ambiente, 2006, <http://www.parcoalcantara.it/pdf/Relaz.Bacino096.pdf>, agg. 2016, pp. 20-21.
[18] Caffo S., Le sciare di S.Venera (Maletto), <http://www.cataniaperte.com/etna/vulcanologia/index1.htm>, agg. 2016.
[19] San Martino, Santa Barbara, San Domenico con l’annesso convento, San Nicola, Santa Caterina con l’annesso monastero, Santa Maria, San Giorgio con l’annesso monastero, Carmine con l’annesso convento, Annunziata, Santo Spirito, San Gregorio, San Francesco d’Assisi con l’annesso convento, San Francesco di Paola con l’annesso convento, San Pietro, Santissimo Salvatore della Placa con l’annesso collegio di San Basilio, Santa Maria di Gesù con l’annesso convento.
[20] Riportata con il nome di Puglisi.
[21] Indicata con il nome di Santa Maria.
[22] Giovanni dei Cappuccini, Storia di Castrogiovanni: Enna dalle origini al XVIII secolo, a cura di Carmelo Bonarrigo, Palermo, Biblioteca Francescana – Officina di Studi Medievali, 2009, c. 723, p. 246: «il secondo è fuora delle mura verso mezo giorno governato da RR.P. de minori osservanti».
[23] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43, Prima Parte: Randazzo Civile, c. 57, p. 62.
[24] Fu re di Sicilia con il nome di Pietro I di Sicilia dal 1282 al 1285.
[25] Inquartato in decusse con aquile affrontate e coronate.
[26] La quale si trovava presso la sacrestia della chiesa di Santa Maria.
[27] Omodei A. F., Descrizione della Sicilia nel secolo XVI, op. cit., p. 50.
[28] Recipiente in terracotta fornito di due grossi manici nella parte superiore. In Sicilia utilizzate per trasportare acqua e vino.
[29] Ivi, p. 48.
[30] Da un atto rogato dal notaio Pietro Marotta, il 21 luglio 1456, apprendiamo che il carcere con tutte le ferramenta e gli attrezzi fu, da Simone Russo, vicesecreto di Randazzo, e Villanova di Villanova, capitano della città, concesso per un anno in accomenda, per 7 fiorini, a Jacopo Galassu, a causa dell’anzianità dell’attuale carceriere Nicolao di Antone. Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 229v-230r.
[31] Vedi Documenti, II.
[32] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 627.
[33] Il reverendo Plumari si limita a riportare il testo dell’iscrizione, trascritto dal decano Pietro di Blasi in un suo manoscritto, e, in nota, la disquisizione di don Prospero Ribizzi sui sei personaggi nominati nell’iscrizione (Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Libro VI, pp. 153-154).
Sull’autenticità dell’iscrizione, nutriamo molti dubbi, soprattutto se si considerano le evidenti discordanze tra i personaggi citati nel testo e la datazione espressa.
Secondo il Ribizzi «A Pietro Spatafora fù donata la Baronia di Jaci. In seguito Re Federico II, in escambio di questa Città, donò a Pietro la Baronia di Traina nell’anno 1304. Poi questo sovrano nel 1306 donò a Ruggiero Spatafora figlio di Pietro, in cambio di Traina la Baronia di Roccella Val Demena». Da un’attenta ricostruzione delle vicende storiche della terra di Jaci (Aci), dalla conquista normanna della Sicilia fino a quando fu dichiarata terra demaniale, risulta alquanto improbabile che la baronia di Jaci sia stata donata a Pietro Spatafora. Nel 1092, il Gran Conte Ruggero (1031ca-1101) concesse Iachium cum omnibus pertinentiis suis ad Angerio, vescovo di Catania. Nel 1233 Federico II di Svevia rimosse il vescovo di Catania, Gualtiero di Palearia, della giurisdizione su Aci che quindi passò al regio demanio. Nel 1266 Carlo I d’Angiò (1226-1285) concesse nuovamente la giurisdizione su Aci al vescovo di Catania. Nel 1287 Giacomo I (1267-1327) nomina Forti Tudisco governatore di Aci. Nel 1296, Federico III (1373/4-1337) concesse Aci all’ammiraglio Ruggero di Lauria, la donazione fu confermata nel 1297 da papa Bonifacio VIII. Morto Lauria nel 1305, la terra di Aci passò per successione alla figlia Margherita ma nel 1320 le fu confiscata da Federico III «propter crimen ribellionis», e ceduta a Blasco d’Alagona. Aci appartenne agli Alagona, tranne dal 1341 al 1348 che fu posseduta dal duca Giovanni, fino a quando, nel settembre del 1398, re Martino il Giovane (1374-1409) fece dichiarare dal Parlamento generale di Siracusa che le terre acesi dovevano rimanere in perpetuo nel regio demanio (Terra Jacij esse et esse debere in perpetuum de demanio) (Donato M., Vicende storiche dei casali dell’Università di Aci, <http://www.accademiadeglizelanti.it/2000/vicende%20storiche. pdf>, agg. 2016). Un certo Pietro Spatafora viene menzionato in un diploma emanato da Pietro III d’Aragona, il 14 novembre 1282, con il quale il re ordina a Iusuf Ravaya suo tesoriere, di pagare a Pietro Spatafora sei once d’oro, che lo stesso dovrà corrispondere, per parte della Curia, a certi mercanti come prezzo di una certa quantità di vino acquistata (Silvestri G., De Rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283), in «Documenti per servire alla storia di Sicilia», Prima Serie – Diplomatica, vol. V, Palermo, 1882, doc. CCLXXV, p. 228). Re Giacomo scrive, il 14 maggio 1292, all’infante Federico di voler confermare a P. Spatafora «ad officio capitanie et castellanie terre et castri Balnearie» (La Mantia G., Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, in «Documenti per servire alla storia di Sicilia» Serie I, Palermo, 1956, vol. II, pp. 181-182). Nel 1294, Pietro Spatafora ricopre ancora la carica di capitano e castellano di Bagnara. Federico III concesse a Pietro Spatafora e ai suoi eredi il reddito di 50 once sui proventi di Troina, sotto servizio di due cavalli armati e mezzo. Pietro risulta già morto il 27 aprile 1306, quando il sovrano promise di assegnare agli eredi i proventi su rendite di altri centri demaniali (Marrone A., Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390), ad vocem Spatafora, p. 403). Un Pietro Spatafora il 20 settembre 1362 viene nominato giudice della terra di Randazzo (Archivio di Stato di Palermo, Fondo Protonotaro del Regno, vol. 1, f. 74r). Nel 1366 egli ricopre la carica di secreto di Randazzo (Archivio di Stato di Palermo, Fondo Real Cancelleria, vol. 10, f. 24v), mentre il 12 aprile 1371 risulta già morto (Archivio di Stato di Palermo, Fondo Real Cancelleria, vol. 6, ff. 64r-65r).
Su Damiano Spatafora il Ribizzi si limita a riportare che le fu donata da Pietro III d’Aragona la baronia di Spanò. Di questa donazione, però, allo stato attuale, non si è trovato riscontro nei documenti. Dai documenti risulta, invece, che Pietro II di Sicilia (1304-1342), l’8 novembre 1337, confermò al dominus miles Damiano Spatafora, figlio ed erede di Ruggero, l’investitura della terra di Roccella, dalla quale secondo la Descriptio feudorum del 1335 egli ricavava 150 once (Mirazita I., Documenti relativi all’epoca del Vespro tratti dai manoscritti di Domenico Schiavo della Biblioteca comunale di Palermo, Palermo, 1983, p. 188). Qualche anno dopo, il 17 maggio 1343, re Ludovico (1335/7-1355) concesse a Damiano, domiciliato a Randazzo, la foresta «de Revocato seu Iardinelli et la Mancusa» (Barberi G. L., I Capibrevi, pubblicati a cura di Giuseppe Silvestri, Palermo, 1886, vol. II: I feudi del Val di Demina, p. 51).
Nicola d’Antiochia è stato identificato, dal Rabizzi, con il figlio di «quel Corrado, ch’era stato Vicario del Regno di Sicilia per parte di Corradino. Federico De Antiochia, fratello di Nicolò, fu poi nella Città di Enna dal Re Federico II Aragonese investito Conte di Capizzi». In realtà, la reale identità del personaggio resta dubbia in quanto Corrado I d’Antiochia (1240/1-ca 1320) figlio di Federico d’Antiochia, a sua volta figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia, sposò Beatrice Lancia dalla quale ebbe otto figli: Federico, Bartolomeo, Francesco, Costanza, Imperatrice, Corrado, Galvano e Giovanna (Meriggi A., Corrado I d’Antiochia, <http://www.treccani.it/enciclo-pedia/corrado-i-d-antiochia_(Federiciana)/>, agg. 2016).
Francesco Homodeo, secondo il Ribizzi, fu investito barone di Maletto ed era il padre di Nicolò «che appare investito della stessa baronia di Maletto nell’Anno 1320». In realtà da I Capibrevi del Barberi, apprendiamo che, il 13 aprile 1344, re Ludovico investe il notaio Francisco de Homodei, domiciliato a Randazzo, del feudo di Maletto, acquistato, per 125 once, in data 16 gennaio 1344 da Margaritam, unica erede di Nicholaum de Homodeo. Alla morte del notaio Francesco Homodeo, gli successe il figlio Simone (Barberi G. L., I Capibrevi, op. cit., vol. II: I feudi del Val di Demina, pp. 225-226).
Infine, l’identificazione di Giovanni Pollichino seppur risulta esatta, essa è in disaccordo, però, come vedremo, con la datazione espressa, mentre Corrado Lancia viene erroneamente identificato con Corrado Lancia cognato di Ruggero Lauria. Alcuni documenti ci hanno permesso di identificare questi due personaggi. Il 6 aprile 1356, re Federico IV (1341-1377) invia una missiva a Corrado Lancia, barone di Sinagra e Giovanni Pollichino, barone di Tortorici, per congratularsi con gli stessi, per aver coraggiosamente resistito ai tentativi di ribellione, che volevano attuare alcuni nemici in Randazzo, approfittando della visita dell’infante Eufemia nella stessa terra (Plumari G., Codice Diplomatico della Fedelissima e Piena Città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15, f. 32r). La terra di Sinagra fino al 1250 apparteneva alla Regia Corte, poi dalla stessa venne concessa alla diocesi di Patti. Il primo barone della terra di Sinagra fu Manfredi Lancia che fu investito di questo titolo nobiliare, dopo aver acquisito, intorno al 1320, la terra. Alla morte di costui la terra e il titolo passarono poi per successione al figlio Corrado (San Martino De Spucches F., La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origini ai nostri giorni (1925), Palermo, 1931, vol VII: Quadro 873 a quadro 1062 (Ristampa anastatica, a cura di Mario Gregorio, 2013), p. 393).
[34] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Prima Parte: Randazzo Civile , c. 69, p. 72.
[35] Ivi, c. 69, p. 71.
[36] Ivi, c. 70, p. 73.
[37] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice V: Porte alle muraglie della città di Randazzo, p. 630.
[38] Residenza estiva dell’imperatore svevo, secondo la tradizione, fu un’opera di Riccardo da Lentini (importante architetto militare della corte sveva di Federico II). Le sue origini, secondo recenti studi di, risalgono alla metà del XIII, fattore quest’ultimo che avvalora la tesi che a volerla fu Federico II.
[39] Militi Angela, Randazzo segreta, op. cit., pp. 61, 62.
[40]La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni e distinguendo tra u e v in base al valore fonetico assunto dal singolo segno. Non sono riprodotti gli interpunta. Con apici alti ` ´ si segnala la correzione del testo fatta dallo scriptor; con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni. Si è inserita una barra obliqua / per segnalare la fine di ogni riga.
[41] Fu re di Sicilia con il nome di Filippo I di Sicilia dal 1556 al 1598.
[42]Fu re di Sicilia con il nome di Filippo III di Sicilia dal 1621 al 1665.
[43] Agati S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988, p. 190.
[44] Ivi, p. 191.
[45] Vigo L., Lettere di Lionardo Vigo a Ferdinando Malvica sopra una gita da Catania a Randazzo, in «Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia», Tomo X, Anno III, Palermo 1834, pp. 208-209.
[46] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni. Le lettere attualmente perdute ma note perché trascritte da altri studiosi sono state trascritte con l’uso della sottolineatura. Si è inserita una doppia barra obliqua // per segnalare la fine della sezione.
[47] Magro L., Cenni storici della città di Randazzo, op. cit., Parte Seconda: Randazzo sacra, c. 101, p. 328.
[48] Plumari G., Storia di Randazzo, op. cit., vol. II, Appendice VII, p. 651.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO DI STATO DI CATANIA
Fondo notarile di Randazzo
notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 4.
notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5.

ARCHIVIO DI STATO DI PALERMO
Fondo Protonotaro del Regno, voll. 1, 2.
Fondo Real Cancelleria, voll. 6, 10.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AGATI S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988.

BARBERI G. L., I Capibrevi, pubblicati a cura di Giuseppe Silvestri, Palermo, 1886, vol. II: I feudi del Val di Demina.

COSENTINO G., Codice diplomatico di Federico III di Aragona re di Sicilia (1355-1377), Palermo, 1885, vol. I, doc. CIV, pp. 78, 79.

GIOVANNI DEI CAPPUCCINI, Storia di Castrogiovanni: Enna dalle origini al XVIII secolo, a cura di Carmelo Bonarrigo, Palermo, Biblioteca Francescana – Officina di Studi Medievali, 2009.

LA MANTIA G., Codice diplomatico dei re aragonesi di Sicilia, in «Documenti per servire alla storia di Sicilia» Serie I, Palermo, 1956, vol II.

MAGRO L., Cenni storici della città di Randazzo compilati dal P. Luigi da Randazzo, Cappuccino, divisi in due parti. Prima parte: Randazzo Civile, Seconda parte: Randazzo Sacra, con aggiunta di tre appendici importanti, trascrizione a cura di Sergio Sebastiano Aidala, 1946, Biblioteca comunale di Randazzo, SL.G.43.

MARRONE A., Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390), ad vocem Spatafora.

MILITI A., Randazzo segreta. Astronomia, Geometria sacra e Misteri tra le sue pietre, Tipheret, Acireale-Roma, 2012.

MIRAZITA I., Documenti relativi all’epoca del Vespro tratti dai manoscritti di Domenico Schiavo della Biblioteca comunale di Palermo, Palermo, 1983.

OMODEI A. F., Descrizione della Sicilia nel secolo XVI, in «Biblioteca storica e letteraria di Sicilia», a cura di Gioacchino di Marzo, vol. XXIV, VI della seconda serie, Palermo, 1876.

PLUMARI G., Codice Diplomatico della Fedelissima e Piena Città di Randazzo, ms. del XIX secolo, in ff., Biblioteca comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15.

PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77.

SAN MARTINO DE SPUCCHES F., La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia dalla loro origini ai nostri giorni (1925), Palermo, 1931, vol VII: Quadro 873 a quadro 1062 (Ristampa anastatica, a cura di Mario Gregorio, 2013).

SILVESTRI G., De Rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282-26 agosto 1283), in «Documenti per servire alla storia di Sicilia», Prima Serie – Diplomatica, vol. V, Palermo, 1882.

VIGO L., Lettere di Lionardo Vigo a Ferdinando Malvica sopra una gita da Catania a Randazzo, in «Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia», Tomo X, Anno III, Palermo 1834.

FONTI INTERNET

Bacino Idrografico del Fiume Alcantara, in «Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (P:A:I:)», Regione Siciliana Assessorato Territorio e Ambiente, 2006, <http://www.parcoalcantara.it/pdf/Relaz.Bacino096.pdf>, agg. 2016, pp. 20-21.

CAFFO S., Le sciare di S.Venera (Maletto), <http://www.cataniaperte.com/etna/vulcanologia/index1.htm>, agg. 2016.

DONATO M., Vicende storiche dei casali dell’Università di Aci, <http://www.accademiadeglizelanti.it/2000/vicende%20storiche. pdf>, agg. 2016.

MERIGGI A., Corrado I d’Antiochia, <http://www.treccani.it/enciclo-pedia/corrado-i-d-antiochia_(Federiciana)/>, agg. 2016.

SCARPIGNATO G., Randazzo (CT) – Attività di scavo e ricerca archeologica, <http://www.siciliantica.it/scavi_archeologici/randazzo.htm>, agg. 2016.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Le fotografie e le illustrazioni riprodotte nell’articolo, quando non specificato diversamente, sono state eseguite dall’autrice.

Figura 18: Pianta litografica della città di Randazzo, tratta da: PLUMARI G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, voll. I-II, ms. del 1847-9, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol. II, Pianta litografica della città di Randazzo. Per gentile concessione della Biblioteca comunale di Palermo, autorizzazione n. prot. 161121/ AREG del 29-02-2016.

Figura 19: Fiume Flascio, gentilmente fornita da Salvo Granato.

Figura 21: Il lago Gurrida, gentilmente fornita da Salvo Granato.

Figura 26: Pianta dello abitato di Randazzo, Regione Siciliana, CRCD, U.O IV, Archivio cartografico Mortillaro di Villarena, mappa n. 152, autorizzazione prot. n. 1027 del 01-03-2016.

Figura 27: Mappa catastale del 1877, la linea rossa indica il tracciato murario ancora esistente, la linea azzurra l’antico alveo del torrente Annunziata , tratta da: Basile F., L’etnea Randazzo. Nuovi borghi montani nella Sicilia Normanna: genesi e crescita, Bologna, Alfa, 1984, pp. 92-93.

Figura 28: La porta Aragonese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 23.

Figura 32: Ritratto di Martino I il Giovane, tratto da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Sovrani_di_Sicilia#/media/File:Martino_il_Giovane_re_di_Sicilia.jpg>, agg. 2016.

Figura 33: Particolare della mappa catastale del 1877, tratta da: Basile F., L’etnea Randazzo, op. cit., p. 92.

Figura 40: La porta Pugliese in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, op. cit., p. 23.

Figura 45: La porta di San Martino in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: Ivi, p. 38.

Figura 50: Il Regio Castello in una foto degli inizi del Novecento, tratta da: Ivi, p. 25.

Figura 61: Lato settentrionale della cinta muraria, nei pressi del monastero di San Giorgio, con la torretta rompitratta in una foto, degli inizi del Novecento, del De Roberto, tratta da: Ivi, p. 21.

Figura 63: L’antica Torrazza immortalata dal De Roberto, tratta da: Ivi, p. 82.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio profondamente il dottor Filippo Bertolo, non solo per la sua amicizia, che mi onora molto, ma anche per l’aiuto prezioso che mi ha offerto.
Allo stesso modo, ringrazio Salvo Granato, per la sua grande disponibilità e per la preziosa collaborazione, avendo eseguito per me alcune fotografie.

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La chiesa scomparsa di Santo Stefano a Randazzo

“Ricerca: non accontentarsi di quello che si sa”
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaMargherita Hack

La chiesa di Santo Stefano, di cui non resta oggi più alcuna traccia visibile, era situata lungo l’odierna via Umberto I, anticamente conosciuta come Piazza Soprana, in prossimità del palazzo reale.
Non si conosce con precisione la data di costruzione di questo antichissimo edificio religioso, ma data la somiglianza stilistica con la chiesa di San Vito e quella di Sant’Agata è ascrivibile tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo.
La tradizione ci tramanda che re Pietro III di Aragona (1239-1285)[1], durante il suo soggiorno in Città, vi ascoltasse, con grande devozione, la Santa Messa e che concesse alla stessa una Regia gabella che anticamente riscuoteva sulla misura del tumulo della città di Randazzo, detta “Gabella del tumulo di Santo Stefano”, della quale tuttavia non ci sono documenti in merito[2].
Stando a quanto riportato dal reverendo Plumari, nel 1840 fu acquistata dal barone Diego Vagliasindi, il quale l’adibì a cantina, facendo demolire il piccolo campanile a vela ed il portale della stessa, in ossequio del Real Decreto del 26 gennaio 1825, emanato dal re Francesco I (1777-1830), il quale ordinava la distruzione di tutto ciò che ricordasse essere un edificio sacro se destinato ad uso profano[3].
Un’ulteriore conferma viene dal Sommarione[4] del Catasto provvisorio siciliano del 1852, il quale registra, in Piazza Soprana, una cantina di proprietà del barone don Diego Vagliasindi[5].
Nei primi anni del 900 l’edificio era ancora adibito a tale uso come riferiscono sia il De Roberto: «E chi, vedendo il rosone che sta sulla porta di una cantina, un poco oltre la casa Scala, può credere che questo sia un avanzo della chiesa di San Stefano al secolo XIII una delle prime della città?»[6], che il Leopold: «sulla attuale strada maestra un edificio, che ora serve da cantina e purtroppo non conserva molto dell’architettura originaria»[7]. Resterà cantina fino al 1943 quando i bombardamenti aerei, a cui fu soggetta la Città, colpirono l’edificio, danneggiandolo gravemente, lasciando in piedi soltanto l’abside, che successivamente venne demolita nella ricostruzione post-bellica[8], per favorire la costruzione di una nuova abitazione.

abside chiesa Santo Stefano Figura 1: Randazzo, Chiesa di Santo Stefano, resti dell’abside

Della chiesetta rimangono, altresì, un disegno della sua facciata, fatto eseguire dal reverendo Plumari, prima che la stessa venisse modificata dal barone Vagliasindi e il rilievo architettonico (planimetrico e prospettico) eseguito dal Leopold, che visitò Randazzo durante un suo viaggio di studio in Sicilia tra il 1910 e 1911.

Chiesa S.Stefano Rilievo architettonico chiesa di Santo Stefano
Figura 2: Rilievo della chiesa di Santo Stefano fatto eseguire dal reverendo Plumari, 1840
Figura 3: Rilievo architettonico della chiesa eseguito dal Leopold

Lo stesso annota che la chiesa di Santo Stefano, così come la chiesa di San Vito e quella di Sant’Agata, presentava: «un ambiente principale rettangolare, con soffitto ligneo, è completato da un’abside semicircolare, la cui semicupola diventa sulla sommità un arco a sesto acuto»[9]; ed ancora: «L’unico ornamento della piccola cappella sulla strada maestra è il grazioso rosone primo gotico: quadrilobato, con ornamenti a trifoglio nei pennacchi ed è incorniciato da una ghiera molto ricca a tondini e gusci. L’evidente somiglianza con i piccoli rosoni sui portali laterali della cattedrale di Cosenza che secondo Berteaux fu consacrata il 30 gennaio 1222, fa supporre che anche la finestra di Randazzo sia stata eseguita al tempo dell’imperatore Federico II di Svevia»[10].
La localizzazione della chiesa di Santo Stefano è stata possibile grazie sia alle informazioni in nostro possesso, che confrontando la planimetria realizzata dal Leopold con le mappe catastali della città; ma un contributo decisivo è venuto dalla Mappa Urbana di Randazzo aggiornata al periodo postbellico, che censisce gli edifici crollati o demoliti dopo gli eventi bellici.
Dalla lettura della mappa si rileva che l’unico edificio che risulta demolito, in prossimità del palazzo reale[11], è quello contrassegnato con il numero di particella (o mappale) 435.

mappa x chiesa santo stefanoFigura 4: Mappa Urbana di Randazzo, Particolare del foglio 103B, in blu il palazzo reale e in rosso la demolita chiesa di Santo Stefano   

Questa nuova acquisizione riveste una grande importanza, poiché consente l’esatta identificazione topografica della chiesa di Santo Stefano[12].

NOTE

[1] Fu re di Sicilia con il nome di Pietro I dal 1282 al 1285.
[2] Plumari G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms del XIX secolo, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15, ff. 12v, 13r.
[3] Anno Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle due Sicilie. 1825. Semestre I, Napoli, 1825, decreto n. 35, pp. 49-50.
[4] Registro descrittivo delle proprietà, in cui sono notati i dati relativi al nome del possessore, alla natura, all’ubicazione, alla superficie, alla classe di produttività e alla rendita della proprietà.
[5] Archivio di Stato di Catania, Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229, Sezione A, n. 551, p. 18.
[6] De Roberto F., La Sicilia ignorata: Randazzo, in «Emporium: rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà» vol. 26, n. 153, Bergamo, Istituto Italiano di Arti Grafiche, 1907, p. 215; id., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 20.
[7] Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 153.
[8] Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol I, Parte II: Album storico-fotografico, p. 119.
[9] Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, op. cit., 153.
[10] Ivi, p. 154.
[11] Contrassegnato con il numero di particella (o mappale) 455, ubicato in via Umberto I nn. 224 e 226.
[12] Via Umberto I nn. 223 e 225.

FONTI ARCHIVISTICHE

Archivio di Stato di Catania
Fondo Catasto provvisorio siciliano, Sommarione di Randazzo, anno 1852, vol. 2229.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Anno Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle due Sicilie. 1825. Semestre I, Napoli, 1825.

De Roberto F., La Sicilia ignorata: Randazzo, in «Emporium: rivista mensile illustrata d’arte, letteratura, scienze e varietà» vol. 26, n. 153, Bergamo, Istituto Italiano di Arti Grafiche, 1907.

De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909.

Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007.

Plumari G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms del XIX secolo, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15.

Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol II, Rilievo della chiesa di Santo Stefano.

Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol I, Parte II: Album storico-fotografico.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 1: Randazzo, Chiesa di Santo Stefano, resti dell’abside, immagine tratta da: Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol. III, Atlante 2, Chiese minori, fig. 1.

Figura 2: Rilievo della chiesa di Santo Stefano fatto eseguire dal reverendo Plumari, 1840, immagine tratta da: Plumari G., Storia di Randazzo trattata in seno ad alcuni cenni della Storia generale di Sicilia, 1847-49, voll. I-II, Biblioteca Comunale di Palermo, Qq G76-77, vol II, Rilievo della chiesa di Santo Stefano, per gentile concessione della Biblioteca Comunale di Palermo.

Figura 3: Rilievo architettonico della chiesa eseguito dal Leopold, tratti da: Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 155.

Figura 4: Mappa Urbana di Randazzo, Particolare del foglio 103B, in blu il palazzo reale e in rosso la demolita chiesa di Santo Stefano. Per gentile concessione del dottor Filippo Bertolo che ringrazio immensamente.

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Randazzo, antiche unità di misura: “tumulu” e “quartara”

“La conoscenza non ha bisogno di ali e di piume, ma di pesi e misure”
aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaFrancis Bacon

Fin dagli albori della civiltà furono adottati sistemi di misure e pesi. Le attività di raccolto, l’estensione del terreno da coltivare, la caccia, il baratto etc. richiedevano infatti misure di lunghezza, di peso e di capacità.
Inizialmente l’uomo per misurare e pesare si servì di oggetti facilmente reperibili in natura quali bastoni, brocche, secchi e di varie parti del proprio corpo: l’avambraccio (cubito[1]), le braccia tese, il palmo, il pollice, il dito, il piede.
Fin dall’antichità per le principali unità di misura di lunghezza e peso, si realizzarono dei campioni standard, i quali erano accuratamente custoditi dalle autorità nei templi o in luoghi sacri e servivano a modello per ulteriori copie.
Per millenni ogni Impero, Stato o comunità ebbe misure proprie, derivanti da tradizioni e costumi secolari.
In Egitto, per misurare le lunghezze, si adoperava il meh suten (cubito reale), corrispondente a circa 52,3 cm, i cui sottomultipli erano: il palmo (equivalente alla larghezza del palmo escluso il pollice) e il dito (pari alla larghezza di un dito).
L’unità di misura per i volumi dei materiali secchi, come le granaglie, era la hekat corrispondente a circa 4,8 litri. Lo henu pari a 10 hekat, invece, era utilizzato come unità di misura sia per i liquidi (acqua, birra) che per i cereali. Le unità di misura di peso erano il deben (dbn), pari a circa 91 grammi, usato per pesare i metalli e il kite (Kdt) circa 9 grammi[2].
Presso i Sumeri il sistema delle unità di misura di lunghezza era basato sul kus (cubito sumero) pari a 49,5 cm. I volumi venivano misurati in sila, ban, pi e gur mentre le misure di peso erano il se, il gin, il ma.na, il gun[3].
I sistemi di misure e pesi creati in Mesopotamia furono adottati prima dai Greci e in seguito ripresi dai Romani che, a loro volta, li propagarono in tutta Europa.
Le unità di lunghezza utilizzate dai Romani erano: il digitus, l’uncia, il palmus, il pes, il palimpes (anche palmipedalis; un piede più un palmo), il cubitus, il passus, lo stadium, il miliare e la lega. La misura base per il liquidi era il sextarius pari a 0,54 litri con i suoi multipli l’urna (circa 13 litri), l’anphora (circa 26 litri) e l’otre culleus (circa 520 litri) e sottomultipli la lingula o piccolo cucchiaio, il cyathus o cucchiaio, il sextans, il triens e l’hemina. La misura base per gli aridi (granaglie, sementi e legumi) era il modius o moggio pari a 8,67 litri, con il suo multiplo il quandrantal e i sottomultipli il semodius o mezzo moggio, il sextarius e l’hemina. L’unità base delle misure di peso era la dracma pari a 3,408 grammi con i suoi multipli siclo, oncia, libbra e mina e i sottomultipli scrupulum, obolus, siliqua e chalcus[4].
Il campione standard del piede era custodito nel tempio di Giunone Moneta in Campidoglio, mentre i campioni delle unità di peso erano conservate presso il tempio di Giove Capitolino.
La Sicilia, in epoca medievale, aveva un proprio sistema di misura e pesi, che traeva le sue origini dal mondo romano, greco e arabo[5].
I valori di queste unità di misura variavano a seconda delle città e delle terre del Regno e dell’epoca.
Per la città di Randazzo, la più antica testimonianza, anche se non documentata, risale al XIII secolo, quando re Pietro concesse alla chiesa di Santo Stefano, una Regia gabella che anticamente riscuoteva sulla misura del tumulo di questa città[6].
Un tentativo di fare chiarezza nell’ambito delle misure e dei pesi venne compiuto dai Normanni e dagli Svevi. Essi stabilirono che tutti i beni fossero venduti a peso e misura, i quali dovevano essere legittimamente istituiti dalla Regia Camera, alla quale, per servirsene, bisognava pagare un tributo. I campioni standard delle misure dovevano essere conservati dai baiuli locali, i quali, a cadenza mensile, dovevano verificare che non venissero adulterati dai mercandanti. Inoltre, sancirono che i falsificatori o quelli che frodavano sulle misure – ovvero utilizzavano pesi e misure non stabilite dalla Regia Corte – fossero puniti, per la prima volta, con l’ammenda di una libbra d’oro purissimo, di due se il danno era stato perpetrato nei confronti di forestieri; chi non poteva permettersi di pagare tale ammenda, la prima volta, veniva frustato pubblicamente con le misure fraudolente appese al collo; la seconda volta le veniva tagliata la mano; la terza volta sarebbe stato impiccato.
Gli Angioini assegnarono ai secreti il diritto di verificare i pesi e le misure e punire con un’ammenda chi veniva colto a frodare sulle stesse[7].
I tentativi di standardizzare le misure, in particolare quella di capacità per gli aridi, continuarono anche sotto il dominio degli Aragonesi.
Nel 1285 Giacomo d’Aragona (1267-1327)[8], attraverso il Capitolo LXII, De fideli aestimatione terragiorum facienda, della Constitutiones Immunitatum, impose l’uso della salma generale per il terraggio[9], minacciando pene severe per i trasgressori[10].

Giacomo I
Figura 1: Orlando, Ritratto di Giacomo d’Aragona, Incisione, 1741

Un importante tentativo di unificazione, avvenne nel 1296, quando Federico d’Aragona o Federico III di Sicilia (1273/4 – 1337), allo scopo di rendere più semplici le transazioni commerciali nel Regno, nel Capitolo XX della Constitutionum Regalium, stabilì che la Sicilia citra flumen Salsum[11] doveva riferire il campione dell’unità di misura di capacità degli aridi, il tumulo (tummino), a quello in uso nella città di Siracusa e il campione di misura di peso, il cantaro, a quello in uso nella città di Messina, mentre la Sicilia ultra flumen Salsum[12] doveva riferire tutti i campioni per le misure di peso e di capacità a quelli della città di Palermo. Dispose, inoltre, che su ogni campione venisse apposto lo stemma reale[13] e delegò alle singole Universitates il compito di controllare i pesi e le misure[14].

                                                 Federico III             stemma federco III

Figura 2: Messina, Duomo, Federico III effigiato in un mosaico dell’abside dell’altare maggiore
Figura 3: Stemma di Aragona-Sicilia inquartato in decusse con aquile affrontate, introdotto da Federico III

Tuttavia, i Baroni e i Signori continuarono a utilizzare per il terraggio il grossum tumminum tant’è che, qualche mese più tardi, Federico dovette statuire un ammenda di dodici once per chi veniva colto a frodare sulle misure[15].
Per contrastare le frodi dei mensuratores successivamente, il 28 gennaio 1338, venne emanata una prammatica la quale minacciava pene severe, quali la fustigazione, per i mensuratores che non detenevano il tuminos giusto e approvato[16].
Un secolo dopo, fu Alfonso V d’Aragona (1394 – 1458), nel 1433, a tentare di uniformare le misure, attraverso il De mensura victualium, il quale stabiliva che, la misura del tumulo della Valle di Mazzara doveva essere conforme con quella di Palermo mentre quella delle valli Demone e Noto con la misura di Catania[17].

Alfonso V d'aragonaFigura 4: Parigi, Museo del Louvre, Ritratto di Alfonso V d’Aragona, Mino da Fiesole

A questo seguirono diverse prammatiche quelle del 1446[18] e quelle del 1458[19].
Da alcuni atti notarili, apprendiamo che nel XV secolo le unità di misura[20] più usate a Randazzo, erano quelle lineari, canna e palmo[21]; quelle di superficie agraria, salma[22], tumulo o thumulata[23], palmo[24] e mondello (mundela[25]); quelle dei liquidi, in particolar modo vino e mosto, salma e quartara[26]; nella compravendita degli aridi, così come per quella di carbone e calce, le unità di misura utilizzate erano la salma e il tumulo[27] che in due documenti è chiamato moggio[28]; infine, le unità di misura ponderali, usate anche per l’olio, erano il cantaro, il rotolo e il tumulo[29]. In alcuni documenti si è rinvenuto l’utilizzo di un’unità ponderale detta pisa (pesi) usata per il lino[30], la lana: «duodecim pisa ri lana: p(isa) g(randi) Randacii»[31], nonché il grano: «granorum decem p(isa) g(randi) p(isa) n(ostri)»[32].
Un altro tentativo di unificare pesi e misure viene attribuito a Ferdinando d’Aragona (1424-1494)[33], il quale, nel 1480, emanò un decreto[34], con il quale stabilì l’uniformità di tutti i pesi e le misure in tutte le province del Regno.

Ferdinando d'aragona  Figura 5: Parigi, Museo del Louvre, Busto-ritratto di Ferdinando d’Aragona

Ordinò che i campioni delle misure, scolpiti in un grande parallelepipedo di pietra, venissero collocati nel cortile del Castel Capuano. Infine, stabilì che tutte le città delle province, disponessero di campioni delle unità di misura di pietra e che gli stessi venissero esposti al pubblico affinché ognuno potesse rapportarsi ad essi[35].

    La mensa di ferrante   La mensa di Ferrante 2

Figure 6-7: Napoli, Castel Capuano, parallelepipedo marmoreo ove, Ferdinando d’Aragona, fece incavare i campioni delle unità di misura che dovevano servire da modello in tutto il Regno

In realtà, nonostante i vari editti e le varie prammatiche, ogni distretto, ogni Baronia, continuò a regolare le misure in modo autonomo, utilizzando quelle più convenevoli alle sue circostanze o meglio conciliabili con i propri interessi. È chiaro che ciò provocava gravi disordini e rendeva il commercio molto più complicato.
Pertanto, anche Ferdinando II d’Aragona (1452 – 1516), non potendo esimersi dalla questione, nel 1509, impose a tutte le Città e le Terre del Regno di uniformare tutti i campioni di misura con quelli stabiliti nel Capitula XXV emanato da re Alfonso V.

Ferdinando II d'aragona Figura 8: Berlino, Gemäldegalerie, Ferdinando II d’Aragona

Dispose, altresì, che coloro i quali fossero stati colti con misure non prescritte, sarebbero stati puniti con un’ammenda di mille ducati, lasciando, tuttavia, al Viceré arbitrio di infliggere ulteriori pene, quali la pubblica fustigazione e la condanna a due anni di prigione[36].
Del problema si preoccupò successivamente anche il viceré Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, il quale, il 27 luglio 1529, emanò una prammatica in cui dispose che nella città di Palermo, per la misurazione dei tessuti, si facesse uso della canna generale di otto palmi (misura larga).

Ettore Pignatelli  Figura 9: Ritratto del viceré Ettore Pignatelli, duca di Monteleone

Ordinò, per evitare possibili frodi ai negozianti e ai mercandanti, che «s’habbia da fare una stampa di bronzo seu ramo, con l’Armi della Città, dentro la quale debbia stare alla parte di sotto, il Sapone, con il quale si haverà da segnare detto panno». La pena per i contravventori e di mille fiorini tante volte quante contravverranno[37].
Nel 1582, sarà il Parlamento, nella sessione del 18 giugno, ad affrontare il problema individuando la possibile soluzione che indicherà nel capitolo LXV[38].
Il cammino verso la standardizzazione delle misure nel Regno, fu segnato da una importante prammatica, quella del 30 agosto 1601, promulgata dal viceré Bernardino de Càrdenas y Portugal, duca di Maqueda, con cui si stabiliva l’impiego di misure identiche in tutti i territori del Regno, a contare dal primo di gennaio del 1602.

duca di maqueda  Figura 10: Ritratto del vicerè Bernardino de Càrdenas y Portugal, duca di Maqueda

Essa stabilì che per la misurazione degli aridi si facesse uso della salma generale di sedici tumuli, ogni tumulo di quattro mondelli, ed il mondello di quattro misure. Per la misurazione dei tessuti si utilizzasse la canna composta da otto palmi, ogni palmo di dodici once, ed ogni oncia di cinque cocci d’orzo[39]. Per quanto riguarda i pesi, la prammatica stabilì che si facesse uso del cantaro di cento rotoli, ogni rotolo di trent’once, l’oncia di otto dramme, la dramma di sessanta cocci di frumento, la libbra di dodici once. Agli argentieri, concesse l’utilizzo del trappeso di sedici cocci di frumento, e l’oncia di trenta trappesi, mentre agli speziali, accordò l’utilizzo degli scrupoli: ogni scrupolo di venti cocci, una dramma di tre scrupoli, un’oncia di otto dramme, una libbra di dodici once, un rotolo di due libbre e mezzo e un cantaro di cento rotoli. Per la misurazione dei liquidi, in particolare per vino e aceto, abolì l’uso della salma e dispose che si facesse uso della quartara di venti quartucci, il barile di due quartare, o quaranta quartucci, e la botte di dodici barili, invece per l’olio si utilizzasse il cafiso di dieci rotoli, e il cantaro di dieci cafisi.
Con la stessa prammatica fu disposta la realizzazione dei nuovi campioni dei pesi e delle misure, in metallo e con impresso il bollo delle armi reali, i quali dovevano poi essere depositati e conservati presso il Tribunale del Real Patrimonio; due copie di essi, inoltre, dovevano essere conservate per ogni Valle: nella Valle di Mazara, una in Palermo e l’altra in Sciacca , nel Valdemone, una in Messina e l’altra in Nicosia e nel Val di Noto, una in Catania e l’altra in Piazza, gli esemplari dovevano essere conservati presso l’Archivio dei Giurati di dette città in modo che gli Agiustatori di tutte le città del Regno potessero rapportarsi ad essi per rettificare le antiche misure.

Stemma degli asburgo
Figura 11: Stemma degli Asburgo di Spagna per il Regno di Sicilia dal 1580 al 1700

La pena per i contravventori era di once quaranta da versare due terzi al Regio Fisco, e un terzo al denunciatore, oltre alle pene corporali applicate ad arbitrio del Vicerè[40].
In realtà la prammatica di riforma, nel complesso, ebbe scarso successo, tant’è che due secoli dopo, il Parlamento, il 10 luglio 1806, chiese al re di stabilire, attraverso una prammatica, «un peso ed una misura fissa, ed uguale per tutto il Regno, ed una corda parimente uniforme per la misura delle terre»[41]. Ferdinando di Borbone (1751-1825)[42] con regio dispaccio del 28 luglio 1806, condiscese all’equazione dei pesi e delle misure in tutto il Regno ed incaricò la Giunta dei Presidenti e del Consultore di proporre i piani delle corrispondenti prammatiche dopo aver sentito le persone competenti[43].

Ferdinando di borbone  Figura 12: Ritratto di Ferdinando di Borbone

Dal momento che la Giunta, il 24 settembre 1806, fece rimostranze sull’argomento, il re, il 17 novembre, replicò che attendeva le adeguate proposte sul metodo e ogni altro che avesse relazione con questa importante operazione. Tuttavia, constatato che la Giunta non riusciva a proporre nessuna soluzione, Ferdinando, con regio dispaccio del 19 febbraio 1808, istituì una Deputazione composta dai professori Giuseppe Piazzi[44], Paolo Balsamo[45]e Domenico Marabitti[46], a cui affidò il compito di creare un sistema metrico e ponderale siciliano.

                             Giuseppe Piazzi        Paolo Balsamo
Figure 13-14: Ritratti di Giuseppe Piazzi e Paolo Balsamo

Dopo un anno di intenso lavoro, il primo febbraio 1809, i Deputati sottoposero al re il Codice metrico-siculo[47], che venne approvato dallo stesso con regio dispaccio del 20 febbraio. Così, con la legge del 31 dicembre 1809, venne introdotto in Sicilia l’uso del nuovo sistema metrico. Essa stabilì che a decorrere dal primo gennaio 1811, «pesi e misure saranno sempre le stesse, ed uniformi in tutto il regno senza differenza da Vallo a Vallo, e da Città a Città», annullando le disposizioni dei capitoli dei re Federico d’Aragona e Alfonso V, le posteriori prammatiche e le lettere circolari del Regio Consiglio Patrimoniale del 1731, 1756, 1758, 1776 etc. [48]. L’articolo II della legge stabilì che l’unità base di misura di lunghezza fosse il palmo, diviso in once dodici; l’oncia in dodici linee; la linea in dodici punti; il passetto di palmi due; la mezza-canna di palmi quattro; la canna di palmi otto; la catena di canne quattro; la corda di quattro catene; il miglio di corde quarantacinque. L’unità base di misura di superficie fosse il palmo quadrato; suoi multipli il quartiglio ovvero la canna quadrata di otto palmi quadrati; il quarto di quattro canne quadrate; il carozzo di sedici; il mondello di sessantaquattro; il tumulo ovvero la corda quadrata di duecentocinquantasei; la bisaccia di milleventiquattro; la salma di quattromilanovantasei canne quadrate. L’unità base di misura di capacià per gli aridi fosse il palmo cubo detto tumulo; la bisaccia di quattro tumuli; la salma di sedici e le parti nelle quali si divide il tumulo denominate mondello, carozzo, quarto, quartiglio, ciascuna delle quali fosse la quarta parte della sua precedente. L’unità base di misura di capacità per i liquidi fosse il palmo cubo detto quartara o mezzo barile; il barile di due quartare; la salma di otto barili; la botte di trentadue, uguale al cubo della mezza-canna; il quartuccio fosse la ventesima parte della quartara; la caraffa la metà del quartuccio; il bicchiere metà della caraffa. Infine, l’unità base di misura per il peso fosse il rotolo, che corrispondeva alla quantità di materia, o peso di un quartuccio di olio di oliva lampante[49]; 1’oncia la trentesima parte del rotolo, la libbra di dodici once; la dramma l’ottava parte dell’oncia; lo scrupolo la terza parte della dramma; il grano, denaro o coccio la ventesima parte dello scrupolo; l’ottavo l’ottava parte del grano; il cantaro di cento rotoli[50].
La legge istituì in nove città: Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Caltagirone, Agrigento, Mazzara, Castrogiovanni e Nicosia, una Deputazione dei pesi e misure incaricata della conservazione e del pareggiamento delle misure, composta dal sindaco della città, da una dignità ecclesiastica, e da due persone secolari. Le Deputazioni di Palermo, Messina e Catania, invece, sarebbero state composte, ciascuna, anche da un professore di geometria, da un agronomo e da un agrimensore per l’esame di coloro che avrebbero voluto la patente di pubblici agrimensori[51]. In seguito, con regio dispaccio del 5 aprile 1810, il re condiscende la richiesta delle città di Trapani, Piazza e Sciacca e istituisce una Deputazione di pesi e misure nelle stesse[52].
La stessa legge, stabiliva, altresì, che dovevano essere redatte delle tavole di riduzione e i campioni dei pesi e delle misure dovevano essere depositati e conservati presso il Tesoro della Cattedrale di Palermo[53]; altri esemplari, invece, sarebbero stati inviati alle varie città[54].
A Randazzo, prima della riforma, per le misure di superficie si faceva uso di due diverse lunghezze di corde [55]: la corda di canne 16 e/o quella di canne 22 e palmi 5[56]; per gli aridi si utilizzava la salma alla grossa, pari a 20 tumuli; per i liquidi si faceva uso, della salma di 8 quartare, della quartara di 20 quartucci per il vino e di 21 ½ per il mosto e del quartuccio di once 17 1/3 (peso di acqua); per l’olio si utilizzava il cafiso di rotoli 12 di once 40[57].
Dopo qualche mese dell’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, con la legge del 28 luglio 1861, promulgata dal re Vittorio Emanuele II, venne introdotto l’uso del sistema metrico decimale.

Vittorio emanuele II  Figura 15: Re Vittorio Emanuele II

Ciò nonostante per diversi anni, si continuarono ad utilizzare le vecchie misure insieme alle nuove, specie nel mondo contadino, dove l’usanza non è scomparsa neppure oggi, in modo particolare quando si parla di misure di superficie.

All’interno della Basilica minore di Santa Maria, si conservano due misure campioni di pietra, sulle quali si valutava la giustezza o no delle misure.
La misura campione di capacità per aridi, di volume pari a un tumulo randazzese, è un blocco di arenaria di forma parallelepipeda esagonale, che nella faccia superiore presenta un incavo profondo cm 32 di forma cilindrica. Per evitare adulterazioni della misura, l’orlo superiore è provvisto di una sbarra diametrale in ferro. Su una faccia laterale della misura, vi sono scolpiti tre stemmi di cui uno molto abraso.

DSC02027  Figura 16: Randazzo, Basilica minore di Santa Maria, Misura campione del tumulo

Il primo, il più grande in alto, con scudo – a mandorla sormontato da una corona – inquartato in decusse con aquile affrontate e coronate, è lo stemma di Federico III di Sicilia.

DSC02028  Figura 17: Lo stemma di Federico III di Sicilia scolpito sul tumulo

Nel 1296, Federico III, dopo la sua incoronazione a re di Sicilia, modificò lo stemma reale che rimase immutato fino al 1412[58].
Nel 1262, con il matrimonio di Pietro III d’Aragona (1239-1285) e Costanza II di Sicilia (1249-1302), figlia di Manfredi di Hohenstaufen[59], l’insegna sveva, d’argento all’aquila spiegata e coronata di nero, viene accostata a quella d’Aragona, d’oro a quattro pali di rosso. Tuttavia, sarà Giacomo II (1267-1327)[60], figlio di Pietro III, incoronato re di Sicilia nel 1285, a creare la nuova insegna reale inquartando – da prima in decusse e successivamente dal 1291 in squadra –, al 1° e 4° quarto, i pali d’Aragona con, al 2° e 3° quarto, l’aquila di Svevia-Sicilia.

Stemma Giacomo II stemma federco III stemma ferdinando I d'aragona
Figure 18-20: Arme di Aragona-Sicilia introdotto da Giacomo II; Stemma di Federico III di Sicilia; Arme partito di Aragona e Aragona-Sicilia, introdotto da Ferdinando I d’Aragona

Il secondo stemma, in basso a destra sotto lo stemma di Federico III, è il leone rampante, stemma della città di Randazzo.

DSC01758 com Figura 21: Stemma illeggibile a causa del degrado della pietra e stemma della città di Randazzo

La capacità dell’antico campione, in misure decimali, è pari a circa 25,722 litri. Pertanto, il tumulo randazzese, nel XIV secolo, era pari a circa 25,722 litri (a seconda del peso specifico).
La misura campione di capacità per i liquidi, di volume pari a una quartara randazzese, presenta un corpo globulare leggermente schiacciato terminante con un’imboccatura circolare. Essa è dotata di due anse forate verticali diametralmente opposte (una delle quali è frammentata), impostate dall’orlo alla pancia. Quest’ultima è provvista di un foro di deflusso, per facilitarne lo svuotamento. Sul corpo della misura vi è scolpito lo stemma di Federico III, in questo caso, però, le aquile sono rivolte a sinistra.

               DSC02029     DSC02029 bis
Figura 22: Randazzo, Basilica minore di Santa Maria, Misura campione della quartara
Figura 23: Stemma di Federico III di Sicilia, con aquile rivolte a sinistra, scolpito sulla quartara

La quartara randazzese, nel XIV secolo, valeva circa 6,37 litri. Prima del 1809, essa valeva 8,59 litri per il vino e 9,24 litri per il mosto.
La presenza dello stemma di Federico III sulle due misure campioni, suggerisce che esse furono realizzate tra il 1296 e il 1412 e depositate nella chiesa di Santa Maria in ossequio del capitolo XX della Constitutionum Regalium di Federico III che, come abbiamo detto, ordinava, tra l’altro, la realizzazione di campioni delle misure, da custodire, a cura delle singole Universitates, in luoghi designati, spesse volte all’interno delle principali chiese di ogni città, affinché ognuno potesse rapportarsi ad esse.
Le due misure campioni vengono citate in un Capitula ordinato, il 27 marzo del 1435, da Afonso V per l’universitas della terra di Randazzo: «Item chi ad quista Universitati per li grandi, et antichissimi Servicii, chi fichi a li Signuri Ré, li foru concessi multi gracii, et Privilegi, et precipue la Jurisdictioni di Mero et Mixto Imperio alta, et baxa jurisdictioni, et li fu concesso districtu di multi Casali, et Lochi cum multi preminenzii precipue di li causi criminali, la quali jurisdicioni sempri hanno tenuto, havuto, et usato, et usano di presenti, et chi havino antichi tumini, quartari, et misuri in petra marimorea cum li armi Regali etc. et di quista Universitati cum la quali sempri havino campato, et tutto lo distritto, et la majur parti di Valli Demini»[61].

DOCUMENTI

TABELLE

NOTE

[1] Il cubito, infatti, corrispondeva alla lunghezza dell’avambraccio dalla punta del gomito a quella del dito medio a mano aperta.
[2] Cartocci A., La matematica degli Egizi. I papiri matematici del Medio Regno, Firenze, University Press, 2007, pp. 28-31.
[3] Mesopotamia: le leggi dei Sumeri, < http://www.maat.it/livello2/leggi-sumere.htm>, agg. 2015.
[4] Vivaldi A., Manuale di Metrologia, <http://www.im.camcom.it/ita/download/manuale_di_metrologia.pdf>, agg. 2015, p. 8.
[5] Bianchini L., Della storia economico-civile di Sicilia libri due, Palermo, 1841, volume II, p. 236.
[6] Plumari G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, Biblioteca comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15, ff. 12v, 13r.
[7] Dalloz V., Giornale delle udienze della Corte di Cassazione e delle Corti Reali, ovvero Giurisprudenza Generale di Francia in materia civile,commerciale, criminale ed amministrativa, versione italiana a cura di Nicola Comerci, Napoli, 1828, p. 325.
[8] Fu re di Sicilia con il nome di Giacomo I, dal 1285 al 1296.
[9] Il terraggio è un contratto d’affitto agricolo, che prevede un canone in natura. Esso è caratterizzato dalla corresponsione di una quantità di salme di frumento in relazione alle salme di terreno preso in locazione. Così un terreno dato in affitto ad un terraggio equivaleva al pagamento di una salma di frumento per ogni salma di terra; a due terraggi corrispondeva al pagamento di due salme di frumento per ogni salma di terra, ect.
[10] Vedi Documenti, I.
[11] Al di quà del fiume Salso. Dal tempo di Federico II di Svevia, il fiume Salso, segnava la ripartizione dell’isola in due parti, quella orientale del Val Demone e del Val di Noto (citra flumen Salsum), e quella occidentale del Vallo di Mazara (ultra flumen Salsum).
[12] Al di là del fiume Salso.
[13] Inquartato in decusse: nel primo e nel quarto d’Aragona; nel secondo e nel terzo di Svevia-Sicilia.
[14] Vedi Documenti, II.
[15] Vedi Documenti, III.
[16] Vedi Documenti, IV.
[17] Vedi Documenti, V.
[18] Vedi Documenti, VI, VII, VIII.
[19] Vedi Documenti, IX, X.
[20] I documenti si limitano a dare i nomi delle unità, allora in uso, senza fissarne i rapporti.
[21] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 117v (1456).
[22] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 2, c. 23v (1444).
[23] Tomolata. Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 6, cc. 8r, 8v (1460).
[24] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 260r (1456).
[25] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, vol. 22, c. 61v (1499).
[26] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 46v, 47r (1455).
[27] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 2, c. 7r (1444); notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 43r (1455), 169v, 170r (1456).
[28] A Randazzo il moggio non si usava, a parte i due documenti dove viene citato: Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, cc. 254v, 255r (1456); Idem, vol. 6, c. 165r (1461).
[29] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 5, c. 9v (1455); notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, vol. 22, c. r. LXX (1495); Idem, vol. 23, c. 120v (1496); Idem, vol. 25, c. 86v (1498).
[30] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, vol. 9, c. 1v (1451).
[31] Archivio di Stato di Catania, Fondo notarile di Randazzo, notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, vol. 22, (1495).
[32] Archivio della chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, c. 29v (1507).
[33] Ferdinando d’Aragona, meglio conosciuto come Ferrante I, detto anche Don Ferrante, era il figlio naturale di Alfonso V d’Aragona. Fu re di Napoli dal 1458 al 1494.
[34] Dagli Annali Civili del 1840, apprendiamo che seppur non è mai stato rinvenuto il documento originale, la sua esistenza è testimoniata da numerose documentazioni presenti nei Regi Archivi nonché dall’iscrizione incisa sulla mensa di Ferrante che recita: «Ferdinandus rex in utilitatem rei per has mensuras per magistros rationales fieri mandavit». Annali civili del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1840, Volume XXIII, Fascicolo XLVI, p. 101.
[35] Dalloz V., Giornale delle udienze della Corte di Cassazione e delle Corti Reali, op. cit., p. 326.
[36] Vedi Documenti, XI.
[37] Vedi Documenti, XII.
[38] Vedi Documenti, XIII.
[39] In diverse civiltà del mondo antico si riscontra l’utilizzo del chicco di cereale per determinare le unità di misura molto piccole.
[40] Vedi Documenti, XIV.
[41] Codice metrico-siculo diviso in due parti, Catania, 1812, Parte prima, p. 1.
[42] Fu re di Sicilia con il nome di Ferdinando III di Sicilia dal 1759 al 1816.
[43] Ivi, p. 2.
[44] Per una sua biografia vedi: Maineri B. E., L’astronomo Giuseppe Piazzi. Notizie biografiche, Milano, 1871.
[45] Per una sua biografia vedi: Brancato F., Balsamo Paolo, in «Dizionario Biografico degli italiani», Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, Roma, 1963, vol. 5, on line: <http://www.treccani.it/enciclopedia/paolo-balsamo_(Dizionario_Biografico)>, agg. 2015.
[46] Codice metrico-siculo, op. cit, p. 2.
[47] Ivi, pp. 5-20.
[48] Vedi Documenti, XV, Articolo I.
[49] Il Piazzi, nelle sue istruzioni ai parroci, afferma che il rotolo « è determinato dalla quantità di olio lampante d’olivo, che si contiene in un quartuccio. Siccome però questa quantità, come ogni altra misura, deve essere sempre la stessa, invariabile, onde possa servire di campione, non si poteva far dipendere nè da qualunque olio di olivo, nè da qualunque tempo. Si sono quindi presi diversi olii nostri di olivo, ben depurati e purificati, e tentati con essi più saggi nella temperatura media di Palermo, o sia a 64° del termometro Fahrenheit, il medio di tutti si è stabilito per campione del rotolo». Codice metrico-siculo, op. cit., Parte prima, pp. 42-43.
[50] Vedi Documenti, XV, Articolo II.
[51] Vedi Documenti, XV, Articolo V.
[52] Codice metrico-siculo, op. cit., Parte prima, p. 45.
[53] Vedi Documenti, XV, Articolo III.
[54] Vedi Documenti, XV, Articolo IV.
[55] La lunghezza della corda, prima della riforma del 1809, non era uniforme per tutto il Regno. Complessivamente essa andava da un minimo di 13 ad un massimo di 30 canne.
[56] La superficie del tomolo che ha per lato o corda di canne 22 e palmi 5 (22×8=176 + 5= 181 palmi), è pari a 32.761 palmi quadrati (1812). La salma consta di 524.176 palmi quadrati (32.761×16); la bisaccia equivale a 131.044 palmi quadrati (32.761×4); il mondello è pari a 8.190, 25 palmi quadrati (32.761:4); il carrozzo equivale a 2.047,56 palmi quadrati (32.761:16); il quarto è pari a 511,89 palmi quadrati (32.761:64); il quartiglio equivale a 127,97 palmi quadrati (32.761:256).
[57] Codice metrico-siculo, op. cit., Parte seconda, pp. CLXIII, 5, 31.
[58] Pertanto, ci sembra plausibile ritenere che lo stemma affisso sulla Porta Aragonese fu fatto apporre da Federico III, considerato il forte legame che egli ebbe con la città di Randazzo, e non da suo padre Pietro III d’Aragona come si era ritenuto fino ad ora.
[59] Figlio naturale dell’imperatore Federico II di Svevia.
[60] Re di Sicilia, come Giacomo I, dal 1285 al 1296.
[61] Plumari G., Codice diplomatico, op. cit., ff. 68v, 69r.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO DELLA CHIESA DI SAN MARTINO

Libro Rosso, vol. 1.

ARCHIVIO DI STATO DI CATANIA

Fondo notarile di Randazzo
Notaio De Panhormo Nicolaus, scaf. 1, cass. 5, voll. 22, 23, 25.
Notaio Marotta Manfridus, scaf. 1, cass. 1, vol. 2.
Notaio Marotta Petrus, scaf. 1, cass. 1, voll. 5, 6, 9.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AFAN DE RIVERA C., Tavole di riduzione dei pesi e delle misure della Sicilia Ulteriore, in «Tavole di riduzione dei pesi e delle misure delle due Sicilia», Napoli, 1840.

Annali civili del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1840, Volume XXIII, Fascicolo XLVI.

BIANCHINI L., Della storia economico-civile di Sicilia libri due, Palermo, 1841, volume II.

CARTOCCI A., La matematica degli Egizi. I papiri matematici del Medio Regno, Firenze, University Press, 2007.

CESINO FOGLETTA I., Pragmaticarum Regni Siciliae, Panormi, 1700, Biblioteca comunale di Palermo, XXXIII F 9, Tomus Tertius.

Codice metrico-siculo diviso in due parti, Catania, 1812.

DALLOZ V., Giornale delle udienze della Corte di Cassazione e delle Corti Reali, ovvero Giurisprudenza Generale di Francia in materia civile,commerciale, criminale ed amministrativa, versione italiana a cura di Nicola Comerci, Napoli, 1828.

PLUMARI G., Codice diplomatico della fedelissima e piena città di Randazzo, ms. del XIX secolo, Biblioteca comunale di Palermo, Qq H 116, n. 15.

RAIMUNDETTAM R., Regni siciliae Capitula, Venetiis, 1573, Biblioteca universitaria di Padova, A.69.a.57.

RAYMUNDETTUM R., Regni Siciliae Pragmaticarum sanctionus, Venetiis, 1574, Biblioteca centrale della Regione siciliana Alberto Bombace, DOP.SCOM. 510.1, Tomus Primus.

RAYMUNDETTUM R., Regni siciliae Pragmaticarum sanctionum, Panhormi, 1576, Biblioteca Centrale Giuridica di Roma, Tomus secundus.

SPATA J., Regni Siciliae recensioni Francisci Testa Addenda, Panormi, 1865.

TESTA F., Capitula Regni Siciliae quae ad hodiernum diem lata sunt, Panormi 1743, Tomus secundus.

FONTI INTERNET

Agnoli P., La standardizzazione delle misure e gli ideali della società moderna, 2002,  <http://docplayer.it/3180426-La-standardizzazione-delle-misure-e-gli-ideali-della-societa-moderna-paolo-agnoli-settembre-2002.html>, agg. 2015.

Mesopotamia: le leggi dei Sumeri, < http://www.maat.it/livello2/leggi-sumere.htm>, agg. 2015.

VIVALDI A., Manuale di Metrologia, <http://www.im.camcom.it/ita/download/manuale_di_metrologia.pdf>, agg. 2015.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 1: Orlando, Ritratto di Giacomo d’Aragona, Incisione, 1741, immagine pubblicata in: Testa F., Capitula Regni Siciliae quae ad hodiernum diem lata sunt, Panormi 1741, Tomus primus, p. 1.

Figura 2: Messina, Duomo, Federico III effigiato in un mosaico dell’abside dell’altare maggiore, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_III_di_Sicilia#/media/File:Federico_III.jpg>, agg. 2015.

Figura 3: Stemma di Aragona-Sicilia inquartato in decusse con aquile affrontate, introdotto da Federico III, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Stemma_del_Regno_di_Sicilia>, agg. 2015.

Figura 4: Parigi, Museo del Louvre, Ritratto di Alfonso V d’Aragona, Mino da Fiesole, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonso_V_d%27Aragona#/media/File:Alfons_Da_Fiesole_Louvre_RF1611.jpg>, agg. 2015.

Figura 5: Parigi, Museo del Louvre, Busto-ritratto di Ferdinando d’Aragona, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_I_di_Napoli#/media/File:Ferdinando_I_Napoli.JPG>, agg. 2015.

Figure 6-7: Napoli, Castel Capuano, parallelepipedo marmoreo ove, Ferdinando d’Aragona, fece incavare i campioni delle unità di misura che dovevano servire da modello in tutto il Regno, immagini tratte da: Panzera G., La mensa di Ferrante, 2002, p. 6, <http://www.giovannipanzera.it/dati/pubblicazioni/di_Giovanni_ Panzera_1945/Testo_mensa.pdf>, agg. 2015.

Figura 8: Berlino, Gemäldegalerie, Ferdinando II d’Aragona, <https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_II_d%Aragona#/media/File:FerdinandCatholic.jpg >, agg. 2015.

Figura 9: Ritratto del vicerè Ettore Pignatelli, duca di Monteleone, immagine tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Pignatelli_(famiglia)#/media/File:Ettore_Pignatelli.jpg>, agg. 2015.

Figura 10: Ritratto del vicerè Bernardino de Càrdenas y Portugal, duca di Maqueda, immagine tratta da: Prestigiacomo V., Bernardino di Cardines, il famelico e ingordo vicerè-corsaro, <http://www.ilsitodipalermo.it/content/632-bernardino-di-cardines-il-famelico-e-ingordo-vicer%C3%A8-corsaro>, agg. 2015.

Figura 11: Stemma degli Asburgo di Spagna per il Regno di Sicilia dal 1580 al 1700, immagine tratta da: <https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Royal_Coat_of_ Arms_of_Sicily_(1580-1700).svg>, agg. 2015.

Figura 12: Ritratto di Ferdinando di Borbone, immagine tratta da: < https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_I_delle_Due_Sicilie#/media/File:FerdinandITwoSicilies.jpg>, agg. 2015.

Figure 13-14: Ritratti di Giuseppe Piazzi e Paolo Balsamo. L’immagine relativa a Giuseppe Piazzi è tratta da: <https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Piazzi#/media/File:Giuseppe_Piazzi.jpg>, agg. 2015. L’immagine di Paolo Balsamo, è tratta da: Cutrona S., Paolo Balsamo (1764-1816), < https://termitaniillustri.wordpress.com/207-2/>, agg. 2015.

Figura 15: Re Vittorio Emanuele II, immagine tratta da: <https://commons.wikimedia.org/wiki/File:VictorEmmanuel2.jpg>, agg. 2015.

Figure 18-20: Arme di Aragona-Sicilia introdotto da Giacomo II; Stemma di Federico III di Sicilia; Arme partito di Aragona e Aragona-Sicilia, introdotto da Ferdinando I d’Aragona, tratte da: < https://it.wikipedia.org/wiki/Stemma_del_Regno_di_Sicilia>, agg. 2015.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio vivamente il personale dell’ufficio prestito della biblioteca Civica di Mestre, per l’aiuto competente e cortese prestato nel reperire l’importante materiale bibliografico.
Con affetto ringrazio Rita Crimi per aver contribuito a rilevare le misure del tumulo e della quartara.
Ringrazio di cuore, infine, tutti coloro che mi hanno dimostrato e continuano a dimostrarmi amicizia e stima.

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Un singolare bassorilievo

All’interno della chiesa di San Nicola a Randazzo, si conservano tre conci erratici scolpiti a bassorilievo, di cui, al momento, non si conosce l’esatta provenienza.

Il bassorilievo scolpito sul primo concio risulta di difficile lettura e interpretazione a causa della corruzione dovuta al tempo.

DSC05108 Figura 1: Randazzo, Chiesa di San Nicola, Concio erratico

Il secondo concio, di forma pentagonale che probabilmente, in origine, costituiva la chiave di volta di una struttura ad arco, reca scolpita una sirena.

DSC05104 Figura 2: Concio erratico recante scolpita a bassorilievo una sirena

Questo soggetto ricorre con grande frequenza nelle decorazioni delle chiese romaniche e dei monasteri.

La più antica fonte letteraria in cui viene menzionato il canto della sirena e l’Odissea di Omero[1]. Nella cultura medievale essa, fu interpretata come simbolo del fascino, dei peccati della carne, delle tentazioni a cui l’uomo deve resistere se vuole conquistare la vita eterna.

Particolarmente interessante è il bassorilievo, scolpito sul terzo concio, in cui sono effigiati due draghi alati bipedi con lunghe code annodate, alle spalle di un uomo con le mani giunte e genuflesso in atto di supplica.

DSC05105 Figura 3: Concio erratico con il singolare bassorilievo

L’episodio rappresentato risulta alquanto singolare, per di più esso non trova alcun riscontro nei racconti popolari del luogo, probabilmente perché ormai dimenticato da tempo.

Il drago è un animale leggendario, presente in molte culture antiche, dall’occidente all’oriente, anche se con caratteristiche e forme diverse a seconda dei paesi dove s’immaginava che esistesse. Esso è presente in molte storie e leggende del passato, ma mentre in occidente era considerato l’incarnazione del male, in oriente era visto come una creatura saggia e benefica.

Secondo una leggenda l’Etna era abitata da spaventosi draghi che si nutrivano di fanciulli[2].

Nelle tradizioni giudaico-cristiane, il drago, rappresenta il caos, le potenze demoniache e le forze indomabili della natura[3]; esso è un personaggio abituale nelle storie dei santi medievali. Molti, infatti, sono i santi sauroctoni – cioè uccisori di draghi –: l’arcangelo Michele, san Giorgio, san Silvestro, san Teodoro di Amasea, san Marcello vescovo di Parigi, san Romano, san Gregorio, san Pellegrino vescovo di Triocala, san Giulio, santa Margherita, santa Marta (che ammansì il drago mostrandogli la croce), sono quelli più noti[4].

IMG_0133     DSC05096               Figura 4: Venezia, Piazza San Marco, Particolare della colonna di San Teodoro di Amasea
Figura 5: Randazzo, Chiesa di San Nicola, Particolare di Santa Margherita di Antiochia con il drago trafitto dalla croce di San Giovannino, Ludovico Suirech, 1762

I due draghi effigiati nel bassorilievo, appartengono alla famiglia delle viverne. La viverna è molto simile al drago ma si differenzia da esso per il fatto che possiede solo due zampe, quelle anteriori, è di dimensioni inferiori e solitamente non sputa fiamme.

Questa creatura leggendaria di origine europea, è presente a partire dal medioevo, come testimoniano le sue raffigurazioni in molti dipinti e sugli stemmi araldici, tuttavia, secondo

800px-Paolo_Uccello_050 DSC09039 senza nome-scandito- Figura 6: Parigi, Musée Jacquemart André, San Giorgio e il drago, Paolo Uccello (1397-1475)
Figura 7: Randazzo, Chiesa di San Pietro, Particolare di un putto con lancia nell’atto di trafiggere una viverna
Figura 8: Stemma della famiglia Boncompagno

qualche studioso, le sue tracce storiche risalgono al periodo dell’Impero Romano, come dimostrerebbe il pluteo con viverna dell’Oratorio di San Pellegrino a Bominaco[5].

drago Figura 9: Caporciano (L’Aquila), Frazione di Bominaco, Oratorio di San Pellegrino, Il pluteo con viverna

NOTE

[1] Omero, Odissea, a cura di Cetrangolo E., Milano, Fabbri Editori, 2004, vv. 158-162.
[2] Cordier U., Guida ai draghi e mostri in Italia, Milano, SugarCo Edizioni, 1986, p. 151.
[3] Lammer H. & Boudjada M. Y., Enigmi di pietra. I misteri degli edifici medievali, Roma, Edizioni Arkeios, 2005, p. 138.
[4] Mattioli Carcano F., Santi Sauroctoni con particolare riferimento a Giorgio e Giulio,  <http://www.lagodorta.net/SiteImgs/03_sauroctoni.pdf >, agg. 2014.
[5] Della Viverna, in «Il Bestiario», a cura di Ostri & Palank, <http://www.bluedragon.it/bestiario/viverna.htm >, agg. 2014.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

CORDIER U., Guida ai draghi e mostri in Italia, Milano, SugarCo Edizioni, 1986.

LAMMER H. & BOUDJADA M. Y., Enigmi di pietra. I misteri degli edifici medievali, Roma, Edizioni Arkeios, 2005.

MASPERO F., Bestiario antico, Casale Monferrato, Piemme, 1997.

OMERO, Odissea, a cura di Cetrangolo E., Milano, Fabbri Editori, 2004.

FONTI INTERNET

Della Viverna, in «Il Bestiario», a cura di Ostri & Palank, <http://www.bluedragon.it/bestiario/viverna.htm >, agg. 2014.

Mattioli Carcano F., Santi Sauroctoni con particolare riferimento a Giorgio e Giulio, <http://www.lagodorta.net/SiteImgs/03_sauroctoni.pdf >, agg. 2014.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Figura 6: Parigi, Musée Jacquemart André, San Giorgio e il drago, Paolo Uccello (1397-1475), tratto da:
< http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Paolo_Uccello_050.jpg>, agg. 2014.

Figura 8: Stemma della famiglia Boncompagno, tratto da: Palizzolo Gravina V., Il blasone in Sicilia, ristampa anastatica, Catania, Brancato Editore, 2000, tav. XX, n. 13.

Figura 9: Caporciano (L’Aquila), Frazione di Bominaco, Oratorio di San Pellegrino, Il pluteo con viverna, tratto da: <https://montezaga.wordpress.com/2012/07/28/oratorio-di-san-pellegrino-a-bominaco/ >, agg. 2014.

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L’iscrizione del palazzo Clarentano a Randazzo: nuova lettura e interpretazione

Palazzo Clarentano è un’elegante dimora nobiliare del XVI secolo, in stile tardo-gotico catalano, con influssi rinascimentali, situato nel cuore del centro storico, a pochi passi dalla chiesa di San Nicola.

palazzo clarentano                 cartolina                                                       Figura 1: Randazzo, Palazzo Clarentano
Figura 2: Il prospetto principale del palazzo in una cartolina di inizio XX secolo

Il palazzo fu voluto, probabilmente, dal nobile Antonio Clarentano nel 1509, come lascia supporre un’iscrizione incisa sulla cornice marcapiano dello stesso che riportava la data e il nome del nobile. In seguito l’edificio passò di proprietà alla famiglia Finocchiaro. Attualmente appartiene alla famiglia Dilettoso.

Il prospetto principale si affaccia su via Duca degli Abruzzi mentre quello occidentale su via Clarentano.

L’edificio presenta una pianta a parallelogramma e si sviluppa su due livelli: piano terra e piano nobile.

Al piano terra, sul lato del prospetto principale, si apre un ampio portale con arco a sesto ribassato realizzato in conci di pietra arenaria squadrati, concluso da un cordone esterno che poggia su due capitelli decorati.

DSC04235 Figura 3: Il portale del prospetto principale

Ai lati del portale, poste ad altezze diverse, si aprono due finestre rettangolari, in arenaria, definite anch’esse da un cordone, ad andamento rettilineo, sostenuto da peducci all’estremità, chiuse da grate in ferro battuto.

foto 2      foto 3            Figure 4-5: Le due finestre che sia aprono al pianterreno

Una cornice marcapiano, sulla quale poggiano tre bifore in arenaria ad arco acuto divise da colonnine, separa il pianterreno con il piano nobile.

A chiudere il prospetto principale, lungo tutta la facciata, lo sporto del tetto, sorretto da mensole lignee ingentilite da intagli decorativi.

Sulla cornice marcapiano, come detto precedentemente, è presente un’iscrizione latina.

Il testo è disposto su un’unica linea che corre lungo la cornice. Esso, diviso in tre parti da due protomi leonine che reggono uno stemma[1] (capriolo accompagnato da tre stelle di otto raggi poste due al capo ed una in punta), è inciso in caratteri capitali di tipo romanico.

DSC01718        stemma palazzo clarentano 2                                                      Figure 6-7: Le due protomi leonine

L’ultima parte del testo rimase coperta, dopo il 1857, dal muro dell’edificio attiguo ma, fortunatamente, fu trascritta dall’architetto francese Bailly[2].

Il solco dell’incisione, a sezione triangolare, è relativamente profondo. Le parole, con buona frequenza, sono separate da interpuncta. L’iscrizione è molto curata sia nell’ordinatio sia nell’incisione delle lettere.

L’esame dell’iscrizione, compiuto nel 2007, ha evidenziato alcune differenze rispetto alla lettura fornita da Bailly, primo editore del testo. Pertanto, il testo dell’iscrizione dovrebbe essere il seguente[3]:

Inter autem pensan//dum es<t> q(uod) tutior via sit ut bonum quis que post mortem suam sperat agi per alios agat dum vivit ipse prose nobilis An//tonius Clarintanus MCCCCCIX[4]

Secondo l’interpretazione data da un amico del Bailly, esperto nella letteratura e usanze religiose del Medioevo, il testo deriverebbe da un inno cantato dai monaci benedettini per eccitarsi alla fatica lavorativa. Altresì, secondo l’erudito, il testo contiene due errori: nedum per pedum e sit invece di sic, pertanto interpreta: «Inter autem pensa, pedum esto tutior via. Sic, ut bonum quisque post mortem suam sperat agi per alios, agat, dum vivit, ipse pro se» e traduce: «Il lavoro è il sentiero. Tu speri che dopo la tua morte il bene sarà fatto da altri: fai da te anche quando sei vivo; paga il tuo debito personale»[5].

Questa interpretazione è stata condivisa dalla maggior parte degli studiosi che si sono occupati, in seguito, dell’iscrizione[6].

Ben diversa è l’interpretazione proposta dal professore Sabbadini e dal Vagliasindi Polizzi.

Il professore così interpreta il testo: «Inter vitae pensa ne diu esto. Tutior via sit ut bonum quod quisque post mortem suam sperat agi per alios, agat dum vivit ipse per se…» e traduce: «Non indugiarti troppo a lungo tra le cure della vita. Sarebbe regola più sicura che ciascuno facesse da sé mentre vive quel bene che spera gli sia fatto dagli altri dopo la morte»[7].

Il Vagliasindi Polizzi, invece, propone: «Quisque sperat post mortem suam agi inter pensa dum, ipse vivit agat bonum ut autem tutior sit via, esto per alios nedum, pro se N. A C 1509» e traduce: «Ognuno spera dopo la sua morte figurare, nei monumenti, mentre egli vive benefici e per sicuro riuscire si studii per gli altri non meno che per sé stesso farebbe N. A C 1509 che corrisponde: Si prodesse aliis stude as tibi proderis ipsi Muret»[8].

In realtà, abbiamo appurato che il testo dell’iscrizione è citazione di un passo dei Dialoghi di San Gregorio Magno, ovvero l’incipit del capitolo LVIII: De virtute ac mysterio victimae salutaris (Misteriosa efficacia della vittima salutare)[9].

PL, 77, 425 Figura 8: L’incipit del capitolo LVIII

Che Simonetti così traduce: «Riguardo a questo argomento bisogna considerare che la via più sicura è che il bene, che ognuno spera di ricevere da altri dopo la sua morte, egli stesso lo faccia a suo beneficio durante la vita»[10].

Un Antonius Clarintano, nobile, è citato come testimone in un documento del 1514[11].

DSC09440 Figura 9: Particolare del documento in cui è citato il nobile Antonius Clarintano. Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, f. 26v

NOTE

[1] La protome leonina del cantonale di sud-ovest è molto abrasa e mutila dello stemma.
[2] Bailly E., Palais Finocchiara, a Randazzo, in «Revue Générale de l’architecture et des travaux publics» a cura di César Daly, vol. 15, Paris, 1857, col. 191.
[3] La trascrizione è data in minuscolo, utilizzando le maiuscole secondo gli usi comuni e distinguendo tra u e v in base al valore fonetico assunto dal singolo segno. Non sono riprodotti gli interpunta. Le lettere fra parentesi acute racchiudono le lettere aggiunte nella trascrizione perché dimenticate dallo scriptor; con le parentesi tonde ( ) sono state sciolte le abbreviazioni. Le lettere attualmente perdute ma note perché trascritte da altri studiosi sono state trascritte con l’uso della sottolineatura. Si è inserita una doppia barra obliqua // per segnalare la fine della sezione.
[4] Pensandum: pensa nedum (Ibidem); est quod: esto (Ibidem); quis que: quisque (Ibidem); prose: pro se (Ibidem).
[5] Ibidem.
[6] Di Marzo G., Delle belle arti in Sicilia dai Normanni sino alla fino del sec. XIV, Palermo, 1858, vol. I, p. 341; il De Roberto e il Leopold, riportano la lettura di Bailly, De Roberto F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909, p. 26; Leopold W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007, p. 156; Virzì S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol. I, p. 73; Bellafiore G., Architettura in Sicilia (1415-1535), Palermo, Italia Nostra, 1984, p. 150; Agati S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988, p. 201.
[7] Mandalari M., Ricordi di Sicilia, seconda edizione, Città di Castello, 1902, p. 221 nota 68.
[8] Vagliasindi Polizzi P., Cenni storici, Chiese, Monumenti, Antichità della Città di Randazzo, Adernò, 1906, Biblioteca Comunale di Randazzo riproduzione in fotocopia, 7.H.146, p. 32.
[9] Sancti Gregorii Papae, Dialogorum Libri IV, in «Patrologiae cursus completus. Series Latina» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1849, Tomo LXXVII, col. 425.
[10] Magno Gregorio, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), testo critico e traduzione a cura di Manlio Simonetti, commento a cura di Salvatore Pricoco, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2006, Volume II: Libri III-IV, p. 351.
[11] Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, f. 26v.

FONTI ARCHIVISTICHE

ARCHIVIO CHIESA DI SAN MARTINO

Libro Rosso, vol. 1.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

AGATI S., Randazzo una città medievale, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1988.

BAILLY E., Palais Finocchiara, a Randazzo, in «Revue Générale de l’architecture et des travaux publics» a cura di César Daly, vol. 15, Paris, 1857.

BELLAFIORE G., Architettura in Sicilia (1415-1535), Palermo, Italia Nostra, 1984.

CALI’ P., Palazzo Clarentano a Randazzo, in «Quaderni del dipartimento patrimonio architettonico e urbanistico (P.A.U.)», a. IV (1994), n. 8.

DE ROBERTO F., Randazzo e la Valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche Editore, 1909.

DI MARZO G., Delle belle arti in Sicilia dai Normanni sino alla fino del sec. XIV, Palermo, 1858, vol. I.

LEOPOLD W., Architetture del medioevo in Sicilia a Castrogiovanni, Piazza Armerina, Nicosia e Randazzo, traduzione a cura di Leopold A., contributi di Leopold A., Lombardo R., Prescia R., Scarpignato G., Enna, Il Lunario, 2007.

MAGNO GREGORIO, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), testo critico e traduzione a cura di Manlio Simonetti, commento a cura di Salvatore Pricoco, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2006, Volume II: Libri III-IV.

MANDALARI M., Ricordi di Sicilia, seconda edizione, Città di Castello, 1902.

SANCTI GREGORII PAPAE, Dialogorum Libri IV, in «Patrologiae cursus completus. Series Latina» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1849, Tomo LXXVII, col. 425.

VAGLIASINDI POLIZZI P., Cenni storici, Chiese, Monumenti, Antichità della Città di Randazzo, Adernò, 1906, Biblioteca Comunale di Randazzo riproduzione in fotocopia, 7.H.146.

VENTURI A., L’architettura del quattrocento, in «Storia dell’Arte Italiana», vol. 8, 1924.

VIRZÌ S. C., Randazzo e le sue opere d’arte. Atlante foto-topografico e storico, Randazzo, 1956, vol. I.

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI
Le fotografie e la cartolina sono dell’autrice.

Figura 8: L’incipit del capitolo LVIII, tratto da: Sancti Gregorii Papae, Dialogorum Libri IV, in «Patrologiae cursus completus. Series Latina» accurante J.-P. Migne, Parisiis, 1849, Tomo LXXVII, col. 425.

Figura 9: Particolare del documento in cui è citato il nobile Antonius Clarintano. Archivio Chiesa di San Martino, Libro Rosso, vol. 1, f. 26v. Documento inedito qui riprodotto grazie alla gentile concessione di padre Emanuele Nicotra, parroco della chiesa di San Martino. Vietata la riproduzione senza autorizzazione.

RINGRAZIAMENTI

Ringraziamo vivamente padre Emanuele Nicotra, parroco della chiesa di San Martino, per avermi gentilmente concesso di consultare l’archivio della parrocchia e per avermi consentito di fotografare e pubblicare il particolare del documento.

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